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Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere
L’Unione Europea ha firmato nel 2023 un Memorandum d’intesa con la Tunisia, definita “paese terzo sicuro” , una classificazione che non riflette la realtà, come denunciato da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International . Questa designazione alimenta l’agenda europea di esternalizzazione delle frontiere nonché legittima i respingimenti nel Mediterraneo. Come si legge nel policy paper del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) di ottobre, a ciò si aggiunge un costante flusso di investimenti economici e materiali provenienti dal Ministero dell’Interno italiano e dall’UE per rafforzare la repressione delle persone in movimento. In questo contesto
Patto Migrazione e Asilo 2026, a che punto siamo?
Il Patto Migrazione e Asilo entrerà in vigore nel giugno 2026, diventando legalmente vincolante per tutti i 27 stati membri dell’UE. Costituirà un grosso passo verso la riduzione ed eliminazione dei diritti delle persone in movimento che vorrebbero stabilirsi nel territorio europeo. Facciamo un passo indietro. Cos’è il Patto Asilo e Migrazione 1? Qui di seguito un breve riassunto dei punti principali di questo pacchetto di norme, costituita da 9 regolamenti e una direttiva. Questo ultimo aspetto costituisce già di per sé un primo snodo importante. La principale differenza tra regolamenti e direttive riguarda l’applicabilità in concreto: i primi sono integralmente e immediatamente efficaci in tutti gli Stati UE, mentre le seconde richiedono ulteriori passaggi per la loro ricezione nei vari paesi membri dell’Unione. Pertanto risulta lampante la direzione politica che vuole dare l’Unione Europea sulla questione migratoria. E allora quale scelta migliore in vista delle elezioni europee 2026 di ridurre lo spettro dei diritti, già precari, delle persone migranti? Come già accennato, il Patto avrà ripercussioni molto importanti. Tra le principali vi sono: 1. Registrazione automatica e raccolta obbligatoria di dati biometrici. Il sistema degli “hotspot” nell’UE: tutte le persone che arrivano alle frontiere esterne dell’Unione europea – via terra, aria o mare, comprese quelle soccorse in mare – saranno ora sottoposte a una procedura di screening obbligatoria, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno presentato domanda di asilo. La procedura deve essere completata entro un massimo di 7 giorni.  Questo processo di screening stabilisce un meccanismo di selezione simile all’approccio hotspot, che determinerà cosa succede agli individui dopo che sono stati sottoposti a screening. Esistono tre possibili percorsi: 1. Domanda di protezione internazionale (asilo) 2. Trasferimento in un altro Stato membro dell’UE dove è presente un familiare (limitatamente ai parenti diretti o al coniuge) 3. Una procedura di rimpatrio (espulsione) 2. La nuova procedura di asilo alla frontiera: una volta completato il processo di screening, le persone saranno trattenute ed espulse o potranno richiedere la protezione internazionale nel Paese in cui sono arrivate. Tuttavia, la procedura di asilo può svolgersi alla frontiera anziché all’interno del Paese. La procedura di asilo di frontiera non deve superare le 12 settimane dalla registrazione alla decisione (estendibili a 16 settimane in situazioni di crisi). Durante questo processo, i richiedenti asilo devono essere trattenuti e non possono entrare legalmente nel Paese finché non ricevono una decisione positiva in materia di asilo.  3. Solidarietà tra i paesi membri UE: il Patto sostiene di introdurre un meccanismo di solidarietà obbligatorio tra gli Stati dell’UE e di riformare il sistema di Dublino.  In base alle nuove regole, il paese responsabile di una domanda d’asilo è il Paese in cui risiedono i membri della famiglia (limitatamente ai parenti diretti o ai coniugi, non ai fratelli) oppure il primo Paese di ingresso. In pratica, ciò significa che i Paesi di frontiera come Spagna, Italia e Grecia continueranno a essere responsabili dell’esame della maggior parte delle domande di asilo, proprio come accadeva con il sistema di Dublino.  Inoltre, con il Patto, più denaro pubblico sarà utilizzato per finanziare muri, filo spinato, forze di polizia, Frontex, centri di detenzione e tecnologie di sorveglianza e controllo. 4. La detenzione diventa la norma: da un punto di vista formale il Patto prevede che il trattenimento dei migranti dovrebbe essere utilizzato come pratica di ultima istanza e sotto controllo dell’autorità giudiziaria. In pratica, all’arrivo nell’UE, le persone migranti possono trovarsi private della libertà di movimento o in condizioni simili alla detenzione, che evidentemente non sono considerate tali dal Patto:  1. durante il processo di screening (durata massima: 7 giorni) alle frontiere, dove saranno costretti a fornire le loro impronte digitali e altri dati biometrici; 2. quando devono essere trasferiti in un altro Stato membro competente per la loro richiesta di asilo;  3. durante la procedura di asilo alla frontiera (che può durare fino a 12 settimane) e che è accompagnata da un divieto di ingresso nel territorio; 4. durante la procedura di rimpatrio, se la loro domanda di asilo viene respinta e sono in attesa di espulsione. I tempi precedenti all’espulsione possono durare mesi o addirittura anni, a seconda della disponibilità del Paese d’origine a riammettere i propri cittadini. 5. Maggiore esternalizzazione delle frontiere: adesso uno dei criteri per qualificare un Paese come “sicuro” è il “legame” tra il richiedente asilo e il Paese terzo in questione. L’eliminazione di questo criterio darà agli Stati membri un notevole margine di manovra per inviare i richiedenti asilo in Paesi terzi senza alcun legame precedente con essi. Per quanto riguarda i rimpatri, le procedure comuni per l’emissione di decisioni di rimpatrio saranno disponibili in una banca dati europea (Sistema d’informazione Schengen). Se una persona soggetta a una decisione di rimpatrio si trasferisce in un secondo Stato membro, questo potrà eseguire la decisione di rimpatrio emessa dal primo Stato membro. A lungo termine, l’UE intende rendere obbligatorio il riconoscimento reciproco e l’esecuzione delle decisioni di rimpatrio. Ciò costringerebbe uno Stato membro a riconoscere ed eseguire una decisione di rimpatrio emessa da un altro Stato membro senza avviare una nuova procedura.  Infine la creazione di centri di rimpatrio al di fuori dell’UE introduce un quadro normativo che consente di inviare i richiedenti asilo respinti che hanno ricevuto una decisione finale di rimpatrio in un Paese terzo sulla base di un accordo bilaterale o a livello di UE. Secondo l’attuale proposta, le famiglie con minori e i minori non accompagnati non sarebbero inclusi in questo meccanismo.  L’ATTEGGIAMENTO DEL GOVERNO ITALIANO SUL PATTO L’accordo Italia-Albania è stato considerato dal governo italiano come precursore dei futuri effetti del Patto. Questo memorandum, presieduto dalla presidente italiana Meloni e da quello albanese Edi Rama, ha subito diverse modifiche, dovute alle continue bocciature che i vari organi giudiziari hanno afflitto a questa procedura di “metaesternalizzazione” delle frontiere, in un continuum di riforme prone a questo tipo di scelta che ha trovato sia nell’estrema destra italiana, ma anche in governi che dovevano essere, almeno teoricamente, afferenti al centro-sinistra, sponde favorevoli. Come è noto, tutte le persone portate in Albania fino ad ora sono state poco dopo trasferite in Italia poiché non si è potuta applicare la proceduta accelerata: in alcuni casi si è capito che si trattava di persone vulnerabili, in altri i giudici romani hanno valutato che i paesi di provenienza non potessero essere ritenuti sicuri 2 Con il Nuovo Patto europeo su Migrazione e Asilo, che sarà applicato da giugno 2026, questa questione potrebbe diventare secondaria. In primo luogo, il nuovo Regolamento sulle procedure di asilo, all’art. 61, par. 2, dice che “la designazione di un paese terzo come paese di origine sicuro (…) può essere effettuata con eccezioni per determinate parti del suo territorio