Autofiction ben fatta: Blaise Cendrars
C’è movimento attorno a un grande scrittore del Novecento del quale non si parla
mai abbastanza. Si chiamava Frédéric-Louis Sauser quando nacque in una placida
cittadina svizzera nel 1887; il mondo lo conosce sotto il nome di Blaise
Cendrars quando muore a Parigi nel 1961. Ultimamente Einaudi ha ripubblicato il
suo memoriale della Grande guerra, La mano mozza (pp. 376, euro 20,90), tradotto
nientemeno che da Giorgio Caproni, provvisto di introduzione di Andrea
Cortellessa; poco prima Lamantica Edizioni aveva fatto uscire la prima
traduzione in assoluto di un’altra, più imponente opera di Cendrars,
Bourlinguer. Storie di porti (tr. Albino Crovetto, pp. 432, euro 25,00), con
ricca introduzione di Riccardo Benedettini. Vale la pena di fare qualche
ragionamento su entrambe, perché ci consentono di delineare la figura di un
autore dal doppio nome e per certi versi dalla doppia vita. Ci sono infatti due
Cendrars: quello prima della perdita di un braccio (e soprattutto della mano
destra) nelle trincee della grande guerra, avvenuta il 25 settembre 1915; e
quello che sopravvisse a questo evento traumatico.
L’adolescenza di Frédéric-Louis, non ancora Blaise, fu irrequieta e ribelle; il
futuro poeta non si adattava alle scelte che il padre aveva fatto per lui. A
diciassette anni molla la scuola e se ne va a San Pietroburgo, apprendista di un
orologiaio: impara il russo, scrive la sua prima opera poetica, La leggenda di
Novgorod, che andò perduta. Viaggia sulla Transiberiana, esperienza che
ritornerà nel suo poemetto omonimo, pubblicato nel 1913 quando Cendrars sarà a
Parigi dopo esser tornato in Svizzera, e aver visitato gli Stati Uniti. Fin
dall’inizio il poeta si caratterizza per il suo desiderio di avventura, di
vedere altre terre e culture, di imparare altre lingue: La transiberiana è in
effetti la storia di un viaggio attraverso l’Asia. Solo la Parigi degli anni
Dieci è abbastanza cosmopolita e stimolante per lui, e lì incontra gli artisti
delle avanguardie: Chagall, Léger, Modigliani, i coniugi Delaunay, e un amico di
scuola, lo scultore August Suter. Soprattutto fa amicizia con uno dei più
importanti esponenti dell’ondata artistica che sta scombussolando la letteratura
europea, Guillaume Apollinaire. Non meraviglia quindi che la pubblicazione de La
transiberiana sia avanguardistica in tutto e per tutto: Cendrars non
s’accontenta di farla stampare su banale carta bianca, ma fa accompagnare il
poemetto da un meraviglioso acquerello di Sonia Delaunay, che colora anche
alcune stanze del componimento. Opera innovativa senza se e senza ma, che fa
sensazione sulla scena parigina.
Tutto fa presagire un futuro glorioso per il giovane Frédéric-Louis, ormai
diventato Blaise Cendrars adottando un cognome che allude alla cenere; perché,
come sosteneva, scrivere vuol dire esser bruciati vivi, ma significa anche
rinascere dalle ceneri (non a caso una sola consonante differenzia il nome
Blaise dalla parola braise, brace). Però nell’estate del 1914, quando il poeta
ha ventisette anni, arriva la guerra: Cendrars la vede come un’ennesima
avventura, si arruola nella Legione Straniera, va al fronte, ci resta per un
anno, fino alla mutilazione. A ben vedere è la scelta (in alcuni casi suicida)
di tanti giovani intellettuali degli anni Dieci, da Renato Serra a Corrado
Alvaro, da Ernst Jünger a Emilio Lussu, da Siegfried Sassoon a Ernest Hemingway
– la guerra come evasione, fors’anche palingenesi del mondo borghese
dell’Ottocento, ormai sentito come vecchio e stantio. Cendrars ne esce però
privato della mano con cui scrive. Tornato a Parigi, si abbattono altri colpi:
nel 1918 se ne va Apollinaire, ferito anche lui in guerra e poi stroncato dalla
spagnola; nel 1920 muore Modigliani.
