In Israele, “È diventato normale parlare di genocidio, a favore o contro”
di Sheren Falah Saab,
Haaretz, 24 luglio 2025.
In occasione dell’uscita a Gerusalemme del film “The Sea”, il regista Shai
Carmeli-Pollak racconta il sogno di un ragazzo della Cisgiordania di raggiungere
il mare, il suo percorso personale dal privilegio alla protesta e l’amico di
Gaza che mantiene viva la sua speranza.
Il regista Shai Carmeli-Pollak. “Sono cresciuto nel sistema scolastico
israeliano, ho interiorizzato i suoi valori, mi sono arruolato nell’esercito.
Non sono sempre stato quello che sono oggi.” David Bachar
Doveva essere un giorno emozionante per Khaled, uno studente di seconda media di
un villaggio vicino a Ramallah: per la prima volta nella sua vita sarebbe andato
al mare. Suo padre gli aveva comprato degli occhialini e un boccaglio, e Khaled
li mostrava con orgoglio al suo amico Sammy. Un compagno di scuola sull’autobus
immortala quel momento in un video, documentando la loro gioia spontanea.
Ma mentre si avvicinano al posto di blocco sulla strada per Tel Aviv,
l’atmosfera cambia improvvisamente.
“Vi chiedo di fare silenzio”, dice l’insegnante. Il rumore dell’allegria
scompare nel silenzio. Un soldato sale sull’autobus, cammina tra i sedili, poi
scende e chiede all’insegnante di seguirlo. Indicando il nome di Khaled su una
lista, il soldato dice: “Non ha il permesso. Portalo via, stai facendo aspettare
tutti”.
L’insegnante torna e chiama Khaled. Il ragazzo non fa storie. Capisce che non
potrà continuare il viaggio con i suoi amici. Oggi non vedrà il mare.
Questa è la scena iniziale di “The Sea”, il nuovo film del regista Shai
Carmeli-Pollak, presentato recentemente al Jerusalem Film Festival. Coproduzione
israelo-palestinese della Majdal Films, il film offre uno sguardo delicato e
sensibile sull’infanzia palestinese sotto l’occupazione, raccontata attraverso
un semplice desiderio: visitare il mare.
Dopo essere stato fatto scendere dall’autobus, Khaled (interpretato da Mohammed
Ghazawi di Qalansawe) decide di entrare clandestinamente in Israele
nascondendosi in un veicolo che trasporta lavoratori senza documenti. Suo padre,
Ribhi (interpretato da Khalifa Natour), lavora senza permesso in un cantiere
edile nel centro di Israele. Quando viene a sapere che suo figlio è scomparso,
parte alla sua ricerca per le strade di Tel Aviv.
Nel corso del film, il regista Carmeli-Pollak fa la spola tra padre e figlio,
seguendo due viaggi paralleli, sia geografici che emotivi.
“Questa contraddizione è sempre stata difficile per me, persino irritante”, dice
Carmeli-Pollak. “Questo è un road movie tra la Cisgiordania e Tel Aviv, e
riflette la mia esperienza personale maturata in anni di partecipazione alle
proteste nei Territori, in particolare contro la barriera. Si arrivava in questi
luoghi apparentemente bucolici, con ulivi e tranquille case di campagna, e poi
all’improvviso spuntavano le forze armate, completamente indifferenti alla gente
che viveva lì, sradicando alberi e distruggendo vite. E poi tornavo a Tel Aviv,
dove tutto era normale, con la gente che faceva shopping e sedeva nei caffè.
Questo contrasto è entrato anche nel film”.
La decisione di incentrare la storia su un ragazzo palestinese a cui è negato
l’accesso alla spiaggia non è casuale. Carmeli-Pollak ricorda come, dopo la
costruzione della barriera di separazione, molte delle sue conversazioni con i
palestinesi vertevano sul mare.
Mohammed Ghazawi, che interpreta il ruolo principale in “The Sea”. Entrare di
nascosto in Israele per inseguire un sogno. Shai Goldman
“Ne parlavano continuamente, adulti e bambini. Alcuni c’erano stati una volta,
molto tempo fa; altri mai. E nel frattempo, io avevo il privilegio, come
israeliano, di andare e venire dai loro villaggi a Tel Aviv senza pensarci due
volte. Questo mi colpiva molto”.