o categorie di persone chiaramente identificabili”. Inoltre, il Regolamento non solo concede, ma obbliga gli Stati Membri ad applicare la procedura accelerata di frontiera tutte le volte in cui i richiedenti asilo provengono da un paese per il quale il tasso di riconoscimento della protezione è inferiore al 20%. Non sarà più necessario applicare il concetto di paese di origine sicuro, bensì basterà valutare il tasso di accoglimento delle domande, sottoprodotto delle decisioni delle Commissioni che esaminano le domande di asilo, le quali risultano molto diverse nei vari paesi europei. «Quando entrerà in vigore» il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo «i centri» in Albania «funzioneranno come dovevano funzionare dall’inizio: avremo perso due anni per finire esattamente com’era all’inizio. La responsabilità non è la mia, arriveremo due anni dopo a fare esattamente quello che potevamo fare due anni prima. Penso che ciascuno si assumerà le sue responsabilità». Parole del presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle dichiarazioni congiunte con il primo ministro albanese Edi Rama al termine del vertice intergovernativo Italia-Albania. Inoltre, a due anni dal quel Protocollo, i due paesi hanno siglato un’altra intesa: un accordo per sviluppare la cooperazione bilaterale e strategica in diversi settori nevralgici 3. Il Protocollo Italia-Albania non è solo uno strumento di gestione migratoria: è un dispositivo politico che interviene ridefinendo le coordinate stesse della legalità e della funzione dello Stato. In questo senso, il modello Albania si configura come un laboratorio politico permanente, in cui si sperimentano pratiche di sospensione dei diritti e di concentrazione del potere esecutivo. L’accordo con l’Albania radicalizza le logiche del Patto europeo su migrazione e asilo, costruendo un’infrastruttura legale e logistica per trasferire i migranti in uno spazio sospeso, fisicamente esterno ma giuridicamente controllato. Questa scelta precisa è diventata ancora più evidente con la notizia di qualche giorno fa, ovvero l’approvazione del Consiglio Europeo rispetto al nuovo Regolamento che introduce un primo elenco comune dei “Paesi di origine sicuri”, insieme alla possibilità di designare “Paesi terzi sicuri” dove le persone migranti potrebbero essere deportate e dove le loro domande di asilo potrebbero essere esaminate. Tra le novità principali, che attaccano ulteriormente il diritto di asilo, spiccano le procedure di esame accelerate (come già avviene in Italia con la cd. procedura accelerata), la possibilità di respingere le domande ritenute “inammissibili” e la creazione di centri di rimpatrio fuori dall’Ue, i cosiddetti “return hub”, di fatto in continuità con il “modello Italia- Albania” prima della bocciatura imposta dalla sentenza della CGUE 4. Come afferma Matteo Villa, analista di Ispi, “l’accordo sulle nuove norme su asilo e migrazione, è simbolo di una coalizione di centro (popolari, socialisti e liberali) alla disperata ricerca di consenso. Anche quando questo significa inasprire regole sull’accoglienza all’interno dell’Europa e, probabilmente, rimandare più migranti in Italia (tra quelli che hanno raggiunto altri paesi UE). Niente sui rimpatri, niente su nuovi canali di migrazione regolari. D’altronde, nell’era della diffidenza e dei muri, non potrebbe che essere così” 5 E NOI COSA DOBBIAMO FARE? Nei media mainstream la tematica non viene trattata in maniera organica, e quando viene analizzata, lo si fa in maniera sommaria e speculatoria. Spetta alla società civile evidenziare ancora una volta le politiche marginalizzanti dell’UE. Asgi, insieme ad altre associazioni, ha avviato una Road Map per il Diritto d’Asilo e la Libertà di Movimento e il Tavolo Asilo e Immigrazione, con lo scopo di costituire un percorso di monitoraggio del Piano di Implementazione del Patto Europeo per le Migrazioni e l’Asilo. A noi gruppi autorganizzate, realtà sociali, persone singole attente spetta il compito di innalzare il livello di sensibilizzazione e di lotta sul tema in maniera drastica, visto che l’intenzione esplicita dell’UE e dei paesi membri (in primis l’Italia) è quella di una vera e propria cancellazione del sistema d’asilo. 1. Patto europeo: una guida rapida per orientarsi, Video-formazione a cura di Asgi (video 2 dicembre 2025) ↩︎ 2. Rapporto TAI: “Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania”, Amnesty International (luglio 2025) ↩︎ 3. Meloni: con il nuovo nuovo Patto Ue i centri in Albania funzioneranno, Il Sole 24 ore (13 novembre 2025) ↩︎ 4. Migranti spediti nei paesi terzi: Ok dal Consiglio dell’Unione, Il Manifesto (dicembre 2025) ↩︎ 5. Migranti: il Parlamento Ue approva il nuovo patto, ISPI (10 aprile 2024) ↩︎
La Grecia sta esplorando piani per stabilire centri di rimpatrio in Africa
Il 19 novembre il ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo Thanos Plevris dichiara all’emittente pubblica Ert che Atene sta valutando l’istituzione di centri di rimpatrio per migranti in Africa 1. In questa iniziativa la Grecia non è sola: un progetto analogo è portato avanti anche dalla Germania. Atene sta lavorando per aprire un dialogo con alcuni stati africani, considerati sicuri che potrebbero ospitare nuovi centri per il rimpatrio. Come affermato dallo stesso ministro, gli arrivi delle persone migranti nella penisola sono in calo (32 mila persone nel 2024, contro 12mila nel 2025) ma questa nuova procedura dovrebbe funzionare da deterrente efficace contro l’immigrazione “illegale” verso l’Europa. «Abbiamo avviato un’iniziativa, in stretta collaborazione con la Germania, per creare un centro di ritorno (un “return hub”) per migranti irregolari fuori dai confini dell’Unione Europea, in Africa.» Thanos Plevris, Reuters 2. Infatti, seguendo le dichiarazioni di Plevris, il fatto stesso che gli hub di rimpatrio siano situati fuori dell’Unione Europea dovrebbe disincentivare le partenze. Inoltre, si tratterebbe di un progetto ideato dai singoli stati membri dell’Unione, che non fa parte di una linea politica comune. Tuttavia, l’8 dicembre durante il Consiglio “Giustizia e affari interni” i paesi membri dell’Ue hanno finalizzato la loro posizione su un regolamento volto a rendere maggiormente uniformi le procedure per i rimpatri 3. Notizie/Regolamenti UE “PAESI SICURI” E RIMPATRI: LA NUOVA STRETTA DELL’UE  Un altro passo verso un sistema che si baserà su detenzione, deportazioni e sorveglianza Redazione 10 Dicembre 2025 Il provvedimento impone obblighi a chi non ha il diritto di rimanere, introducendo strumenti di cooperazione tra stati membri. Nel pratico, si procederà a elaborare una lista comune di paesi di origine sicure e verranno individuati paesi terzi sicuri, in cui istituire dei return hub (centri per il rimpatrio). In sostanza, la Grecia punta a operare in alcuni stati africani con una modalità analoga a quella adottata dall’Italia in Albania. Sebbene l’accordo debba essere negoziato con il Parlamento europeo, esso conferma la volontà di proseguire lungo una direzione ormai consolidata, incentrata su sorveglianza, detenzione e militarizzazione più che su politiche di inclusione delle soggettività in movimento. Si tratta, in definitiva, dell’ennesima tappa di una strategia adottata da tempo, che continua a rafforzarsi. Sul tema della mobilità globale e in particolare delle migrazioni verso l’Europa, è necessaria una premessa: molti dei flussi attuali sono il risultato di processi storici e politici di lunga durata, di profonde disuguaglianze sociali e di persistenti rapporti di dipendenza neocoloniale. A ciò si somma la quasi totale assenza di vie legali per raggiungere l’Europa. Questo restringimento delle possibilità ha di fatto schiacciato le procedure giuridiche sulla richiesta di protezione internazionale. L’aumento degli arrivi in Europa, a partire dal 2015, ha accelerato un processo politico mirato a limitare l’accesso ai paesi UE. Negli anni l’Unione ha infatti stanziato fondi sempre più ingenti per esternalizzare le frontiere, mediante accordi con i paesi terzi e per militarizzare i confini. Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon Un esempio di ciò è rappresentato dall’aumento del budget di Frontex, agenzia che controlla le frontiere esterne dello spazio Schengen e dell’Unione Europea: il suo bilancio è passato da 98 milioni nel 2014 a 750 milioni nel 2015 (Nicolosi, 2023). Tuttavia, i flussi migratori non si sono fermati e la Grecia, per la sua posizione Geografica è uno dei paesi maggiormente coinvolti. I paesi di frontiera rappresentano spesso il banco di prova delle politiche europee in materia di migrazione, da cui traggono beneficio anche gli stati membri che non sono destinazioni di primo approdo, come la Germania. Nel dibattito pubblico, il tema migratorio è stato progressivamente riformulato come una minaccia alla sicurezza dell’intera Unione; si conseguenza, assistiamo a una crescente militarizzazione dei confini. Nella pratica, ciò si traduce in ingenti investimenti per l’acquisto di nuove misure si sorveglianza, da recinzioni e sensori, fino a droni e sistemi di controllo basati sull’intelligenza artificiale, per monitorare e impedire i passaggi di persone attraverso le frontiere europee. In particolare, il confine di terra tra Grecia e Turchia, lungo il fiume Evros, è conosciuto per essere fornito di un importante sistema di recinzioni e sensori ad alta tecnologia per individuare e fermare l’immigrazione irregolare attraverso telecamere ad ampio raggio, sensori termici e droni. Il “modello Evros” inaugura un modello definito “frontiera intelligente” che riflette una crescente dipendenza dalle tecnologie avanzate, soprattutto AI, per gestire e scoraggiare le migrazioni. Questo tipo di cambiamento solleva importanti questioni etiche legate alla tutela dei diritti. La scelta di istituire centri di rimpatrio in paesi terzi ritenuti “sicuri” e di ricorrere a tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere è pienamente coerente con la logica dell’esternalizzazione, che sposta le attività di contro oltre i confini dell’Unione. Questo processo comporta il diretto coinvolgimento di stati terzi, ai quali l’Ue fornisce attrezzature e formazione affinché possano intercettare e bloccare i migranti prima che raggiungano il territorio europeo. Secondo quanto mostrato da un’inchiesta di Salomon 4 a Evros questo genere di controllo delle frontiere si è dimostrato efficace, per tanto la Grecia sta espandendo questo progetto ai suoi confini settentrionali, nell’ambito del progetto “E-Surveillance” dell’Unione Europea (per 35,4 milioni di euro). Tratta dall’inchiesta “Greece a testing ground for smart surveillance technologies” pubblicata su Solomon In particolare le attrezzature utilizzate sarebbero: veicoli 4×4 con telecamere termiche, droni e sistemi in grado di comunicare in tempo reale con i centri di comando fissi regionali e nazionali. La regione di Evros, inoltre, rappresenta più di un banco di prova: questi dispositivi di controllo verranno utilizzati anche per trattenere le persone all’interno del territorio greco, limitando gli spostamenti verso i Balcani e oltre. Questo sistema diventerà pienamente operativo nel 2027 e agisce automatizzando ciò che dipendeva dall’osservazione umana: l’attraversamento della frontiera verrà rilevato da una telecamera, tracciato con un drone e trasmesso in tempo reale a un centro di comando. La frontiera settentrionale della Grecia è da anni un punto di transito per chi tenta di raggiungere l’Europa occidentale attraverso la rotta balcanica. In quest’area Atene ha spesso tollerato i passaggi, considerandoli un modo per alleggerire la pressione degli arrivi sul proprio territorio. Tuttavia, le pressioni politiche, in particolare da parte della Germania, sono cresciute: Berlino chiede una riduzione dell’immigrazione secondaria dalla Grecia, sostenendo che i rimpatri debbano aumentare. Ad esempio, nel 2024 la Germani ha ricevuto 25.000 domande di asilo sa persone già riconosciute come rifugiate in Grecia. In questo contesto, la creazione di hub di rimpatrio in paesi tersi appare come una soluzione vantaggiosa per entrambi i governi, capace di ridurre le tensioni politiche. Quello che desta preoccupazione è il costo umano che hanno questo tipo di provvedimenti. Lungo la rotta balcanica si registrano in modo sistematico episodi di violenza denunciati dalle persone in movimento, mentre nel Mediterraneo sono molteplici i naufragi e i respingimenti che avvengono sotto lo sguardo dei sistemi di sorveglianza europei e in molti casi con il coinvolgimento dell’agenzia europea per il controllo delle frontiere. Le organizzazioni che si occupano di tutela dei diritti umani e della salvaguardia dei diritti dei migranti, come ad esempio Amnesty International 5, avvertono che la tecnologia contribuisce pienamente alle violazioni dei diritti umani sulle frontiere, poiché si tratta di strumenti privi di compassione e guidati da politiche la cui logica di base è quella della deterrenza, non della protezione. I centri di rimpatrio hanno una funzione analoga: che siano collocati in suolo europeo, oppure in paesi terzi si tratta di misure di confinamento e controllo dei corpi migranti. Sono numerosi i report delle ONG che lavorano in territorio greco e si occupano di documentare le condizioni di detenzione amministrativa all’interno dei Pre-Removal Detention Centers (PRDCs) e di confinamento forzato nei Controlled Access Centers (CCACs). Approfondimenti GRECIA. IL CLOSED CONTROLLED ACCESS CENTRE (CCAC) DI VASTRIA Un modello della politica migratoria europea Maria Giuliana Lo Piccolo 2 Settembre 2025 In generale, quello che emerge è una particolare reticenza nel permettere l’ingresso degli operatori umanitari all’interno di queste strutture, in molti casi le informazioni sulle condizioni di vita all’interno dei centri vengono ricavate dalle interviste svolte direttamente con i detenuti. Inoltre, molto spesso le organizzazioni richiedono l’accesso ai dati delle autorità e del ministero riguardanti il numero dei rimpatri e i dati demografici della popolazione rimpatriata, ma le risposte risultano incomplete e arrivano in ritardo. Nella maggior parte dei casi, i monitoraggi mostrano che le detenzioni si protraggono oltre i limiti previsti, anche per persone particolarmente vulnerabili; l’assistenza legale è insufficiente e le informazioni sui diritti sono scarse; il supporto psicologico e sanitario risulta inadeguato; le condizioni materiali di esistenza sono precarie, senza alcuna attenzione ai bisogni fondamentali e i maltrattamenti sono all’ordine del giorno. L’utilizzo degli hotspot è stato introdotto al livello europeo nel 2015, anno dell’inizio della crisi migratoria, che oggi sembra aver assunto i connotati di una crisi dell’accoglienza. In questo modello gli hub fungono contemporaneamente da strutture di accoglienza e di detenzione, normalizzando delle condizioni di esistenza caratterizzati dalla totale assenza di salute, intesa come benessere generale degli individui. Inoltre, la pratica consolidata dei respingimenti alla frontiera favoreggia la detenzione illegale dei migranti in strutture del tutto informali e spesso nascoste, in cui le violenze sono continue. Nonostante il lavoro di advocacy e sensibilizzazione delle organizzazioni della società civile, dall’estate 2024 sono aumentati gli episodi di violenza alle frontiere, che hanno causato morti e feriti gravi. In generale, l’utilizzo degli hotspot, della detenzione amministrativa e l’uso strumentale delle forze di polizia svela la presenza di un modello basato sulla sistemica violazione dei diritti delle persone, operata per ragioni di deterrenza. Alla luce di ciò è necessario porsi un interrogativo fondamentale: in che modo le nuove procedure sui rimpatri e l’istituzione dei return hub in paesi terzi dovrebbe inaugurare un modello maggiormente rispettoso dei diritti umani e del diritto di asilo delle soggettività in movimento? Il CCAC di Samos (Refugee Support Aegean) 1. Greece and Germany plan migrant return centers in Africa, eKathimerini (19 novembre 2025) ↩︎ 2. Qui l’articolo ↩︎ 3. Council clinches deal on EU law about returns of illegally staying third-country nationals, Council of the EU (8 dicembre 2025) ↩︎ 4. Greece a testing ground for smart surveillance technologies, Solomon (29 novembre 2025) ↩︎ 5. Global: New technology and AI used at borders increases inequalities and undermines human rights of migrants, Amnesty International (maggio 2024) ↩︎
