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Il garante della privacy sanziona Eni accogliendo le ragioni di Greenpeace Italia, Recommon e 12 cittadini italiani
Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato Eni S.p.A. con una multa di 96.000 euro per aver diffuso illecitamente sul proprio sito web i dati personali di 12 cittadine e cittadini italiani. Il provvedimento, il n. 207, arriva a seguito della segnalazione presentata da Greenpeace Italia e ReCommon. LINK: https://www.gpdp.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/10238270 La vicenda risale al maggio 2023, quando i 12 cittadini e cittadine, insieme a Greenpeace Italia e ReCommon, avevano intentato la causa climatica “Giusta Causa” contro Eni. In risposta, la società aveva pubblicato sul proprio sito l’intero atto di citazione senza oscurare dati personali come luogo e data di nascita, codice fiscale e indirizzo di residenza delle 12 persone coinvolte nella causa. A seguito della segnalazione, il Garante ha avviato un’istruttoria e ha accertato che Eni ha violato gli articoli 5 e 6 del Regolamento UE 2016/679, trattando e diffondendo dati personali in assenza di un’idonea base giuridica. L’Autorità ha inoltre chiarito che il richiamo all’interesse legittimo della società a difendersi dalla campagna mediatica non poteva giustificare la pubblicazione integrale di quei dati, né risultava supportato da un adeguato bilanciamento con i diritti e le libertà delle persone coinvolte. «Anche in questo caso, Eni ha agito con l’unico obiettivo di difendere la propria immagine e i propri interessi, senza alcun rispetto per la privacy di 12 persone che hanno avuto il coraggio di chiamarla a rispondere delle sue responsabilità climatiche. Pubblicando integralmente i loro dati personali sul sito aziendale, Eni ha tentato di intimidire chi ha deciso di portarla davanti a un giudice per i danni inferti al clima del pianeta e alle tante persone che subiscono gli impatti di eventi estremi come alluvioni, ondate di calore e siccità. Ma il Garante ha stabilito un principio chiaro: nemmeno le grandi aziende come Eni possono calpestare i diritti delle persone e violare la loro privacy impunemente. Continueremo a batterci per la giustizia climatica e per il rispetto dei diritti di cittadine e cittadini», dichiarano Greenpeace Italia e ReCommon.   Re: Common
April 16, 2026
Pressenza
Nuova SLAPP di ENI a ReCommon sulla questione delle licenze della multinazionale fossile in acque palestinesi
ReCommon denuncia la volontà di ENI di intentare l’ennesima causa strumentale nei confronti dell’associazione, per provare a mettere a tacere i suoi esponenti. Una vera e propria SLAPP che introduce un nuovo contenzioso legale a pochi giorni dalla chiusura, con un accordo di mediazione, della causa che sempre ENI aveva mosso nei confronti del campaigner di ReCommon Antonio Tricarico. Lo scorso marzo, i legali di ENI hanno notificato a ReCommon la richiesta di avvio di una mediazione obbligatoria in sede civile per presunta diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo e dei social media, derivante dalle dichiarazioni rese da Eva Pastorelli nella qualità di rappresentante di ReCommon durante la trasmissione Report andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025 e riprese nell’articolo comparso sul sito dell’associazione in data 18 dicembre 2025 e nella successiva replica del 5 febbraio 2026. Secondo ENI, il valore della controversia che si intende avviare è di 800.000 euro e le dichiarazioni “diffamatorie” di ReCommon andrebbero rimosse in quanto avrebbero alimentato sentimenti di odio e ostilità verso ENI e i suoi dipendenti, mettendo addirittura in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie. La mediazione obbligatoria fa seguito a una analoga diffida con richiesta di rettifica recapitata a inizio gennaio e a cui ReCommon ha risposto punto su punto sul suo sito web.   