La vita di tutti i giorni
IN TUTTE LE CULTURE, SE PUR IN FORME DIVERSE, LA VITA DI OGNI GIORNO È IN GRAN
PARTE COSTITUITA DA FACCENDE ROUTINARIE, DA ATTESE (LEGATE AL CORPO MA ANCHE AD
ESIGENZE CHE NON CONTROLLIAMO COMPLETAMENTE, ATTENDERE UN AUTOBUS, FARE LA FILA
PER LA SPESA, ASPETTARE I FIGLI ALL’USCITA DA SCUOLA…), INFINE, DA MOMENTI
DEDICATI A SOGNI COLLETTIVI, QUELLI CHE SPINGONO GRADUALMENTE LE «MENTALITÀ»
VERSO UNA TRASFORMAZIONE. LA TERZA CATEGORIA È L'”ARCHEOLOGIA DEL PRESENTE” DI
CUI SI SONO OCCUPATI, TRA GLI ALTRI, FOUCAULT E BENJAMIN, CHE TROVA NELLA CITTÀ
LO SPAZIO PRIVILEGIATO IN CUI PRENDERE FORMA TRA NON POCHE CONTRADDIZIONI. PER
CAPIRE E FAVORIRE PROCESSI SOCIALI DI CAMBIAMENTO BISOGNEREBBE NON PERDERE DI
VISTA QUESTA ARTICOLAZIONE DELLA VITA QUOTIDIANA, RICCA DI SITUAZIONI CHE
SEMBRANO POCO RILEVANTI PERCHÉ IL TEMPO APPARE RALLENTATO. NELLE LIBRERIE È
ARRIVATA LA NUOVA EDIZIONE DEL LIBRO SCRITTO PER ELEUTHERA DA FRANCO LA CECLA E
PIERO ZANINI, UNA MORALE PER LA VITA DI TUTTI I GIORNI (DI CUI PUBBLICHIAMO IL
CAPITOLO “LE REGOLE DEL NON FAR NIENTE”), UN TESTO CHE ILLUMINA I MODI E GLI
SPAZI, I VOLTI E I LUOGHI ATTRAVERSO CUI LE PERSONE COMUNI DANNO SENSO AI FATTI
DELLA VITA
“‘E carcioffole arrustute” a Pagani (Salerno). Foto di Ferdinando Kaiser
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“La vita non ha parti, ma volti e luoghi”
Maria Zambrano, Chiari nel bosco
Due antropologi svedesi, Billy Ehn e Orvar Löfgren, hanno scritto un libro sul
«far niente» [The Secret World of Doing Nothing, University of California Press,
2010] che è un racconto dei modi in cui la gente occupa la propria vita
quotidiana con faccende che sembrano irrilevanti, ma che ne costituiscono il
vero sostrato. Essi distinguono tre categorie di attività del «non far niente».
Le prime sono le routine, quello che la gente fa per abitudine: le abitudini
alimentari, quelle del vestire, del parlare, le frasi fatte, i gesti, le
consuetudini che possono essere vissute come rassicuranti o oppressive, ma che
in ogni caso ricorrono nella vita quotidiana, rendendola una specie di
ripetizione costante e allontanando l’angoscia del vuoto, dell’inedito,
dell’irruzione dell’inaspettato nella vita.
Avere delle routine può dare una grande dolcezza allo scorrere del tempo, farlo
assomigliare al ricorrere del giorno e della notte, ai cicli delle stagioni, al
mutare delle piante e dei fiori. A volte non c’è niente di meglio che potersi
abbandonare alla sicurezza di queste ricorrenze, dove la cultura diventa per un
po’ natura, fa finta di essere anch’essa parte dei cicli e delle stagioni. Le
routine sono gli appigli che salvano nei momenti difficili, che consentono di
vivere i drammi personali e collettivi, le crisi epocali e le trasformazioni del
mondo. Sono ciò per cui si può dire «la vita continua».
La filosofia e la sociologia si sono rese conto di queste strutture ripetitive e
le hanno chiamate in vario modo, dalle «forme di vita» di Ludwig Wittgenstein,
alle «tecniche del corpo» di Marcel Mauss, agli «habitus» di Pierre Bourdieu,
alla morale «ordinaria» di cui parla Stanley Cavell rielaborando Wittgenstein,
fino a quella che Peter Sloterdijk chiama «atletica quotidiana», l’ascetica del
ripetere. Solo ripetendo gesti, parole, azioni, esse diventano parte di noi, e
allo stesso tempo sono un training che ci consente di trasformare il nostro
corpo e la nostra mente, rendendoci capaci di stare a nostro agio nella società
che ci circonda. Sono buona parte di ciò che si è definito altrove Saperci fare
[Franco La Cecla, elèuthera, 2009 (1999)], una nonchalance, uno stare a proprio
agio in azioni, pratiche, maniere quotidiane.