Il confine come laboratorio di impunità: il Policy Memo del BVMN sui Balcani
Il 22 settembre, il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha pubblicato Policy Memo: Strengthening Migration Governance Monitoring in the Balkans 1, un documento politico che ha preso forma nel corso della consultazione con l’Alto Commissariato ONU per i diritti umani. Rispondendo alla Risoluzione 57/14 del Consiglio dei diritti umani, l’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani (OHCHR) ha realizzato un’indagine sulla possibilità di monitorare gli effetti pratici delle politiche migratorie europee. In questo contesto, le Nazioni Unite hanno consultato organizzazioni della società civile per rispondere a una domanda complessa: è possibile trovare strumenti per rilevare e controllare le pratiche usate nella gestione dei flussi migratori? La relazione finale dell’OHCHR 2 nominava in modo esplicito il Border Violence Migration Network (BVMN) come soggetto in grado di svolgere questa funzione, specialmente nei contesti caratterizzati da scarsa accessibilità e ostacolo al monitoraggio (delle aree più remote, ma non solo), criminalizzazione e difficoltà nel contatto coi i decisori politici. Il Network è stato quindi una delle organizzazioni più ascoltate dell’OHCHR stessa nel corso dei suoi lavori. Nel contesto di questi, il BVNM ha consegnato alle Nazioni Unite una nota politica e risposte scritte alle domande più critiche sollevate sulle tecnologie usate per il controllo delle persone migranti. Nel Policy Memo, i Balcani in particolare sono individuati come zona di grave mancanza di accountability degli attori statali e di confini segnati da violenza e violazioni dei diritti umani 3. Gli unici soggetti che qui agiscono per cercare un cambiamento positivo sono organizzazioni della società civile, spesso criminalizzate e in difficoltà per la mancanza cronica di fondi e di spazi (reali e virtuali) dove diffondere il proprio lavoro e portare avanti azioni di sensibilizzazione del contesto sociale. In generale, gli Stati europei usano sparizioni forzate e pushback istantanei per nascondere i propri abusi sui migranti. Il Network e i suoi membri hanno rilevato 25.000 pushback da parte di 14 Paesi. Spesso le persone migranti vengono detenute in segreto in luoghi inadatti al fermo di qualsiasi soggetto: garage, caravan, stalle, edifici abbandonati e pericolanti, container di metallo e addirittura canili. Nel 2021 il 20% delle detenzioni dimostrate di persone migranti non erano comunicate formalmente, non seguivano le normali procedure per la detenzione di individui. Nel 2024, il BVMN ha raccolto prove di 19 detenzioni irregolari. In totale continuità con questa pratica è evitare di registrare le persone migranti detenute: diventano fantasmi che passano attraverso carceri (veri o improvvisati) senza lasciare traccia. Tra 2022 e 2024, il 96% delle persone migranti soggette a pushback in Grecia non era stata registrata dalle autorità. Questo meccanismo alimenta l’impossibilità di obbligare gli attori statali a rispondere del destino delle persone migranti sul loro territorio. Per creare poi maggior danno alle persone migranti e insieme nascondere meglio gli abusi da loro subiti, le autorità distruggono i loro beni personali (e sopratutto dei telefoni cellulari). Significa distruggere la loro possibilità di geolocalizzarsi, comunicare con la famiglia, dimostrare la loro identità, provare l’eventuale passaggio attraverso diversi Stati e raccogliere prove di violazioni dei loro diritti. In Croazia, il Network ha documentato vere e proprie pire di oggetti “migranti”. Questa pratica si inserisce all’interno di un contesto legislativo, amministrativo e spesso sociale che criminalizza la migrazione nel tentativo (mai riuscito) di scoraggiarla. Nel 2022, ad esempio, la Turchia ha deportato una ragazza siriana verso il Nord della Siria dopo che, per proteggerla, il fratello ha denunciato gli abusi fisici e verbali che lei subiva a scuola. Rispetto alla società civile, il BVMN ha rilevato che gli Stati costruiscono ostacoli (legislativi e di fatto) per impedire alle organizzazioni non-governative di monitorare la gestione dei flussi migratori e di effettuare operazioni di search and rescue a terra. In più, si impegnano nella criminalizzazione dei difensori dei diritti umani attraverso strumenti più o meno formali: ostacoli burocratici e amministrativi alla loro vita quotidiana, legislazioni sempre più restrittive, sorveglianza (non dichiarata), inchieste e procedimenti giudiziari non giustificati, campagne diffamatorie, aggressioni, atti di vandalismo, furti. Il tutto nella quasi completa impunità, perché anche in questo contesto le autorità continuano a sfuggire a qualsiasi meccanismo di controllo e di ottemperanza a politiche rispettose dei diritti umani. Nel Policy Memo, il Border Violence Migration Network suggerisce buone pratiche. Sottolinea particolarmente la necessità di integrare il lavoro di investigazione della società civile, delle ONG e dei difensori dei diritti umani nelle riflessioni e procedure delle grandi istituzioni (come l’ONU) per portare alla luce in modo più completo e capillare le violazioni dei diritti umani che gli Stati perpetrano (quasi) indisturbati ai danni delle persone migranti e per responsabilizzare in modo inderogabile i decisori politici. Suggerisce anche l’uso delle nuove tecnologie per verificare il destino e/o la posizione delle persone migranti scomparse. Ma proprio la tecnologia, sottolinea ancora il BVMN, ha una doppia valenza. Chiamato dal Consiglio ONU sui diritti umani a rispondere ad alcune domande riguardanti l’uso di nuove tecnologie nelle politiche migratorie da parte degli Stati, il Network ha infatti messo in luce alcune pratiche molto pericolose. Innanzitutto, la mancanza di trasparenza nell’implementazione di tecnologie per la consapevolezza situazionale nei sistemi di sorveglianza dei confini: i Governi non rendono noto in maniera completa quali strumenti tecnologici usano, in che quantità e modalità, dove lungo i confini li posizionano. La scusa è la “sicurezza nazionale”, spesso usata nei discorsi giustificanti la violenza contro le persone migranti e chi le aiuta e difende. Complesso è pure l’accesso a dati, fotografie, filmati raccolti da droni, radar e camere: spesso sono fatti scomparire, cancellati o nascosti, per evitare che servano in processi di denuncia e rivendicazione di diritti umani. A ciò si aggiunge l’evoluzione materiale di queste tecnologie, che ne rende molto difficile l’identificazione: a fronte di una sempre crescente precisione e velocità di rilevamento dati, hanno dimensioni sempre più piccole e aspetto sempre più anonimo. Infine, c’è l’uso allarmante di spyware per colpire organizzazioni e individui che difendono i diritti delle persone migranti. A febbraio 2025, diversi quotidiani italiani hanno riportato che i cellulari di circa 90 attiviste italiane e non sono stati infettati da Graphite, un software di spionaggio creato a scopi militari dall’azienda israeliana Paragon. In merito alla questione, il presidente esecutivo di Parago John Fleming ha dichiarato: la società «concede in licenza la sua tecnologia a un gruppo selezionato di democrazie globali, principalmente agli Stati Uniti e ai suoi alleati». Non ha fatto alcuna ulteriore specifica. Il Policy Memo: Strengthening Migration Governance Monitoring in the Balkans contiene un’ulteriore prova che il sistema di impunità costruito, alimentato e difeso da “democrazie” violatrici di diritti umani, discriminatorie e razziste è consistente e si sta evolvendo utilizzando strumenti di ultima generazione, pratiche che tendono alla “violazione invisibile” dei diritti umani e politiche che de-umanizzano le persone migranti mentre squalificano socialmente chi le aiuta. Il lavoro del Border Violence Migration Network dimostra anche che l’unico ostacolo a questa corruzione è la reazione della società civile. 1. Qui il documento ↩︎ 2. Leggi il documento ↩︎ 3. BVMN Monthly Report – August 2025 ↩︎