Blaise comunque non si perde d’animo: impara a scrivere con la sinistra, ma così
facendo è come se subisse una metamorfosi, perché lo scrittore forzatamente
mancino si dedica alla narrativa, come fosse un altro uomo – forse rinato dalla
sua stessa cenere. Pubblica tra le altre cose il romanzo Moravagine (1926), nel
quale si narra del viaggio intorno al mondo di un serial killer evaso da un
manicomio, quando ancora il termine non era diventato di moda; il protagonista è
un autoritratto deformato dell’autore. Segue un romanzo in due volumi, diviso
tra Le Plan de l’Aiguille (1927) e Les confessions de Dan Yack (1929), le
avventure tragicomiche di un miliardario inglese raccontate in disinvolto
disordine cronologico, anche queste velatamente autobiografiche.
Negli anni Venti Cendrars si allontana gradualmente dalla “festa mobile” della
capitale francese (nonostante abbia incontrato Hemingway e fatto amicizia sia
con Dos Passos che – soprattutto – con Henry Miller); si recherà spesso in
Brasile, dove frequenterà scrittori e intellettuali locali (questa parte della
sua vita verrà raccontata come al solito in modo non lineare in Bourlinguer,
come vedremo). Poi arriverà un’altra guerra; all’inizio Cendrars partecipa come
reporter, unendosi alle truppe inglesi in Francia, esperienza che mette sulla
carta per un libro che avrebbe dovuto intitolarsi Chez l’armée anglaise (con
l’esercito inglese); ma proprio mentre il reportage è in stampa crolla il
fronte, la Francia capitola, viene occupata dalle armate di Hitler. La Gestapo
sequestra il libro di Cendrars prima che possa essere messo in commercio e dà la
caccia allo scrittore, convinta che sia un ebreo; non gli resta che nascondersi
in Provenza per vivere da latitante fino al 1944 (come Beckett, peraltro), nel
frattempo perdendo un figlio aviatore che aveva continuato a combattere con gli
alleati.
A guerra finita lo scrittore torna alla sua giovinezza scrivendo il memoriale La
mano mozza, uscito nel 1946 – un’autentica anomalia rispetto alle altre
narrazioni dei reduci della Grande guerra, pubblicate quasi tutte prima della
Seconda guerra mondiale. Viene da pensare che l’autore dovesse avere seri
problemi a raccontare quell’esperienza traumatica: come nota Giovanni Bogliolo
nell’introduzione all’edizione Guanda, Cendrars, “quando deve affrontare il
racconto, ripetutamente annunciato e accortamente preparato, della cruenta
metamorfosi s’interrompe bruscamente”. Del resto, i trent’anni intercorsi tra il
trauma e la narrazione dell’esperienza di guerra danno una misura della gravità
della ferita psichica subita. Quella di Cendrars è una narrazione che salta da
un momento all’altro della sua esperienza di combattente, torna di tanto in
tanto ai giorni dell’entrata in guerra, del sommario addestramento militare e
della difesa di Parigi, per poi balzare al dopoguerra, anticipando il destino
dei vari personaggi e del narratore dopo la fine del conflitto. Così facendo La
Mano mozza, che copre per lo più la fase iniziale della guerra di trincea,
dall’estate del 1914 all’autunno del 1915, gira intorno all’evento cruciale,
quello della mutilazione, ma senza mai affrontarlo una volta per tutte.
Il testo è articolato in una serie di capitoli, ciascuno dei quali consistente
nel ritratto di uno dei vari compagni d’arme di Cendrars, come lui volontari e
come lui personaggi più o meno pittoreschi, tra i quali spiccano il lenone
Garnéro detto “Scolo” e il misterioso avventuriero cavalier de Przybyszewski.