Quest’ultimo aspetto rappresenta qualcosa di simile a un mestiere: si apprende a
«saper fare» come si apprende a «saperci fare», a essere simpatici, socievoli,
seduttivi, convincenti, come si apprende a sembrare di essere esperti, bravi,
competenti, uno che sa fare «il proprio mestiere». E per i luoghi è lo stesso.
Il mestiere di abitarli richiede l’abilità di orientarcisi, di usarne le
risorse, di appartenervi e di essere capaci di usarli come punto di partenza per
le proprie esperienze nel mondo.
La quotidianità non è spontanea, anzi è la cosa meno spontanea che esista. Al
punto tale che se chiedete a una popolazione perché fa le cose che fa, giorno
per giorno, l’unica risposta è «perché si è sempre fatto così». Il corpo,
individuale o collettivo, assorbe nel ripetere dei gesti delle lezioni che
dimentica. Diventa un corpo competente, ma che non sa davvero di sapere perché
gli è diventato naturale fare o non fare certe cose. Le «tecniche del corpo» di
cui parla Marcel Mauss, ma anche «l’uomo bricoleur» di Claude Lévi-Strauss, sono
questo genere di competenze incoscienti. Non bisogna imparare ogni volta a
muoversi, a guidare una macchina, a camminare in un certo modo, a dormire
secondo certi ritmi, a sedurre, a saper tenere una conversazione, a saper
cucinare, a saper nutrire i figli, a raccontare storie, a distinguere in una
foresta o in una città le risorse per la vita quotidiana.
La seconda categoria definita dagli antropologi svedesi è quella delle attese.
La vita quotidiana è scandita da continue attese, che sono in parte le attese
del corpo – la fame, la sete, il desiderio, il sonno – e in parte sono attendere
il tram, attendere il proprio turno alle poste, fare la fila per comprare,
attendere i figli che escono da scuola, attendere la pioggia, attendere il sole,
attendere che le cose si chiariscano, attendere qualcuno, attendere la nascita
di un figlio. Le attese sono movimenti lenti del tempo, momenti in cui sembra
che il tempo sia più lento di noi, e noi dobbiamo conformarci a esso per essere
capaci di attendere.
Le attese, come dice la compianta Wisława Szymborska [«Qualche parola
sull’anima», in Pietro Marchesani (a cura di), Cwila (Attimo), Scheiwiller,
2004], sono situazioni in cui a volte l’anima non c’è:
L’anima la si ha ogni tanto,
nessuno la ha di continuo,
e per sempre.
Giorno dopo giorno,
anno dopo anno,
possono passare senza di lei. […]
Di rado ci dà una mano
in occupazioni faticose,
come spostare mobili,
portare valige
o percorrere le strade con scarpe strette.
Quando si compilano moduli,
si trita la carne,
di regola ha il suo giorno libero. […]
Gioia e tristezza
non sono per lei due sentimenti diversi,
è presente accanto a noi
solo quando essi sono uniti.
Possiamo contare su di lei
quando non siamo sicuri di niente
e curiosi di tutto. […]
Si direbbe che
così come lei a noi,
anche noi siamo necessari a lei per qualcosa.
L’anima non c’è durante le attese perché dobbiamo confonderla con il tempo che
ci obbliga a divenire passivi, a farci portare dal suo scorrere lento, troppo
lento.
Ci sono attese collettive, pazienze e resistenze che richiedono la speranza che
le cose possano cambiare, c’è quella che James C. Scott chiama «l’arte della
resistenza» [Il dominio e l’arte della resistenza, elèuthera, 2024 (2006)],
quella che sta dietro alla storia ufficiale, che crea la sotterranea paziente
capacità di creare spazi di opposizione, come adesso in Cina dove sono i social
networks a formare una rete fondamentale di commento e di diversità dentro al
verbo nuovo del partito al potere, che invita tutti ad arricchirsi e a
consumare, ma impedisce qualunque forma di riunione, di raggruppamento, di
discussione in luoghi pubblici. Sono le attese in cui si formano nuove identità,
quelle derive care agli antropologi che sanno che le culture non vengono
spazzate via in un batter d’occhio, ma che sotterraneamente resistono e, in
forme più o meno trasformate, riemergono alla superficie quando finalmente
possono farlo.
Infine, la terza categoria proposta è quella del day-dreaming. Quella del
sonnambulismo di Tarde o dei sogni a occhi aperti di Benjamin. La gente, le
folle, quelle che una volta venivano chiamate le masse, le popolazioni, intere
tribù, intere comunità insediate nei super slums di Mumbai o Caracas sognano a
occhi aperti e a occhi chiusi. Dharavi, uno slum di Mumbai molto presente nel
cinema indiano, sogna un mondo che somiglia un po’ a quello di Bollywood e dei
suoi eroi ed eroine, ma sogna anche altri mondi possibili; e sono questi sogni
che smuovono la tettonica della storia, che spingono quelle che gli storici
chiamano «mentalità» verso una trasformazione, che rendono la verità che la
gente cerca nella propria vita qualcosa che va reso attuale con una tensione che
è sopportata da un’intera città, da un’intera comunità. È la categoria
dell’archeologia del presente di cui si è occupato Michel Foucault e che è stata
raccontata in maniera sublime da Walter Benjamin.
