E l’Europa di Ventotene? Perché l’Europa non si ribella alla subordinazione agli USA? Stop al riarmo
L’Europa, nata dalle ceneri di due conflitti mondiali con la promessa di non
ripetere gli orrori del passato, sembra oggi aver smarrito la propria bussola
morale. La sua identità, forgiata nel faticoso percorso verso la pace e la
cooperazione, appare sempre più offuscata da un allineamento acritico alle
politiche di Washington e da una corsa al riarmo che tradisce i suoi stessi
principi fondanti. La domanda che si impone, con urgenza e preoccupazione, è:
dov’è finita la coscienza europea?
Una subordinazione che soffoca l’autonomia
Per decenni, l’Europa ha cercato di affermare la propria autonomia strategica,
economica e diplomatica. Eppure, di fronte alle recenti crisi globali, questa
aspirazione sembra essersi dissolta. Le decisioni in materia di politica estera,
le sanzioni economiche e gli schieramenti militari appaiono sempre più in
sintonia con gli interessi statunitensi, spesso a scapito di un’analisi
indipendente e di una ricerca di soluzioni diplomatiche che potrebbero servire
meglio gli interessi del continente.
Questa subordinazione non è solo una questione di geostrategia, ma una profonda
crisi di identità. L’Europa ha rinunciato a essere un attore pacificatore e un
ponte tra le diverse potenze mondiali, preferendo il ruolo di alleato
subalterno. Questo asservimento non fa che indebolire la sua posizione,
rendendola più vulnerabile agli effetti collaterali di conflitti non suoi e
alienandola dalla sua vocazione originaria.
La pericolosa illusione del riarmo
Il secondo grande tradimento della coscienza europea è la frenetica corsa al
riarmo. I bilanci della difesa in tutto il continente stanno lievitando,
deviando risorse preziose che potrebbero essere investite in sanità, istruzione,
protezione sociale e lotta contro la crisi climatica. La retorica del “bisogno
di difendersi” sta giustificando un’espansione militare che alimenta l’industria
bellica e spinge il mondo verso una nuova e pericolosa era di militarizzazione.
Il riarmo, lungi dall’essere una garanzia di sicurezza, non fa che accrescere le
tensioni e perpetuare un ciclo di paura e sospetto. Un’Europa armata non è
un’Europa più sicura, ma un continente che si allontana sempre di più dal suo
ruolo storico di promotore del dialogo e del multilateralismo. Si sta
abbracciando una visione del mondo basata sulla forza, dimenticando che la pace
non si costruisce con le armi, ma con la fiducia reciproca e la cooperazione.
Un richiamo alla coscienza perduta
La coscienza europea, se non è del tutto scomparsa, è certamente silenziata. I
movimenti pacifisti e le voci che chiedono un’Europa veramente indipendente e
nonviolenta sono spesso emarginati nel dibattito pubblico. Eppure, la storia ci
insegna che la vera forza di un’Europa unita risiede nella sua capacità di
essere un faro di pace, un modello di convivenza civile e un punto di
riferimento per la diplomazia globale.
È tempo che l’Europa si interroghi profondamente sul proprio percorso. È tempo
di ribellarsi alla subordinazione e di disarmare gli animi, prima ancora degli
eserciti. L’alternativa è un futuro in cui l’Europa non sarà altro che
un’appendice militarizzata di una superpotenza, tradendo per sempre la sua
missione storica e la memoria di milioni di persone che sono morte affinché
potesse nascere un continente di pace.
La storia maestra di vita ripudiata
La storia costituisce la forma di coscienza attraverso la quale
l’Europa interpreta se stessa. Questo non vale per tutte le culture. Per esempio
le culture asiatiche e la sapienza cinese pensano il proprio passato non
attraverso le categorie mentali europee, ma tramite un altro tipo di saggezza.
L’Europa si riconosce attraverso la propria storia e la storiografia, il modo in
cui noi europei abbiamo preso coscienza di noi stessi, che conduce ad una prima
interessante conclusione: cosa significa che l’Europa prende coscienza di sé
tramite la storia? Vale a dire che l’Europa non si dà un destino precostituito,
non è un continente terraneo come l’Asia, dove la determinatezza delle
coordinate fisiche lascia individuare piuttosto un destino precostituito
rispetto ad un divenire in fieri.
L’Europa si interpreta attraverso un progressivo allontanamento dalle radici,
dalle matrici storiche e non per un destino prestabilito, ma è in continuo
divenire, in metamorfosi storiche, in cambiamenti epocali: non sta, non è, ma
diviene. Questo il primo nucleo di riflessione sull’importanza che il principio
della storicità ha per l’Europa, la cui evoluzione storica risulta così
importante che costituisce il criterio per cui il nostro continente conosce e
parla di se stesso.
La scienza storiografica compie un continuo ripensamento della propria
dimensione. Croce sosteneva che la storia è sempre contemporanea e nasce da una
passione presente.
Qual è il punto di equilibrio fra questa passione da cui nasce l’evoluzione
degli eventi e la sua scientificità? La filosofia: continua capacità di
rimettere in discussione, in interazione il presente ed il passato in un punto
di principio, quando si vede che l’Europa nella Storia proietta il continuo
riflesso del proprio divenire e della propria presa di coscienza: un divenire di
coscienze, di memorie, di eventi che scorrono nel fluire incessante dei tempi,
dall’idea del divenire, che interessa la Realtà costituente e costituita
dell’Europa, scaturisce il grande principio di libertà, valore in cui si
identifica sommamente il nostro continente.
Quale prospettiva storica oggi?
Occorre mantenere fortissima la coscienza della storicità del nostro continente
non facile perché oggi la memoria è scardinata dalla dimensione obiettiva delle
società.
E’ difficile attualmente il rapporto tra società e memoria, per lo scollamento
tra generazioni, risultato di tale discontinuità. Rispetto al globalismo che il
continente ha sempre interpretato in funzione eurocentrica, da quando il globo è
diventato tale, in seguito l’Europa ha vissuto la piena crisi per la messa in
discussione della funzione di una propria centralità di coscienza storica.
L’Europa, attualmente, sta tentando una risposta al globalismo unendosi con
tutte le enormi difficoltà e grandiosità di questo processo storico inevitabile.
Questo secolo è stato testimone di guerre catastrofiche nell’annientamento di
decine di milioni di vite; dal 1950 muta, cambia lo scenario. Con una profondità
nella storia europea di un percorso avviato ad interpretare risposte ai processi
di globalizzazione che potrebbero spingere verso frammentazioni ancora più
radicali.
Invece l’Europa ha deciso di unirsi per rispondere al globalismo, e non solo dal
punto di vista del mercato e della moneta unica, ma probabilmente, come
istituzioni politiche per cui i processi che sono in corso si avvieranno,
uscendo da arroccati provincialismi, ottusi settorialismi o scomodi
localismi. Ma con la tragica politica del riarmo a oltranza.
I fantasmi dell’Europa si ripresentano continuamente esprimendosi
nell’intolleranza, nel disconoscimento delle diversità, della non volontà di
riconoscere e rispettare l’altro, il diverso: i fantasmi della Storia sono
profondamente radicati nella mentalità comune, nella cultura nel ritorno
irrazionale ai subnazionalismi, nei progetti assurdi ed obsoleti di localismi
senza principio che rientrano nelle ataviche incongruenze della famosa
dialettica storica, dove comunque la complessità, la ricchezza, il valore
universale dell’idea di Storia d’Europa deve ancora accordare fiducia al genere
umano. Dal Manifesto di Ventotene contro le politiche belliciste e militaresche
del riarmo europeo.
Laura Tussi