Durante la trasmissione Report, Eva Pastorelli aveva dichiarato che «ENI ha all’attivo due partnership con società o istituzioni israeliane: la prima con il ministero dell’energia israeliano, che il 29 ottobre 2023 ha assegnato licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a due consorzi di compagnie energetiche nazionali. La seconda partnership ENI l’ha stabilita con una società  israeliana di nome Delek Group che si trova nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi». ReCommon ha ribadito che le affermazioni sulla assegnazione delle licenze esplorative del Blocco G erano suffragate da una comunicazione apparsa sul sito del ministero dell’Energia israeliano e su organi di stampa (Times of Israel e Reuters), l’associazione aveva anzi riportato anche su un articolo comparso sul suo sito web l’intenzione espressa da ENI in risposta alla sollecitazione di Report di “di non essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”. Negli ultimi giorni dello scorso marzo, un articolo apparso sul quotidiano finanziario israeliano Globes riportava la notizia che ENI era uscita dal consorzio costituito per le attività di esplorazione del tratto di Mar Mediterraneo all’interno della zona economica esclusiva palestinese. Sollecitata da vari organi di stampa, la multinazionale italiana ha avvalorato la notizia, dichiarando quanto segue: «ENI conferma il suo ritiro dal consorzio aggiudicatario del ‘Blocco G’ deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream e prende atto della decisione degli altri membri del consorzio di completare il processo di aggiudicazione» In merito alla relazione di ENI con Delek Group, ReCommon ha già ribadito che la locuzione “lista nera” è stata usata più volte in ambiti giornalistici, e che in ogni caso la lista stilata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani comprende la stessa Delek Group ed evidenzia come le attività della società israeliana abbiano “sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani”.   «ENI sembra intenzionata a mantenere il suo primato in Europa per numero di liti temerarie, rivolgendoci pesanti e infondate accuse con l’obiettivo di silenziare l’attività di informazione condotta dall’associazione su questioni di indiscutibile pubblico interesse. Il tutto per aver riportato dati inconfutabili, tra cui le dichiarazioni della stessa ENI! Non ci faremo zittire, continueremo a portare avanti le istanze e le voci delle comunità impattate dalle attività estrattive di ENI, in Palestina e ovunque ce ne sarà bisogno» ha dichiarato Eva Pastorelli di ReCommon. A questo punto, archiviata la fase della mediazione, ReCommon è pronta ad affrontare un’eventuale nuova citazione in giudizio da parte di ENI. Re: Common
April 15, 2026
Pressenza
La nuova Politica energetica di Cassa Depositi e Prestiti rischia di aumentare la dipendenza energetica dalle fonti fossili
Action Aid Italia, Focsiv, Legambiente, Movimento Laudato Si’ e ReCommon – con il sostegno internazionale di CAN Europe, Counter Balance e Oil Change International – esprimono rammarico per la nuova Politica del settore energia di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), che introduce modifiche limitate rispetto alla precedente versione e non risponde all’urgenza di un riallineamento degli investimenti coerentemente agli obiettivi climatici. Nonostante la diminuzione dei progetti finanziati da Cassa Depositi e Prestiti relativi al settore dell’energia derivante dai combustibili fossili, la Politica non introduce un consolidamento chiaro e strutturato verso gli obiettivi climatici. Tale aspettativa era rafforzata dal fatto che la sua revisione fosse stata preceduta da una consultazione pubblica, volta a valutare anche il contributo della società civile. In particolare, le organizzazioni osservano come la Politica faccia ancora riferimento al gas come “un contributo importante alla transizione energetica”, necessario “a preservare la sicurezza energetica”. Numerosi studi mostrano come l’attuale infrastruttura di gas esistente in Italia sia in grado di soddisfare la domanda interna. Inoltre, in uno scenario coerente con gli obiettivi climatici, l’infrastruttura di gas odierna ha margini di riserva ampiamente soddisfacenti e tali da garantire un sistema energetico sicuro dal punto di vista dei volumi, senza la necessità di investire in un’espansione ulteriore della produzione. In questo quadro, ulteriori investimenti nel gas rischiano di tradursi in capacità inutilizzata e, quindi, in stranded asset. Per Cassa Depositi e Prestiti ciò significherebbe esporsi al rischio di allocare capitale in infrastrutture destinate a perdere valore prima del termine della loro vita economica, con possibili ricadute sulla solidità degli investimenti e sull’utilizzo efficiente del risparmio pubblico. La politica attua, inoltre, una distinzione formale tra gas convenzionale e non-convenzionale, concedendo quindi potenziale supporto incondizionato a infrastrutture legate al gas fossile convenzionale.  