Benjamin intuisce – soprattutto nei testi su Parigi capitale del xix secolo –
che la collettività viene trasportata da derive oniriche in cui sono gli spazi
della città a giocare un ruolo fondamentale. Le città sono spazi dentro cui i
sogni a occhi aperti o chiusi delle folle possono trovare una concretezza in cui
diventare visibili, come nei passages parigini alla fine dell’Ottocento. Le
società si muovono su queste esperienze. Intere folle utilizzano come spazio dei
propri sogni la città in cui vivono e vi proiettano, proprio come su uno schermo
al cinema, i propri desideri collettivi. Ci sono esperienze di intere
generazioni che stanno alla base di movimenti che conducono alla vertigine della
modernità, all’attrazione per l’illusione del cinema, alla tentazione
dell’ubiquità, alla volontà di liberarsi da strutture politiche e sociali
oppressive, a paure profonde che spingono la gente nelle mani del potere
peggiore, a sogni di arricchimento o di eguaglianza, a sogni di redenzione, di
palingenesi. Il cinema, i media, la velocità sono stati i sogni della cultura
occidentale per oltre un secolo e oggi lasciano spazio ad altre derive, quelle
di un mondo sentito come tutto raggiungibile, o al contrario quelle di un
localismo vissuto come difesa, o ancora il sogno dell’eterna compagnia – i media
sempre con noi – e quello dell’individualismo più estremo.
È quanto possiamo intuire ancora adesso guardando il documentario Tahrir:
Liberation Square [2012] di Stefano Savona che racconta la piazza Tahrir del
Cairo, quella che è stata ed è ancora la protagonista della lunga e faticosa
rivoluzione egiziana. È stato lo stare in piazza, nello spazio in cui ci si
accampa e si resiste alla polizia di Mubarak, a dare finalmente alla dimensione
della scontentezza di un regime la carne solida del farsi città, la
trasformazione dei sogni in possibilità. Quello che prima era sussurrato con
paura diventa ora un insieme di volti in un luogo. È in questa piazza che ciò
che era sogno clandestino è diventato un faccia a faccia di gente diversa che
finalmente si parla apertamente come mai avrebbe osato prima dell’«invenzione»
di piazza Tahrir come luogo del riscatto.
In questo stare accanto, nell’imitazione dei corpi insieme e nella loro
suggestione reciproca, le routine e le attese quotidiane sono sotterraneamente
condotte dall’erotismo del legame sociale, che è anche, come ci ha insegnato
Benjamin, un erotismo «apparentemente» spostato sulle merci. Le piazze e le
strade delle città sono luoghi del mercato come messa in atto dei desideri
collettivi, come rappresentazione della vita collettiva che può diventare
scambio e progetto e speranza. Se non si capisce l’aspetto onirico delle città e
della loro vita quotidiana, il comportamento delle folle può apparire assurdo,
inesplicabile. È l’erotismo dello spazio sociale che fa sì che luoghi come i
grandi magazzini siano così amati dalle folle come lo sono stati i passages
parigini del xix secolo. Una delle caratteristiche della vita quotidiana è
proprio questo rapporto con le merci, con il farle diventare animate, come se
fossero persone. Il feticismo delle merci, intuito da Marx ma veramente scavato
solo da Benjamin, significa che le merci sono erotiche perché vi si attacca la
vita e lo scambio che le persone vi fanno. Le cose, gli oggetti in vetrina, sono
vivi e fanno parte della società e degli scambi desideranti che avvengono nella
vita di ogni giorno.
Il day-dreaming del contadino inurbato a Pechino o a Hanoi in parte è frustrante
e in parte è una sostituzione del desiderio che deve circolare in una società
perché essa senta il movimento che conduce la vita quotidiana. Il desiderio è
desiderio sociale, di corpi compresenti nei luoghi pubblici della città.
Le merci ne sono un tramite.
Benjamin insiste sulla dialettica tra sogno collettivo e veglia, sulle derive
oniriche che si inabissano ed emergono, e che per lui hanno a che fare con il
messianismo di cui era convinto, con il desiderio di liberazione che spinge
avanti la storia. La chiave messianica spiega in che modo l’ordinario «covi» il
futuro, in che modo i suoi semi vengano tenuti al caldo da quei sogni a occhi
aperti che Benjamin aveva individuato così bene nell’immaginario collettivo.
Questo fiume profondo che scorre sotto la storia, il fiume profondo del
day-dreaming quotidiano, va avanti fin quando non «cozza» contro qualcosa, e
allora le falde tettoniche si sollevano, nuovi continenti emergono e altri si
inabissano.
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