La tratta di esseri umani nell’era digitale
Negli ultimi anni, lo sviluppo del mondo digitale, sempre più presente e pervasivo, ha profondamente modificato e permeato ogni aspetto della società contemporanea e questo processo ha riguardato anche la criminalità, dando origine a nuove forme e strategie di sfruttamento. Infatti, al giorno d’oggi, si parla sempre più di digitalizzazione della tratta di esseri umani, fenomeno conosciuto come e-trafficking.  La “cyber-tratta”, dunque, a differenza della tratta tradizionale che prevede il reclutamento fisico delle vittime intrappolate in un sistema composto da centinaia di attori transfrontalieri, sfrutta le nuove possibilità offerte dai social network, dall’app di messaggistica e dalle piattaforme online per adescare e sfruttare le vittime, in modo veloce ma soprattutto invisibile e difficilmente monitorabile.  Queste tecnologie digitali stanno trasformando il fenomeno del traffico di migranti, modificando la struttura e le strategie di gruppi ed individui responsabili dello sfruttamento di persone in movimento 1. Il traffico di esseri umani in Europa genera ogni anno profitti per circa 29,4 miliardi di euro. In Italia, tra i casi emersi attraverso il sistema anti-tratta, lo sfruttamento sessuale rappresenta quasi la metà delle situazioni (48,9%). Tuttavia, gran parte del fenomeno relativo all’e-trafficking rimane sommerso, poiché difficilmente monitorabile, o, volutamente non monitorato 2. Infatti, i social vengono utilizzati come strumento, oltre che per promuovere i servizi offerti e mantenere i contatti con la vittima, anche come strumento per mitigare il rischio di essere intercettati dalle attività investigative delle forze dell’ordine 3. Per riconoscere il fenomeno e poterlo studiare è necessario delineare la differenza tra trafficking e smuggling; la diversità riguarda principalmente le finalità e le modalità. Il trafficking (tratta di persone), di cui si parlerà in questo articolo, implica coercizione, inganno o abuso di potere per sfruttare la vittima, ad esempio attraverso prostituzione o lavoro forzato; lo smuggling (traffico, inteso come favoreggiamento o facilitazione, del viaggio dei migranti), invece, prevede il consenso della persona e mira a favorire l’ingresso illegale in un Paese, dietro pagamento 4 . LA TRATTA DIGITALE: UN FENOMENO IN AUMENTO DOPO IL COVID-19 Lo sviluppo e la crescita delle vittime di tale sistema ha origine nella crescente necessità di emigrare dal proprio Paese d’origine, affiancata dalla costante e sempre maggiore assenza di vie legali d’ingresso e di politiche europee che ostacolano la mobilità umana, anche dalle zone di guerra. Secondo numerosi documenti ufficiali, tra cui quelli pubblicati da Eurojust 5 e dalla Commissione Europea, oltre il 90% delle persone migranti che entrano irregolarmente nell’Unione Europea si affida a reti di trafficanti, un sistema strutturato, gestito da gruppi criminali organizzati, che forniscono supporto logistico, trasporti, documenti falsi e indicazioni sui percorsi da seguire. La mancanza di vie legali d’ingresso e la mancata volontà da parte delle istituzioni nel garantire un monitoraggio ed una prevenzione allo sfruttamento, offrono l’opportunità alle organizzazioni criminali transnazionali di usufruire anche degli strumenti digitali: Internet, insieme ai social network, da un lato, viene utilizzato come risorsa per capire i bisogni del cliente e promuovere più efficacemente il prodotto, dall’altro, aumenta l’efficienza nei mercati illegali perché permette ai trafficanti di regolare facilmente e tempestivamente i traffici per far fronte ai cambiamenti della domanda. Il fenomeno della “tratta digitale” è stato aggravato notevolmente dall’emergenza covid-19.  La pandemia ha costretto milioni di persone all’isolamento in casa e ha provocato l’aumento dell’uso delle tecnologie e delle piattaforme online. Di pari passo, la rete criminale si è adattata alle restrizioni, riorganizzandosi verso un sempre maggiore sfruttamento sessuale in-door e l’utilizzo di strumenti digitali come Chat online, social media, agenzie di collocamento online, siti web di assistenza all’immigrazione contraffatti, forum sul dark web e  pagamenti dei servizi legati allo sfruttamento 6. A corroborare la tesi c’è anche il numero di casi di tratta segnalati nel database globale Counter Trafficking Data Collaborative che era di 27.840 nel 2019, ma è crollato a 4.120 nel 2020 e 2.060 nel 2021.  I dispositivi mobili permettono ai trafficanti di comunicare con il cliente utilizzando lo stesso profilo nei social anche cambiando cellulare o SIM: l’unico elemento indispensabile è una connessione a Internet. Inoltre, consentono di modificare agevolmente, frequentemente e velocemente nominativo alla pagina/gruppo/profilo, al fine di eludere i controlli degli organi di polizia e degli stessi social network.  Il fenomeno dell’e-trafficking presenta sempre 3 fasi:  1. Reclutamento digitale: questa prima fase avviene attraverso la ricerca attiva delle vittime online, attraverso social, app, giochi o siti per cercare lavoro. In questa prima fase il trafficante instaura una relazione amichevole con la vittima per poi spostare la conversazione in canali privati, in cui la pressione e lo sfruttamento psicologico si intensificano, marginalizzando e isolando più facilmente la vittima.  2. Sfruttamento: lo sfruttamento può essere sia virtuale, attraverso la produzione di materiale sessualmente esplicito, sia fisico, preceduto da una lunga fase di condizionamento a distanza. 3. Assoggettamento: questo avviene tramite la manipolazione e il controllo, dopo aver ottenuto la fiducia della vittima si instaura dipendenza emotiva, favorevole alla produzione di contenuti e/o prestazioni. Esistono diverse applicazioni tecnologiche e social network utilizzati per seguire gli spostamenti delle vittime, un esempio è rappresentato dal geotracking, ovvero la possibilità di conoscere la posizione fisica di una persona, oppure applicazioni come MySpy che consente ai trafficanti di individuare il telefono delle loro vittime 7. Tra le metodologie di adescamento online più comuni ci sono: 1. Grooming: si verifica quando gli adulti instaurano relazioni manipolative con i minori, spesso fingendosi loro coetanei, simulando supporto, affetto o comprensione per indurli a compiere atti.  2. Lover Boys: si instaurano relazioni sentimentali online così intense da creare dipendenza emotiva ed isolamento, utili per favorire ricatti e minacce.  3. Gamification: fenomeno che consiste nel presentare le attività illecite come sfide o giochi 8. Contrastare l’e-trafficking richiede un approccio integrato, capace di unire prevenzione, monitoraggio digitale e cooperazione internazionale. È fondamentale riconoscere le nuove dinamiche dello sfruttamento online e sviluppare strumenti adeguati per intercettarle. La tecnologia che alimenta la tratta può e deve diventare anche un mezzo per combatterla. Allo stesso tempo, alla radice è necessario rivedere la normativa sulle migrazioni e il diritto di asilo: decenni di politiche restrittive e criminalizzanti hanno infatti contribuito ad alimentare il traffico e lo sfruttamento, rafforzando le reti criminali invece di tutelare le persone vulnerabili. 1. E-trafficking, la nuova frontiera della tratta: come il digitale alimenta lo sfruttamento umano – Italiainforma.com ↩︎ 2. Il traffico di esseri umani vale 30 miliardi ogni anno solo in Europa. Un quarto delle vittime sono minori – Domani, 27.07.2022 ↩︎ 3. Di Nicola, Andrea; Martini, Elisa; Baratto, Gabriele, “Social smugglers. Come i social network stanno modificando il traffico di migranti“, in Etnografia e ricerca qualitativa n. 1, 2019, pp- 73-100 ↩︎ 4. Cos’è l’e-trafficking: l’uso del digitale nella tratta di esseri umani, di Save the Children ↩︎ 5. Eurojust è l’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale, contro la criminalità transfrontaliera grave e il terrorismo ↩︎ 6. Eurojust nel report “Resources to fight migrant smuggling in the digital domain”, ha analizzato nel dettaglio le modalità con cui le organizzazioni criminali sfruttano il web e i social media per operare nell’ombra grazie all’uso di piattaforme chiuse, messaggistica istantanea e reti criptate ↩︎ 7. E-trafficking: quando le tecnologie facilitano la tratta di esseri umani, di Lugi Limone – CyberSecurity Italia ↩︎ 8. La tratta di esseri umani nella società digitale: stato dell’arte, prospettive teoriche e direzioni future, di Gabriele Baratto (Facoltà di Giurisprudenza, Università di Trento) e Beatrice Rigon (Scuola di Studi Internazionali, Università di Trento) ↩︎