Un altro tema ricorrente in quelle conversazioni era la disperazione economica.
“Tante persone che conoscevo non avevano altra scelta che entrare di nascosto in
Israele per guadagnarsi da vivere”, racconta. “E quando li incontravo qui in
Israele, provavo insieme a loro la paura di chiunque indossasse un’uniforme”.
Il 57enne Carmi-Pollak è noto soprattutto per il suo documentario “Bil’in My
Love” del 2006, che racconta la storia degli abitanti del villaggio di Bil’in e
della loro lotta contro la costruzione della barriera sul loro territorio. Il
film vinse un premio al Jerusalem Film Festival di quell’anno. Da allora, si è
dedicato principalmente alla televisione per bambini, ma dice che il suo legame
con la Cisgiordania e il suo attivismo sono rimasti immutati.
“‘Bil’in My Love’ non è nato come un film. Stavo documentando le proteste per
motivi legali”, spiega. “I bambini del villaggio venivano sempre da me
dicendomi: ‘Filmami!’. Avevano un’innocenza incredibile e gioiosa che mi
affascinava molto”.
La stessa innocenza riecheggia nel personaggio di Khaled in “The Sea”.
Carmeli-Pollak presenta una storia profondamente umana, invitando il pubblico a
partecipare la realtà vissuta da una famiglia palestinese che lotta in
condizioni che rendono impossibile una vita normale. “Non ho dovuto inventare
questa storia. Era già lì”, dice. “Questa è una famiglia plasmata dalle
circostanze politiche. Un padre che lavora illegalmente e torna a casa solo ogni
due settimane, cercando di fare da genitore a suo figlio da lontano, usando il
telefono. Naturalmente, si crea una distanza. E quella distanza ha un potere
cinematografico, qualcosa che il pubblico di tutto il mondo può capire e con cui
può identificarsi“.
Da ”Bil’in, My Love”, 2006. Documentario sulle proteste contro la barriera di
separazione. Oren Ziv
Durante tutta l’elaborazione della sceneggiatura, ha consultato il suo amico
Mohammed Khatib, residente a Bil’in e figura chiave del movimento di resistenza
creativa del villaggio. “È un artista nel cuore”, dice Carmeli-Pollak. “Ha dato
molti spunti preziosi durante lo sviluppo della sceneggiatura”.
Dopo il 7 ottobre, gli israeliani sono in grado di adottare il punto di vista
presentato in questo film?
“Quando non c’è un incontro personale, è molto facile non vedere: le persone
pensano quasi esclusivamente in slogan e stereotipi. Anch’io facevo così. Non
sono sempre stato quello che sono oggi. Sono cresciuto nel sistema scolastico
israeliano, ho interiorizzato i suoi valori, mi sono arruolato nell’esercito.
Nonostante tutto questo bagaglio, incontrare persone reali e vedere la realtà
sul campo mi ha cambiato. Credo che il cambiamento sia possibile per tutti. Non
mi aspetto che il film cambi le opinioni, ma forse può aprire una finestra, una
fessura, uno sguardo su un’altra prospettiva”.
Tuttavia, il film arriva in un momento particolarmente delicato e complicato.
“Ci sono giorni in cui sento che qualcosa di fondamentale è cambiato e forse ho
bisogno di ripensare tutto ciò che credevo di me stesso e di questo paese. Si
può vivere una vita normale, inseguire un sogno normale – come costruirsi una
carriera come regista – mentre a solo un’ora di distanza da te stanno accadendo
orrori inimmaginabili? Ogni giorno, decine di persone vengono uccise – uomini,
donne, bambini, innocenti. E anche il destino degli ostaggi, che stanno
soffrendo terribilmente insieme alle loro famiglie, viene relegato in fondo
all’agenda nazionale. È giusto provare felicità in questo momento? Lo trovo
profondamente inquietante”.