Dei suoi commilitoni Cendrars racconta vita e morte, senza tralasciare nessuno,
in una sequenza di episodi spesso surreali. La successione dei capitoli segue
più l’ordine associativo della rimemorazione che una qualche disposizione
“oggettiva”, e per questo si presenta in modo naturale, quasi “parlato”. Ma
traccia di una rielaborazione successiva sono i dialoghi, spesso brillanti, che
non possono essere fedeli registrazioni di conversazioni avvenute trent’anni
prima.
Contrapposto all’ambiente anticonformista e guascone dei legionari sta
l’apparato gerarchico dell’esercito, fatto di ufficiali di carriera che cercano
comandi comodi e si fanno regolarmente trasferire appena scoprono la brutalità
della guerra di trincea (che Cendrars non attenua, anche se l’affronta con
spirito d’avventura e, quando occorre, con astuzia levantina). Tra Cendrars e
compagni e l’apparato burocratico dell’esercito è guerra aperta fin dalle prime
pagine, e l’ironia che lo scrittore profonde sulle assurde rigidità della casta
militare di carriera anticipano le scene grottesche e assurde di un romanzo di
guerra postmodernista come Comma 22 di Joseph Heller. Potrebbe sembrare un
parallelo rischioso, eppure i due libri non sono così lontani cronologicamente,
essendo stati in effetti pubblicati a una quindicina d’anni di distanza. A ben
vedere Cendrars, poeta appartenente in pieno alle avanguardie storiche, scrive
questo memoriale proprio mentre l’ondata delle avanguardie stava per defluire
nella stagione postmodernista. Come Heller Cendrars rinuncia a una narrazione
lineare; come Heller rappresenta la guerra in modo decisamente ironico e
antieroico: la visione sovversiva di Cendrars si manifesta anche nella
narrazione del tutto scevra da ipoteche patriottarde dei contatti col nemico, e
dei piccoli e grandi compromessi tra le trincee contrapposte che rendevano la
vita vivibile, come la raccolta di carbone a giorni alterni da un cumulo nei
pressi dello zuccherificio di Frise, dove per tacito accordo francesi e tedeschi
non andavano mai a fare rifornimento lo stesso giorno.
Con tutto ciò lo scrittore svizzero non mostra mai dubbi sulla propria scelta di
combattere per la Francia contro l’imperialismo prussiano, e il suo spirito
guascone non viene mai meno. Ma nella narrazione s’insinua spesso, specie nelle
prolessi dove si racconta il destino dei superstiti, una vena cupa, che attesta
la coscienza delle perdite inferte dal conflitto. Soprattutto Cendrars è
convinto che “Dio è assente dai campi di battaglia”, come afferma all’inizio del
capitolo per l’appunto intitolato “Dio è assente”, per cui la guerra non è né
ordalia collettiva, come ai tempi di Shakespeare, né manifestazione di un
qualche spirito della storia o dei popoli, come nell’Ottocento, ma è più o meno
come gli uomini la fanno. E i francesi, specie i loro ufficiali, la fanno
decisamente male.
È ben vero che la guerra di trincea combattuta da Cendrars era ancora quella
“artigianale” del primo inverno di guerra, quello in cui il giorno di Natale non
si sparò e i soldati, usciti dalle trincee, fraternizzarono nella terra di
nessuno, episodio riportato da tutti gli storici – episodio che dà a Cendrars e
compagni l’occasione di organizzare una delle loro beffe, in barba al
sentimentalismo dei più, piazzando nei pressi delle trincee tedesche la notte
del 24 dicembre un grammofono che suona ininterrottamente la Marsigliese.
Insomma, non siamo ancora in quel mondo del tutto devastato dalle battaglie di
materiali che troviamo nelle pagine di Ernst Jünger, di Liam O’Flaherty e degli
altri scrittori che raccontano i colossali scontri del 1916 e 1917. La zona del
fronte in cui si muovono i legionari di Cendrars è uno di quei “tratti di strada
e angoli di bosco che rimanevano favorevoli ai condannati,” di cui parla
Louis-Ferdinand Céline, dove “ci si poteva lasciar prendere dall’illusione
d’esser quasi tranquilli e rosicchiare (…) un po’ di pane, senz’essere troppo
seccati dal presentimento che sarebbe stato l’ultimo tocco di pane”. Negli anni
a venire i bombardamenti d’artiglieria che duravano settimane avrebbero spazzato
via pure quegli angoli tranquilli.