Grecia. Il Closed Controlled Access Centre (CCAC) di Vastria
In Grecia, nel corso del 2025, le politiche per “combattere l’immigrazione” si sono intensificate, soprattutto in seguito alla direzione data da Makis Voridis come Ministro per la Migrazione. Quest’ultimo, già noto per le sue affiliazioni con l’estrema destra e per aver sempre descritto gli immigrati come una minaccia per l’Europa 1, ha proposto al Parlamento greco nuove legislazioni sul tema: l’estensione del periodo in cui i migranti possono essere trattenuti in detenzione amministrativa, la criminalizzazione di coloro che restano dopo che la richiesta di asilo è stata rifiutata e la proibizione della residenza per le persone senza documenti, che prima potevano chiederla una volta ottenuto un lavoro 2. Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA GRECIA, SOSPENSIONE DELL’ASILO E NUOVA RIFORMA RAZZISTA DEL GOVERNO MITSOTAKIS Atene anticipa la linea più dura del Patto UE Redazione 14 Agosto 2025 Nonostante l’incarico si sia concluso già a giugno, a causa del coinvolgimento dello stesso ministro in un’inchiesta, il suo successore, Thanos Plevris, sta portando avanti la stessa linea politica, sottolineando anzi come “la sicurezza dei confini non può esistere se non ci sono perdite e, per essere chiari, se non ci sono morti” e affermando che le condizioni di vita per i migranti dovrebbero apparire loro peggiori di quelle dei paesi d’origine 3 . Come illustrato da diversi osservatori 4, il cambio di ministri non ha comportato un cambiamento di approccio, ma piuttosto una continuazione e un rafforzamento del regime migratorio razzista e violento dello Stato greco. Le politiche di frontiera a Lesbo continuano a violare diversi diritti fondamentali: i migranti subiscono violenze, vivono in condizioni degradanti nei campi, sono soggetti a sorveglianza, sfratti, negazione dell’assistenza finanziata dall’UE e ritardi arbitrari nelle domande di asilo. Inoltre, nuove leggi e tattiche amministrative, come il ripristino della Turchia come “paese terzo sicuro” nonostante le sentenze dei tribunali, perpetuano l’incertezza giuridica.  Il Closed Controlled Access Centre (CCAC) di Vastria a Lesbo esemplifica questa tendenza, rafforzando la detenzione e l’espulsione come pilastri centrali della politica migratoria greca, e della generale assimilazione di approccio in tutta Europa. A differenza dei centri di detenzione già esistenti (come quello tristemente noto di Moria 5), Vastria costituisce un modello per un nuovo tipo di struttura: isolata geograficamente, sorvegliata attentamente tramite controlli biometrici, difficilmente accessibile dall’esterno. Il nuovo centro, infatti, si troverà in un bosco a 30 km da Mitilene, luogo strategico per isolare i migranti dallo spazio pubblico e limitare il coinvolgimento e la supervisione della società civile.  Nonostante numerosi problemi legali, dovuti anche al fatto che la struttura viola gli standard ambientali (dovrebbero essere abbattuti 35.000 alberi solo per costruire la strada di accesso, in una zona già ad alto rischio di desertificazione e incendi 6), la costruzione prosegue e il Ministero della Migrazione, citando gli obblighi di finanziamento dell’UE, ha sostenuto la continuazione dei lavori e la deforestazione. Cos’è il CCAC di Vastria? Closed Controlled Access Centre (CCAC) di Vastria, Lesbo Capacità prevista: fino a 5.000 persone, fra cui famiglie, minori non accompagnati e persone vulnerabili Funzione prevista: non un centro di accoglienza temporaneo, ma una struttura di detenzione prolungata: tutte le procedure di asilo ed espulsione saranno centralizzate in sito L’opposizione si è concentrata sul mancato rispetto da parte del governo delle decisioni giudiziarie e delle leggi ambientali, ha messo in guardia dai danni irreversibili alla più grande pineta di Lesbo e ha sollecitato la sospensione immediata dei lavori, che però non è mai stata disposta.  A marzo, invece, è stato firmato un contratto da 1 milione di euro per l’installazione di un sistema di rilevamento incendi entro settembre 2025. Nel giugno 2025, infatti, un incendio boschivo sull’isola di Chios ha costretto all’evacuazione del CCAC locale e, nonostante la costruzione di un sistema di rilevamento incendi presso il CCAC di Vastria a Lesbo, il campo di Vastria è ancora privo di vie di fuga antincendio, il che significa che l’evacuazione in caso di incendio a Lesbo sarà ancora più difficile.  Nel frattempo, il governo continua ad affittare il sito per 748.800 euro all’anno e, dato il sostegno politico e finanziario della Commissione europea, il progetto rimane una priorità politica per la Grecia e l’Unione Europea. Se completato, il centro di Vastria, pur non essendo classificato come una prigione, istituzionalizzerebbe un sistema detentivo carcerario: la struttura è infatti creata per imporre limitazioni molto strette alla libertà di movimento, creando di fatto una zona grigia in cui migliaia di persone verranno private dei propri diritti, senza alcun processo legale.  PH: Legal Centre Lesvos In quest’ottica, il CCAC di Vastria prevede anche l’implementazione di due sistemi di intelligenza artificiale avanzata, Centaur e Hyperion, che combinano riconoscimento biometrico, sistemi di videosorveglianza, sorveglianza con droni e analisi comportamentale. Nel 2024, l’Autorità ellenica per la protezione dei dati ha già inflitto una multa significativa al Ministero della Migrazione per gravi violazioni del GDPR (Regolamento UE 2016/679 sulla Protezione Generale dei Dati, entrato in vigore nel 2018 7). Nel frattempo, in altre strutture, in particolare a Samo e Lesbo, sono stati segnalati casi di confisca sistematica dei telefoni dei residenti, limitando l’accesso all’assistenza legale e la supervisione esterna attraverso comunicazioni limitate 8.  Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA VITE MONITORATE: COME LA TECNOLOGIA RIDEFINISCE LA LIBERTÀ NEL CCAC DI SAMOS IN GRECIA Le organizzazioni denunciano monitoraggio oppressivo e abusi Rossella Ferrara 25 Agosto 2025 Lungi dall’essere uno spazio di accoglienza transitorio, il CCAC è concepito come un luogo di detenzione prolungata, con una capacità massima di 5.000 persone, tra cui famiglie, minori non accompagnati e richiedenti particolarmente vulnerabili, che vengono trattenuti per mesi in attesa di decisioni amministrative o di espulsione.  Le ONG, tra cui Amnesty International 9, denunciano già da tempo le diverse violazioni dei diritti di coloro che verranno rinchiusi in questo tipo di struttura. Oltre alla violazione dei diritti umani alla vita (nel caso specifico di Vastria si aggiunge il rischio di morire in un incendio, data la vicinanza ai boschi e la mancanza di vie di fuga), alla libertà e alla sicurezza, le persone migranti non vedranno garantiti nemmeno i propri diritti alla protezione dei dati personali e all’educazione: a causa dei problemi strutturali presenti nei programmi di integrazione e nell’accesso a strutture educative, infatti, molti giovani non avranno la possibilità di frequentare la scuola, né dentro né tanto meno fuori dal Centro, e saranno, al contrario, attivamente guidati verso l’esclusione e la criminalizzazione.  