Famiglie palestinesi sulla spiaggia di Tel Aviv nel 2020. Il desiderio del mare
emerge spesso nelle conversazioni con i palestinesi nei Territori occupati, dice
Carmeli-Pollak. Crediti: Oded Balilty / AP
Carmeli-Pollak ha completato “The Sea” prima del 7 ottobre e stava già iniziando
a vedere i frutti del suo lavoro. “Un distributore internazionale ha visto il
film poco prima della guerra, ha detto che era fantastico, era molto entusiasta
e l’ha acquistato”, racconta. “Mi sono detto: wow, ci siamo, lo distribuiremo in
tutto il mondo”.
Ma dopo il 7 ottobre, è diventato chiaro che l’entusiasmo era stato prematuro.
“Anche se ho sempre espresso apertamente la mia opposizione alle politiche del
governo, e anche se il film include una narrazione palestinese, ha un produttore
palestinese ed è stato girato in un ambiente bilingue, mi sono trovato in una
situazione complicata. In definitiva, è l’identità israeliana del film che
influenza le decisioni dei programmatori dei festival e dei distributori
internazionali”, spiega.
Carmeli-Pollak parla con calma e lo fa volutamente, ma il suo tono non nasconde
la sua delusione e frustrazione. Capisce la rabbia globale nei confronti delle
politiche di Israele e persino le richieste di boicottaggio culturale di ciò che
è israeliano. Ma come artista e attivista che lavora per dare voce ai
palestinesi, il prezzo di una possibile cancellazione è molto alto.
E le difficoltà non sono solo internazionali. Anche la distribuzione in Israele
è in stallo. “Non mi sorprende che il film non venga distribuito qui”, dice
l’attore Khalifa Natour. “È facile dire che il pubblico non è pronto per questo
tipo di contenuti. Ma la realtà è che non viene distribuito nemmeno all’estero.
È una storia palestinese, che riflette la sofferenza quotidiana dall’altra parte
della barriera di separazione, una vita governata da permessi e controlli, un
ricordo del regime militare. Eppure, le sue possibilità di essere distribuito
sono scarse“.
Khalifa Natour in ”The Sea“. È facile affermare che il pubblico non è pronto per
questo tipo di contenuti”, dice, “ma non viene distribuito nemmeno all’estero”.
Shai Goldman
Natour commenta anche lo spazio sempre più ristretto a disposizione degli
artisti arabi dopo l’inizio della guerra. “Viviamo in circostanze estremamente
difficili. La gente ha paura di parlare: ora tutto è così delicato e ogni parola
deve essere soppesata. Alcuni commentatori dei media addirittura ‘lodano’ gli
arabi per il loro silenzio, come se stessimo aspettando una sorta di
riconoscimento. Ma quel silenzio è anche un modo per affrontare la situazione.
Non sono sicuro che le proteste abbiano ancora potere. Il mondo intero sa cosa
sta succedendo a Gaza, tranne la televisione israeliana, dove sembra di vivere
in una bolla.
Un attore israeliano una volta mi ha detto: “Perché dovremmo mostrarlo? Lasciamo
che sia Gaza TV a riportarlo”. Gli ho spiegato che anche l’infrastruttura
mediatica di Gaza è stata distrutta. Ma attori come lui e molti altri israeliani
si rifiutano persino di dare un’occhiata a ciò che sta accadendo dall’altra
parte. Solo poche persone sono disposte a vedere o sentire ciò che sta
succedendo a Gaza”.
Pieni di senso di colpa
Attraverso il viaggio di Khaled, “The Sea” solleva interrogativi sul vero
significato della possibilità di scegliere e sulla libertà di movimento. Le
restrizioni alla libertà di movimento hanno sempre caratterizzato la vita dei
palestinesi in Cisgiordania e a Gaza, ma si sono ulteriormente intensificate con
la guerra. Il 12 luglio, il portavoce arabo dell’IDF Avichai Edrei ha emesso un
avviso pubblico che vietava ai gazawi di nuotare o pescare, come se stare in
mare fosse un atto di terrorismo. Nonostante sia profondamente radicato nella
sinistra israeliana, Carmeli-Pollak non elude la responsabilità personale.