Per quanto concerne invece il gas non-convenzionale, l’istituzione finanziaria applica il termine in maniera limitata, tralasciando le operazioni in acque ultra-profonde, nel Bacino della foresta amazzonica e nella Regione artica. Di conseguenza, anche progetti caratterizzati da elevati rischi ambientali e climatici potrebbero restare finanziabili. CDP considera positivamente i biocarburanti prodotti “da biomasse residuali o di scarto e da materie prime sostenibili, ovvero non-competitive con la filiera alimentare e compatibili con l’uso sostenibile del suolo”, senza tuttavia esplicitare quale sia la metodologia adottata nel valutare la sussistenza di questi criteri. In ultimo, nonostante CDP sia chiamata costantemente a gestire fondi di terze parti – ad esempio, il Fondo Italiano per il Clima – i riferimenti a questo aspetto contenuti nella Politica sono marginali e, di conseguenza, non normati, con il rischio che l’istituzione permetta il finanziamento con fondi di terze parti di operazioni che, al contrario, non potrebbe finanziare con i fondi propri. Il timore delle organizzazioni è che, in assenza di una stringente Politica del settore energia, i volumi finanziati da CDP per infrastrutture fossili possano nuovamente aumentare, come avvenuto nel caso dell’altra istituzione finanziaria pubblica italiana, SACE. Re: Common
April 8, 2026
Pressenza
Il nuovo progetto di ENI in Mozambico fortemente criticato dagli esperti delle Nazioni Unite sui diritti umani
ReCommon condivide le forti preoccupazioni espresse dagli esperti delle Nazioni Unite in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno di Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico. Il progetto portato avanti da ENI consiste in una piattaforma galleggiante progettata per l’estrazione e la liquefazione del gas al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da ormai otto anni di un conflitto fra l’esercito di Maputo e gruppi di insorti. L’opera è di fatto la replica di Coral South FLNG, sempre di ENI, che è invece attiva ed esporta gas liquefatto da novembre 2022. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno affermato gli esperti, che si sono detti anche convinti che Coral North possa esacerbare le tensioni causate dal settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. Gli altri progetti per l’estrazione e il processamento del gas a Cabo Delgado, a partire da Mozambique LNG di TotalEnergies e di Rovuma LNG in capo a ExxonMobil e alla stessa ENI, hanno sofferto infatti di procedure di consultazione pubblica inadeguate, che hanno minato la partecipazione locale alle decisioni chiave del progetto e hanno provocato disagi socio-economici a lungo termine per le comunità che dipendono fortemente dalla pesca, dall’agricoltura e dalle risorse naturali. Nonostante le promesse di creazione di posti di lavoro, gli alti tassi di analfabetismo e l’accesso limitato all’istruzione fanno sì che, secondo quanto riferito, le comunità locali abbiano beneficiato in misura minima delle opportunità di lavoro generate finora. Ciò si è verificato in una regione in cui il conflitto armato ha già causato sfollamenti su larga scala, e dove gli eventi catastrofali associati al cambiamento climatico sono sempre più frequenti e violenti. Gli esperti hanno avvertito che il progetto Coral North FLNG potrebbe avere un impatto climatico significativo, finendo per aumentare le emissioni di gas serra. Un elemento denunciato da ReCommon già a marzo del 2025 con l’inchiesta “Fiamme nascoste”, relativa agli impatti sul clima dell’impianto Coral South FLNG, con un focus particolare sugli episodi di gas flaring e le associate emissioni, entrambi sottostimati dall’azienda italiana. «Siamo profondamente preoccupati dal fatto che una delle principali banche multilaterali di sviluppo finanzi un progetto di questa natura in un momento in cui le conseguenze dannose per l’ambiente e il clima derivanti dall’espansione dei combustibili fossili sono ben note. Le istituzioni finanziarie e le imprese hanno la responsabilità, ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio agli impatti sui diritti umani legati alle loro attività e relazioni commerciali» hanno dichiarato gli esperti. Il monito degli esperti