L’isolamento non è quindi un effetto collaterale, ma l’obiettivo di una chiara politica migratoria. Come sottolinea il report di Community Peacemaker Teams, Vastria rappresenta “l’incarnazione materiale di un cambiamento nella politica europea verso l’invisibilizzazione, il controllo tecnologico e l’esclusione burocratica. Secondo il progetto attuale, il centro rimane una potenziale trappola mortale – e un monumento a una politica migratoria fallimentare basata sulla reclusione piuttosto che sulla protezione” 10. Questo modello non si sviluppa in un vuoto istituzionale, ma è strettamente legato al nuovo Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo. Adottato nel 2024, dovrebbe essere “orientato ai risultati ma ben ancorato ai nostri valori europei” 11, come riporta il sito ufficiale della Commissione europea. La logica del Patto, che entrerà in vigore dal 2026, è messa in pratica in strutture come Vastria e comporta l’accelerazione delle decisioni in materia di asilo, la centralizzazione delle funzioni burocratiche, la riduzione al minimo delle garanzie procedurali e la rapida espulsione dei richiedenti respinti.  1. Greek PM seeks ‘reset’ with former far-right activist as migration minister, The Guardian (14 marzo 2025) ↩︎ 2. Migration minister scraps residence permit extension, Kathimerini (marzo 2025) ↩︎ 3. Greece names new ministers after high-level resignations over farm scandal. Thanos Plevris was appointed migration minister – Politico (28 giugno 2025); Θάνος Πλεύρης / Όταν ζητούσε νεκρούς μετανάστες και πρόσφυγες στα σύνορα (βίντεο) – AVGI (27 giugno 2025) ↩︎ 4. Lesvos Situation Report January – June 2025 – Legal Centre Lesvos ↩︎ 5. Quel che resta di Moria. A Lesbo per i rifugiati inizia un’altra detenzione di Valerio Nicolosi – Altreconomia (20 Settembre 2020) ↩︎ 6. Εικόνες σοκ από νέες υλοτομήσεις στη Βάστρια αποκαλύπτουν το έγκλημα κατά της φύσης – StoNisi (2 Maggio 2025) ↩︎ 7. Regulation (EU) 2016/679 of the European Parliament and of the Council ↩︎ 8. Report on the Situation in the Samos Closed Controlled Access Centre (CCAC), I Have Rights and Homo Digitalis – (Maggio 2025) ↩︎ 9. One year since Greece opened new “prison-like” refugee camps, NGOs call for a more humane approach (settembre 2022) ↩︎ 10. New report unpacks the construction of a migrant detention centre, a report by CPT Aegean Migrant Solidarity (16 luglio 2025) ↩︎ 11. Patto sulla migrazione e l’asilo ↩︎
Vite monitorate: come la tecnologia ridefinisce la libertà nel CCAC di Samos in Grecia
I report di I Have Rights, Border Violence Monitoring Network e Homo Digitalis 1 denunciano l’uso massiccio di tecnologie di sorveglianza e gravi violazioni della privacy da parte del Ministero greco dell’Immigrazione nel Centro Chiuso ad Accesso Controllato sull’isola greca di Samos. Reti e filo spinato circondano il centro (Amnesty international) Le tecnologie di sorveglianza sono uno strumento sempre più utilizzato per la gestione migratoria e i controlli di frontiera in Unione Europea. Negli ultimi vent’anni diversi sistemi informatici sono stati implementati ai nostri confini: Eurodac, dove sono raccolti e conservati dati biometrici di richiedenti asilo e persone migranti, il Sistema di Informazione Schengen, di Informazione Visti, di ingressi/uscite 2. Dal 2019 questi sistemi sono interoperabili, e ciò permette la creazione di veri e propri fascicoli di dati biografici e biometrici di ogni persona registrata, aumentando così il rischio di commistione tra sorveglianza e gestione amministrative delle domande d’asilo. Con l’approvazione a giugno 2024 del Nuovo Patto su Asilo e Migrazione questo sistema è stato potenziato. Parallelamente, l’entrata in vigore del nuovo AI Act 3 estende ulteriormente la possibilità di usare sistemi informatici e di intelligenza artificiale in frontiera. Le attività connesse al controllo dei confini sono infatti esentate dai rigidi obblighi contenuti nel Regolamento sull’intelligenza artificiale, e accademici e attivisti hanno già evidenziato come questo rischi di rendere la frontiera europea un laboratorio normativo opaco, in cui tecnologie invasive usate in situazioni di profonda asimmetria di potere sono usate senza rispettare i diritti fondamentali delle persone migranti 4. Questo coincide con una progressiva erosione dei diritti fondamentali in frontiera, luogo che è stato definito “zona anomala” 5 e “non-territorio” 6. Lo stesso concetto di frontiera è usato in modo flessibile, e include non solo la linea geografica di confine, ma anche i luoghi dove sono svolti i controlli di frontiera e in particolare i centri di accoglienza/trattenimento/detenzione per le persone migranti, quali gli hotspot italiani e i Centri Chiusi ad Accesso Controllato (CCAC) greci. La Grecia ha difatti avuto un ruolo di primo piano nel definire le eccezioni dell’AI Act in frontiera. A novembre 2023 il delegato greco ha richiesto l’utilizzo illimitato dei sistemi di RBI (Real-time biometric identification) – altrimenti vietati dall’AI Act – nelle zone di frontiera. In una situazione di crescente ambiguità normativa, le autorità greche non hanno specificato se i CCAC rientrano o meno nella definizione di frontiera. Tuttavia, diversi report 7 svelano che già prima del novembre 2023 tecnologie di IA erano state istallate nel CCAC di Samos, e come evidenziato da un’indagine di Statewatch 8 il territorio greco è usato come laboratorio: il budget stanziato dall’UE per i controlli di frontiera in Grecia tra il 2021 e il 2027 è di più di 1 miliardo di euro, un aumento del 248% rispetto al budget precedente 9. Gli stessi CCAC rappresentano per ora un esperimento delle istituzioni europee: progettati dopo l’incendio nell’hotspot di Moria a Lesbo del 2020, sono stati finanziati dall’Unione Europea e costruiti come precursori dei centri di screening introdotti dal Nuovo Patto su Asilo e Migrazione9. Il centro di Samos è stato il primo ad aprire, il 18 settembre 2021, seguito da analoghe strutture a Kos, Leros, Lesbo e Chio. Il centro di Samos è composto da decine e decine di container, dove le persone trattenute vivono. Le varie aree sono separate da checkpoint, segnati da tornelli, barriere e filo spinato e controllate dalla polizia greca, dalla polizia di frontiera, e da addetti alla sicurezza di G4S, una azienda privata. Le condizioni materiali, già critiche per le strutture inadeguate, sono complicate dal sovraffollamento. Al momento della pubblicazione del report di I Have Rights, a inizio 2025, le persone trattenute a Samos erano 4303, il 118% della capacità del CCAC. Amnesty International dopo una visita a fine 2023 descrive il centro – che l’Unione Europea aveva promesso sarebbe stato “aderente agli standard europei” per garantire “condizioni abitative migliori per tutti” – come un “incubo distopico”: un campo militarizzato, senza le infrastrutture e i servizi più essenziali, dove, con il pretesto di identificare le persone, le autorità sottopongono sistematicamente i richiedenti asilo a detenzione illegittima e arbitraria 10. Sono forse questi gli standard europei promossi dal Nuovo Patto? L’elemento chiave del sistema dei CCAC è la restrizione della libertà delle persone trattenute. In teoria, la permanenza nel centro dovrebbe durare massimo 5 giorni, ma nella maggior parte dei casi viene estesa a 25 giorni e oltre, spesso senza una decisione ufficiale a riguardo; durante questo periodo non è possibile uscire dal centro, salvo rare eccezioni (cure mediche, attività ricreative per i minori). I Have Rights ha dimostrato che un tale livello di restrizione deve essere qualificato come detenzione de facto 11, e la stessa Commissione Europea – promotrice e finanziatrice dei centri – ha individuato nella detenzione sistematica dei richiedenti protezione una violazione del diritto dell’UE, in una procedura di infrazione iniziata contro la Grecia. Le restrizioni alla libertà personale sono però ancora più profonde. I check point e in particolare le tecnologie di sorveglianza nel campo creano un ambiente estremamente securitizzato, dove ogni movimento è controllato e registrato. Le telecamere del sistema Centaur, installate anche negli spazi usati come abitazioni (I have rights) Per attraversare i checkpoint che separano le varie zone del CCAC è necessario presentare una tessera di identificazione biometrica e scannerizzare le proprie impronte digitali. Il controllo è capillare: in base a quanto riportato da IHR e BVMN, il CCAC di Samos è dotato di almeno quattro sistemi informatici: Centaur, Hyperion, Rea e Alkioni, finanziati dall’Unione Europea. Centaur utilizza algoritmi di analisi dei movimenti e trasmette immagini, video, e