“Mi sento in colpa per quasi tutto quello che faccio. Quando mangio, penso ai
bambini che muoiono di fame. Quando faccio la doccia, penso ai bambini senza
arti. Quando preparo il caffè, penso ai bambini che hanno perso la famiglia e
sono soli al mondo. È una sensazione costante. Partecipo alle manifestazioni
contro la guerra. Alzo la voce. Ma la situazione continua a peggiorare. E
continuo a chiedermi: sto facendo abbastanza? Avrei potuto fare di più?”.
Nel frattempo, c’è ancora il dolore per il trauma del 7 ottobre. “È stato
terribile vedere le immagini di bambini terrorizzati che venivano rapiti,
sentire parlare della portata delle uccisioni, della brutalità. Come ogni
israeliano, c’è qualcosa di profondamente paralizzante quando succede a persone
che ti assomigliano. È spaventoso e profondamente inquietante”.
Naturalmente, ha partecipato alle manifestazioni che chiedevano il ritorno degli
ostaggi. “Per me, il modo in cui il governo tratta Gaza e la Cisgiordania è lo
stesso con cui tratta le famiglie degli ostaggi: con indifferenza. Questo mi
riporta al motivo per cui ho iniziato a oppormi all’occupazione: ci sono persone
in difficoltà e abbiamo l’obbligo morale di stare al loro fianco”. Il 7 ottobre
ha anche risvegliato in Carmeli-Pollak ricordi indelebili di una visita a Gaza
nel 2005.
“Era subito dopo un pesante attacco al quartiere Brazil di Rafah, una zona rasa
al suolo. Bambini che vivevano tra le macerie. Quasi 100 morti. Ho visto case
crivellate dai proiettili dei carri armati. Più tardi, a Khan Yunis, ho finito
il nastro mentre filmavo. Ne ho aperto uno nuovo e all’improvviso sono stato
circondato da bambini che cercavano di prenderlo. Il mio accompagnatore li ha
respinti. Mi ha detto che pensavano fosse cioccolato. Il ricordo di quel momento
non mi ha mai abbandonato.
Ricordo di aver pensato: che cosa terribile vivere così. Che dei bambini, che
hanno così poco, si buttino su quello che credono essere caramelle. Che futuro
può esserci in tutto questo?“
Bambini in attesa di ricevere cibo a Gaza, questo mese. “Mi sento in colpa per
quasi tutto quello che faccio”, dice Carmeli-Pollak. “Quando mangio, penso ai
bambini che muoiono di fame. Quando faccio la doccia, penso ai bambini senza
arti”. Mahmoud Issa / Reuters
Nella sua vita quotidiana in Israele, il contrasto è surreale. ”La mattina porto
a spasso il cane, vado al parco e sento la gente parlare con disinvoltura di
spazzare via Gaza. È diventato normale fare chiacchiere sul genocidio, a favore
o contro.
Ho paura di vivere tra così tante persone che la pensano in questo modo. Ho
paura dei crimini commessi in mio nome. Ho paura della macchia morale che
portiamo con noi. Ho paura per il futuro di mia figlia. Sono scioccato da ciò
che è diventato questo paese. E sono terrorizzato da ciò che sta diventando”.
È difficile essere ottimisti in questo momento.
“Ho comunque un certo ottimismo, anche se forse speranza è la parola giusta.
Guardo le persone che hanno vissuto difficoltà inimmaginabili e imparo da loro
come guardare alla vita. I rifugiati africani che ho incontrato negli anni in
cui mi sono impegnato a loro favore e persino un mio amico di Gaza, che
nonostante l’inferno in cui vive riesce ancora a chiamarmi per sapere come sto
durante un attacco missilistico dall’Iran.
“Lui ha una vita incredibilmente difficile, eppure reagisce alle tragedie che lo
colpiscono con uno spirito indomito. Dice: ‘È dura, ma vado avanti’. Penso che
se avessi vissuto anche solo una parte della sua folle storia – i familiari
uccisi, la casa bombardata più volte, la ricerca del cibo solo per sopravvivere
– probabilmente avrei perso la testa.
Poi guardo la mia vita e mi chiedo: ho davvero il diritto di disperarmi? Posso
permettermelo? Quindi ci sono giorni in cui provo speranza e giorni in cui mi
sento completamente senza speranza”.
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Traduzione a cura di AssopacePalestina
Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma
pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.