Bourlinguer esce due anni dopo La mano mozza. Continua la vena autobiografica
con qualche licenza, nel senso che non sempre Cendrars è fedele ai fatti (per
esempio afferma en passant di essere stato in Cina, ma i biografi hanno appurato
che non è affatto vero); insomma, pratica negli anni Quaranta quell’autofiction
che va tanto di moda adesso – degnissimo genere letterario, a patto di saperlo
scrivere, come Céline, o come il Ballard de L’impero del sole e La gentilezza
delle donne. La struttura del libro è ancora una volta originale, per quanto
diversa da quella de La mano mozza. Il titolo è rivelatore: il verbo francese
bourlinguer significa vagabondare, ma ha un significato tecnico, è il movimento
di una nave che avanza controvento. Coerentemente, ogni capitolo ha come titolo
il nome di un porto di mare: Venezia, Napoli, La Coruña, Bordeaux, Brest,
Tolone, Anversa, Genova, Rotterdam, Amburgo, e per ultima arriva Parigi che,
trovandosi sulla Senna, può essere in effetti raggiunta da imbarcazioni (non a
caso il simbolo della città è una nave a vela). Sono tutte città che lo
scrittore ha visitato, tutti luoghi di transito o di permanenza non importa se
breve o lunga, località ideali per un uomo che si è spostato incessantemente da
un paese all’altro, da un continente all’altro. All’interno di ciascun capitolo,
però, può capitare che la narrazione si sposti in tutt’altro luogo: in “Parigi”
si parla molto di libri, e del simbolista Remy de Gourmont, modello letterario
per Cendrars, ma poi ci si trasferisce di colpo in Brasile e in Bolivia;
“Genova” si dilunga inizialmente a raccontare l’infanzia dell’autore in quel di
una Napoli dipinta con colori favolosi, per poi narrare un viaggio sul veliero
di un contrabbandiere greco che solo nelle ultime pagine raggiungerà la città
della lanterna (e in questa parte di Bourlinguer manca solo Corto Maltese, e non
escludo che Pratt avesse letto i libri di Cendrars…).
Nel suo rievocare questi porti, lo scrittore ne evidenzia sempre aspetti legati
strettamente al suo vissuto, come in “Anversa”, dove viene rievocata la comunità
delle prostitute in un bordello della città belga nel quale passava le sue
giornate da ospite più che da cliente (anche perché di soldi da spendere ne
aveva in tasca ben pochi); eppure questo racconto autobiografico è inseparabile
da una percezione acuta delle particolarità delle città di mare, perché la
prostituzione e i porti sono storicamente inseparabili, ogni grande porto aveva
e ha il suo quartiere a luci rosse, sia Genova o Amsterdam non si scappa. In
“Rotterdam” si racconta una gigantesca rissa in una notte di Natale, un Natale
nel quale non tutti si vogliono bene – ma Cendrars sbriga il tafferuglio vero e
proprio in poche righe, mentre ricostruisce con mirabile vividezza il montare
della tensione che troverà sfogo nell’epica scazzottata. Vien da pensare alle
immancabili scene portuali nei romanzi di Pynchon, altro scrittore con trascorsi
marinari.