audio delle telecamere a circuito chiuso e raccolti dai droni ad una sala di controllo nel Ministero della Migrazione e l’Asilo. Secondo IHR, le informazioni fornite dal Ministero greco non chiariscono se Centaur usa sistemi di IA oppure algoritmi di analisi dei comportamenti. Le aziende coinvolte nello sviluppo e utilizzo dei sistemi sono almeno cinque, di cui tre greche (ESA Security, Space Hellas, Adaptit) e due israeliane (ViiSights e Octopus, che hanno tra i propri clienti anche il governo israeliano). In base alle interviste condotte nel campo, le telecamere e i droni sono presenti anche nei luoghi dove le persone vivono e dormono – nonostante le rassicurazioni del Ministero. Una parte delle persone intervistate ha riportato di sentirsi al sicuro grazie ai sistemi di sorveglianza, ma a causa della mancanza di informazioni molti hanno espresso dubbi a riguardo e paragonato il campo ad una prigione. La presenza di aziende israeliane nel CCAC non è senza conseguenze: dopo il 7 ottobre 2023, centinaia di residenti del campo hanno protestato contro la risposta di Israele, e un drone è subito intervenuto per raccogliere immagini e video da trasmettere ad Atene in tempo reale; subito dopo i cancelli che separano le varie zone del campo sono stati chiusi, e cinque richiedenti asilo arrestati 12. Il sistema Hyperion utilizza dati biometrici per monitorare gli ingressi e le uscite dal CCAC. I richiedenti asilo devono presentare le proprie impronte digitali nonché avere con sé carte elettroniche dove sono registrate foto, impronte digitali e firma del possessore, che vengono lette attraverso sistemi di Radio Frequency Identification. È da notare che nessuno degli operatori che lavorano nel campo ha acconsentito a registrare le proprie impronte digitali, ritenendolo non necessario e una violazione dei loro diritti, e accedono quindi tramite le proprie carte di identità, che non contengono dati biometrici. Il mediatore europeo ritiene che l’infrastruttura di sorveglianza del CCAC ricalchi quello di un carcere, e dubita che il rispetto per la dignità umana e la protezione dei minori e delle persone vulnerabili siano possibili in una simile struttura 13. Anche la Relatrice speciale sul traffico delle persone delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per le tecnologie di sorveglianza utilizzate, che, insieme alla posizione isolata rispetto al centro abitato di Samos, causa restrizioni alla libertà personale e mancanza di servizi 14. Secondo IHR e BVMN, questo si allinea perfettamente con la politica delle autorità greche, che a gennaio 2025 sono state ancora una volta sanzionate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per detenzione sistematiche e respingimenti 15. Samos, dopo Lesbo, è l’isola greca dove si registrano più push-back. L’utilizzo massiccio di sistemi algoritmici e di IA aumenta anche il rischio di bias contro le persone trattenute nel centro, che potrebbero essere segnalate come minaccia in base a bias algoritmici. L’agenzia dell’UE per i Diritti Fondamentali ha espresso i propri dubbi proprio rispetto all’algoritmo usato da Centaur, chiedendo al Ministero greco per la Migrazione e l’Asilo di condividere più informazioni riguardo al suo funzionamento. Al momento della pubblicazione del report di IHR e BVMN, il Ministero non aveva ancora dato seguito a queste richieste. L’Autorità per la Protezione dei Dati (APD) greca è intervenuta ad aprile 2024, in seguito a segnalazioni di organizzazioni della società civile greca, comminando una sanzione record (175000 €) al Ministero per la Migrazione per gravi violazioni del GDPR (il Regolamento UE sulla protezione dei dati). Tra le violazioni, l’APD ha individuato mancanza di trasparenza riguardo proprio ai sistemi Centaur e Hyperion. Oltre alla multa, ha poi ordinato al Ministero di conformarsi al GDPR entro luglio 2024, evidenziando quattro punti: violazione dei principi di legalità e trasparenza per la mancanza di una base giuridica chiara per il trattamento dei dati; violazione del diritto delle persone migranti ad una informazione completa; assenza di un chiaro protocollo per la valutazione obbligatoria sulla protezione dei dati; infine, mancata cooperazione del Ministero con l’APD. A partire da questa storica decisione, IHR e Homo Digitalis hanno condotto un’indagine tra luglio 2024 e marzo 2025 per monitorare la risposta del Ministero 16. La conclusione raggiunta, grazie a interviste e analisi del quadro giuridico, è che il Ministero non ha adempiuto al proprio obbligo, e le violazioni nel CCAC di Samos continuano: le persone trattenute nel centro non ricevono informazioni sufficienti sui sistemi di sorveglianza utilizzati, e riportano di non avere la possibilità di rifiutare la registrazione delle impronte digitali o la consegna dei telefonini – che sono sistematicamente ritirati e controllati. Secondo il report, il Ministero greco non ha inoltre fornito chiarimenti sui protocolli utilizzati né sugli algoritmi di Centaur e Hyperion, rendendo impossibile una valutazione imparziale del loro impatto sui diritti fondamentali. I report di I Have Rights, Border Violence Monitoring Network e Homo Digitalis si concludono con tre raccomandazioni rivolte alle istituzioni greche ed europee: si richiede trasparenza e individuazione delle responsabilità in capo alla Polizia Ellenica e per gli algoritmi di Centaur e Hyperion; è imprescindibile proteggere i diritti delle persone in movimento, fermando la confisca sistematica dei telefoni, fornendo informazioni chiare e accessibili sulle tecnologie di sorveglianza usate nel CCAC, e utilizzando sistemi meno invasivi di registrazione; è necessario approntare tutele contro la discriminazione algoritmica, controllando l’algoritmo di Centaur e pubblicando regolarmente report di valutazione dell’impatto che queste tecnologie hanno su persone vulnerabili, che si trovano in posizione di grande debolezza rispetto alle autorità. Il crescente impiego della tecnologia nel contesto migratorio – raccolta di dati, interoperabilità delle banche dati, sistemi decisionali automatizzati – genera maggiore incertezza riguardo alle responsabilità legali e ai mezzi di ricorso. La Grecia e l’Unione Europea stanno utilizzando il CCAC di Samos come territorio di prova, e con il Nuovo Patto e l’AI Act si preparano a rafforzare ulteriormente il ricorso a tecnologie di sorveglianza e controllo automatizzato delle frontiere. Il lavoro di organizzazioni come IHR, BVMN e Homo Digitalis è sempre più essenziale per garantire il monitoraggio da parte della società civile e mantenere al centro del dibattito politico la protezione delle persone, non dei confini. 1. NGOs on Samos uncover a covert operation against asylum seekers and the invasive use of technology in the Samos Closed Controlled Access Centre ↩︎ 2. Visti, di ingressi/uscite Sicurezza e migrazione: sistemi informatici a livello di UE, Consiglio Unione Europea. Statewatch ed Euromed Rights ne hanno fatto un’analisi critica: leggi ↩︎ 3. Legge sull’IA ↩︎ 4. In particolare la #Protectnotsurveil coalition ↩︎ 5. G. Campesi, The EU Pact on Migration and Asylum and the Dangerous Multiplication of ‘Anomalous Zones’ for Migration Management ↩︎ 6. J. P. Cassarino, The Pact on Migration and Asylum: Turning the European Territory into a Non-territory? ↩︎ 7. Come quelli di Solomon e di I Have Rights e Border Violence Monitoring Network (Qui il rapporto) ↩︎ 8. Consulta l’indagine ↩︎ 9. Le istituzioni europee denominano infatti i centri Multi-Purpose Reception and Identification centres, Melting Pot (2023) ↩︎ 10. People seeking asylum detained in EU-funded “pilot” refugee camp on Samos, Amnesty (30 luglio 2024) ↩︎ 11. The EU-Funded Closed Controlled Access Centre – The De Facto Detention of Asylum Seekers on Samos ↩︎ 12. Invisible Walls: How AI Tech at Europe’s Borders Threatens People Seeking Refuge ↩︎ 13. Decision in strategic inquiry OI/3/2022/MHZ on how the European Commission ensures respect for fundamental rights in EU-funded migration management facilities in Greece ↩︎ 14. Leggi la relazione ↩︎ 15. G.R.J. c. Grecia. 2025. No. 15067/21 e A.R.E. c. Grecia.2025. No. 15783/21 ↩︎ 16. Leggi l’indagine ↩︎