Tra crisi sociale e Stato di Polizia: riflessioni sul capitale sociale
Mentre come ad ogni Natale e anno nuovo la Polizia di Stato ed altre forze
armate o dell’ordine cercano di superarsi in folcloristiche partecipazioni in
veste di angeli protettori, accudenti ed affettuosi, soprattutto verso i bambini
e le bambine, preferibilmente se colpiti da tumore, quest’anno, proprio sotto le
festività, abbiamo anche dovuto assistere ad imbarazzanti pubblicità di Leonardo
SpA, in prima serata su LA7 e anche sulla TV di Stato.
Tra un panettone e l’altro, un “prodotto” come Leonardo SpA, ovvero l’antitesi
di un bene di largo consumo, ci viene proposto, in perfetto stile war-washing,
puntando tutto sul meno compromettente “mondo digitale”. Possiamo dire, a buon
diritto che l’ufficio comunicazione e immagine di questo produttore di morte, è
leader anche in assenza totale di vergogna, se mai ne avesse avuto una.
Ma, tornando alle strategie di comunicazione-propaganda della Polizia di Stato
che quest’anno ha coinvolto addirittura il reparto di élite dei NOCS (Nucleo
Operativo Centrale di Sicurezza) che si sono calati con delle funi, vestiti da
Babbo Natale, dall’alto del Policlinico Umberto I di Roma per introdursi in un
reparto di oncologia pediatrica passando dalla finestra, dobbiamo fare
riferimento al concetto sociologico di “capitale sociale“.
In particolare, dobbiamo guardare alla sua “crisi”, per spiegare anche
l’affollarsi, sempre sotto le feste, anche di notizie di poliziotti o
carabinieri che salvano o ritrovano vite o evitano suicidi.
Viene definito come “capitale sociale” in sociologia e metodologia della ricerca
sociale quel reticolo relazionale cui ognuno di noi può fare ricorso in caso di
una qualsiasi necessità o anche semplicemente per sentirsi ed essere
effettivamente/pienamente incluso socialmente.
Una delle tendenze, in stile legalitario, della cultura militarizzante odierna,
è quella che vede il mondo delle forze dell’ordine e militari, intromettersi in
questo reticolo proponendosi come garante delle relazioni stesse: c’è una lite
furibonda all’ interno di in una coppia? Si chiama il 112. C’è un ragazzino che
da qualche giorno non si vede più? Alcune persone che lo vedono stazionare
davanti a un negozio con dei disegni in mano, invece di chiedere direttamente al
bimbo dove sta di casa o che fine hanno fatto i genitori, si affidano ancora una
volta al 112. C’è un’anziana signora che sta per lanciarsi da un parapetto?
perché è presa dallo sconforto di essere sola in un mondo intento ad addentare
fette di panettone e scartare regali in famiglia? Anche qui il rimedio
considerato evidentemente il più sicuro è il 112! Un’anziana signora, colpita da
un vuoto di memoria si perde durante una passeggiata all’interno del mercato
rionale di Testaccio a Roma? Anche qui si chiamano i militi e la signora ritorna
sana e salva nella propria casa di riposo riuscendo fortunatamente a festeggiare
il suo 87° compleanno circondata dall’affetto dei familiari che in quel caso
erano ben presenti all’evento!
In tutti questi recenti casi, che rappresentano solo alcune tra le innumerevoli
situazioni e che confermano quell’investimento di fiducia che viene rivolto a
forze armate e forze dell’ordine segnalato da tutte le più recenti da indagini
sociali, (ISTAT 2025 e 37° Rapporto Eurispes) l’intervento potrebbe essere
risolto forse più efficacemente da un amico, un parente o da personale esperto.
In una società che però ha puntato negli ultimi decenni sulla competizione e
sull’individualismo, soprattutto nei centri urbani dove controllo sociale e
appunto “capitale sociale” si sono notevolmente affievoliti, il 112 sembra
l’ultimo baluardo per un controllo che di fatto è tutt’altro che “sociale”, ma
nasconde invece un vero e proprio controllo poliziesco travestito da buon
samaritano.
A parte il tema della solitudine e delle carenze, appunto, di capitale sociale,
sembra farsi strada una sorta di auto-censura qualunquista che spinge a non
intervenire per non mettersi nei guai, per non compromettersi in prima persona e
assumersi eventualmente una qualche responsabilità anche come educatori/trici e
insegnanti.
È capitato, ad esempio, che in presenza di una giovanissima studentessa di liceo
con evidenti problemi psichici che durante una sua crisi, invece di essere
contenuta amorevolmente dall’insegnante di sostegno coadiuvata eventualmente dai
suoi colleghi, venisse chiamato, appunto, il 112 tramutando il caso in un
problema di ordine pubblico; in un’altra situazione, un sospettato di spaccio di
cannabis all’interno di una scuola in provincia di Roma, viene affidato a due
carabinieri che in divisa fanno irruzione con la macchina di servizio proprio
nell’orario di punta, alla fine delle lezioni, sfilando davanti a centinaia di
studenti.
Si può dire che parallelamente alla “medicalizzazione del comportamento non
conforme” e quindi all’esplosione di forme di standardizzazione nel rapporto
umano tra docenti e giovani a volte in stato di disagio e sofferenza(dai BES, ai
DSA ecc.) si è fatto strada una sorta di visione legalitaria del rapporto stesso
che pervade la società nel suo complesso e quindi anche il microcosmo della
scuola.
Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università
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