Samuel Hawley / Se ci fosse stata una terza bomba atomica
Sono passati 80 anni, dalle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Sono passati
80 dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la guerra che si disse sarebbe
stata la fine di tutte le guerre. In realtà 80 anni dopo siamo qui non solo a
contare quante altre guerre ci sono state, e quante ce ne sono in corso, ma
anche a temere altre bombe atomiche. Ora si chiamano ordigni nucleari, nessuno
sa con precisione quanti ce ne siano in giro ma sicuramente troppi, e li
trattiamo con una certa disinvoltura, quasi fossero diventate armi comuni. E per
questo le percepissimo come meno pericolose.
A ricordarci Hiroshima e Nagasaki è anche uscito un bel romanzo, Daikon, di
Samuel Hawley, che parte dai fatti e dalla storia vera per immaginare un finale
diverso. Siamo in Giappone, nel 1945, le voci che l’imperatore abbia deciso di
dichiarare la sua resa agli Stati Uniti sono insistenti e disturbanti
soprattutto per quei militari che vedono la resa come l’ignominia e il disonore
peggiore che possa capitare. Militari che il suicidio piuttosto che la
sconfitta. Tokyo è stata bruciata quasi del tutto, la popolazione giapponese si
sta preparando ad affrontare l’invasione americana difendendo il territorio
centimetro per centimetro e a qualsiasi costo.
Poi un giorno un B29, potente aereo americano, viene abbattuto dalla marina
giapponese. Una volta caduto, rivela al suo interno uno strano oggetto. La forma
ricorda quella del daikon, il ravanello bianco molto usato nella cucina
orientale. A studiare lo strano oggetto viene chiamato uno scienziato, che aveva
fatto parte di un progetto sullo sviluppo di una bomba atomica, poi miseramente
fallito: Keizo Kan.
Keizo Kan ha perso la figlioletta nel bombardamento di Tokyo; la moglie, nata e
cresciuta in America, è in prigione sospettata di tradimento. Keizo Kan non ha
nulla da perdere e molto da sperare, accettando di studiare lo strano oggetto
caduto dal cielo. Si tratta di una bomba all’uranio, con la superficie coperta
di scritte in inglese che formano una sorta di codice di messaggi per i
destinatari giapponesi, piuttosto semplice nella sua potenza. Sotto la guida di
un colonnello disposto a tutto tranne che alla resa, la bomba viene smontata e
rimontata, e il piano è quello di sganciarla su San Francisco… la città dove
Keizo Kan ha studiato e conosciuto sua moglie.
La tensione è altissima, nel romanzo e nei personaggi, perché sono in gioco
nello stesso tempo le vite singole di ogni protagonista della storia, e le sorti
della guerra e del mondo. Parteggiamo naturalmente per Keizo Kan, con i suoi
dubbi da scienziato consapevole, con la sua visione che l’onore di un essere
umano non consiste nella fedeltà all’imperatore e ai valori tradizionali ma
piuttosto nella capacità di convivere pacificamente con gli altri,
indipendentemente dalla provenienza geografica.
C’è un forte richiamo all’attualità, in questo romanzo: l’ostinazione dei
militari nel compimento del dovere, l’obbedienza cieca e la violenza insita
nell’esercizio del potere da un lato, e la sensibilità e la ragionevolezza che
nascono dalla conoscenza e dallo studio, dall’altro. Ci evocano i confitti da
cui siamo circondati e spaventati, l’urgenza di insistere sulla necessità della
pace, della scoperta attiva della parte buona di noi, dell’impegno di ciascuno e
di tutti per ridefinire il senso della nostra presenza sulla Terra e tornare a
collaborare per continuare a stare su questo pianeta senza minacciarlo di
distruzione con ogni nostro atto.
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Pulp Magazine.