In ogni caso, Cendrars non si limita a tornare alla sua giovinezza, cosa
inevitabile quando un uomo che ne ha viste tante approda alla vecchiaia: in
“Amburgo” irrompe un passato recentissimo, come rivela il sottotitolo “Contro
choc”, i bombardamenti alleati sulla città tedesca che provocarono circa
centomila morti arsi a furia di fosforo bianco, la paura negli anni
dell’occupazione nazista, la latitanza in provincia, l’accoglienza dei disertori
(è uno di questi a raccontare allo scrittore l’inferno di Amburgo). E qui viene
fuori il lato patriottico di questo svizzero che si fece assolutamente francese,
per cui “la coventrizzazione di un porto come Amburgo … è la più formidabile
notizia sulla guerra dopo la fine della battaglia di Stalingrado, a Natale, la
Verdun dei Russi”; la distruzione della città è il secondo segnale che il Terzo
Reich non è più inarrestabile, non è più invincibile, sta perdendo pezzi, sta
perdendo la guerra. Pensando alle vittime di quel bombardamento quella di
Cendrars può sembrare insensibilità, ma lui ha le idee chiare, e ricorda quando
nel 1940 i tedeschi “annunciarono dei Blitz nel cielo di Londra e la distruzione
dei depositi portuali … la loro radio giubilava!” Insomma, chi di bombardieri
ferisce di bombardieri perisce. E comunque Cendrars, nel capitolo su Parigi,
ironizza deliziosamente su Chadenat, l’eccentrico e scorbutico libraio
dell’usato, odiatore degli inglesi da vero francese purosangue. Blaise è
affezionato alla Francia, certamente, ma è a tutti gli effetti un uomo di mondo,
che non reputa estraneo nulla di umano.
Come ne La mano mozza, in Bourlinguer ci viene offerta una serie di ritratti
formidabili di personaggi ai confini con la realtà. Sicuramente Cendrars non va
preso sempre alla lettera, ma le sue ricreazioni sono gustosissime, come anche
le frequenti elencazioni, per le quali lo scrittore ha un genuino talento,
spesso con una vena comica; basti leggere quella di p. 362-365, quando enumera
tutti i settori librari che Chadenat ha dovuto includere nella sua
biblioteca-negozio, per braccare l’inglese, per compilare “il dossier della
lunga rivalità franco-inglese per la dominazione del mondo”, ammucchiando libri
che trattano “della guerra corsara dei pirati” o “della perdita di prestigio del
Re Sole nel Siam come negli scali del Levante e nelle Antille”. Una lista
strabordante, torrenziale, che alla fine spinge al riso, la storia del mondo
ricostruita tramite tutti gli sbagli che la Francia ha fatto cedendo
regolarmente terreno alla rivale Inghilterra, una recriminazione maniacale da
tifosi della Lazio o di qualsiasi altra compagine calcistica si alimenti
dell’astio per la squadra concittadina ove sussista tale dualismo, sia a Torino
che a Milano che a Genova…
Bourlinguer è un ottovolante. Sali a bordo e ti lasci trascinare da Cendrars da
un capo all’altro del pianeta, da un periodo storico all’altro; è una
divagazione dopo l’altra, un viaggio dopo l’altro, un incontro dopo l’altro con
tipi sempre decisamente curiosi. È un viaggio fatto di tanti viaggi, e non
stupisce che l’autore ci tenga, in “Genova”, a presentarsi come marinaio per di
più a vela. Appartiene a quella categoria di narratori che secondo Benjamin
discendevano dai navigatori, quelli che avevano tanto da raccontare perché
avevano visto tante terre diverse e tante genti. Cendrars ha fatto in tempo a
vedere quelle terre e quelle genti prima che i media elettronici e i social
facessero di tutto il mondo un paesone; e quell’epoca favolosa ormai la possiamo
rivivere solo nelle sue pagine e in quelle degli altri grandi viaggiatori, come
il veneziano Nicolao Manuci (1638-1720), o Niccolò Manucci, medico e scrittore,
autore della Storia do Mogor, la cui straordinaria odissea viene ricostruita
proprio nel capitolo d’apertura di Bourlinguer, quello dedicato a Venezia. In
conclusione, Cendrars ci regala un libro di viaggi che ci fa viaggiare anche in
tanti libri; cosa preziosa oggidì.
L'articolo Autofiction ben fatta: Blaise Cendrars proviene da Pulp Magazine.