delle Nazioni Unite parla esplicitamente di Coral North FLNG ed è indirizzato all’AfDB, ma la platea a cui si rivolge tra le righe è molto più ampia. TotalEnergies è coinvolta in due procedimenti giudiziari: il primo per omicidio colposo e mancata assistenza di persone in pericolo, il secondo per complicità in crimini di guerra. Il sito su cui dovrebbe sorgere il progetto della multinazionale francese è in condivisione con Rovuma LNG di ExxonMobil ed ENI. Elementi, quelli relativi a Coral North FLNG e agli altri progetti estrattivi nell’area, che non devono essere trascurati dagli sponsor finanziari internazionali delle infrastrutture, sia quelli confermati che quelli potenziali. La decisione della Banca africana di sviluppo appare in contrasto con la sua Strategia sul cambiamento climatico e la crescita verde 2021–2030, con il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sul cambiamento climatico e con l’imperativo, sancito dal diritto internazionale dei diritti umani, di decarbonizzare le economie nel corso di questo decennio. Gli esperti esortano la Banca a sospendere ogni finanziamento a progetti relativi ai combustibili fossili. «SACE e Cassa Depositi Prestiti hanno deciso di confermare il supporto finanziario a Mozambique LNG nonostante le gravi violazioni dei diritti umani associate al progetto. UBI Banca, ora controllata da Intesa Sanpaolo finanziò Coral South FLNG. Tutte queste istituzioni finanziarie sono in lizza per sostenere con capitali pubblici e privati sia Coral North FLNG che Rovuma LNG», afferma Simone Ogno di ReCommon. «Chiediamo loro di ascoltare il monito degli esperti delle Nazioni Unite e non sostenere finanziariamente questi progetti. Progetti che, guardando al contesto domestico, aggraverebbero la dipendenza italiana dai combustibili fossili, una scelta miope se guardiamo alle ripercussioni energetiche ed economiche derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz in questi giorni», conclude Ogno. Re: Common
March 27, 2026
Pressenza
ENI RINUNCIA AL GAS PALESTINESE: SODDISFATTI EXTINCTION REBELLION E BDS, “MA E’ SOLO L’INIZIO”
L’Eni non parteciperà alle attività di ricerca di gas naturale all’interno della zona economica esclusiva palestinese davanti alla striscia di Gaza. L’azienda italiana partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, si è ritirata dal consorzio che in pieno genocidio, nell’ottobre 2023, si era aggiudicato sei licenze di esplorazione per giacimenti di gas nelle acque antistanti Gaza. La decisione dell’azienda italiana del cane a sei zampe è stata comunicata dal quotidiano finanziario israeliano Globes e confermata anche da Eni. In seguito al ritiro dal consorzio, la multinazionale italiana dell’energia sarà tenuta a pagare un risarcimento, non ancora quantificato. Soddisfatte ReCommon, Extinction Rebellion e Bds, che insieme alle organizzazioni palestinesi per i diritti umani Al Mezan Center for Human Rights, Al Haq, Palestinian Centre for Human Rights e Adalah, avevano seguito la questione fin dall’inizio e messo al corrente l’opinione pubblica. Le organizzazioni solidali con la Palestina aggiungono che questa decisione “non assolve l’Eni. Tra novembre 2023 e ottobre 2025, l’Italia ha fornito a Israele 310.000 tonnellate di petrolio. Rimane attivo l’accordo con Ithaca Energy, controllata dall’israeliana Delek Group coinvolta nello sfruttamento di risorse nei territori occupati palestinesi”. Andreina Parogni, attivista di Extintion Rebellion, ci racconta  le azioni e le proteste che hanno preso di mira il colosso energetico e che hanno portato alla decisione di Eni di ritirarsi dal consorzio che vorrebbe il gas dei palestinesi. Ascolta o scarica
March 25, 2026
Radio Onda d`Urto
ReCommon diffida SACE per il progetto Argentina LNG
ReCommon ha inviato oggi una lettera all’assicuratore pubblico italiano SACE e alla sua controllante ministero dell’Economia e delle Finanze – di concerto con il ministero per gli Affari esteri e della Cooperazione internazionale – per diffidarlo dal sostenere il progetto Argentina LNG nella Patagonia argentina. Il progetto prevede, tra l’altro, l’installazione di 6 navi di liquefazione di gas (FNLG) nell’incontaminato Golfo San Matías, due delle quali saranno realizzate da ENI, alla quale SACE garantirebbe l’operazione con soldi pubblici. Le 6 unità galleggianti riceveranno il gas da trasformare in forma liquida per l’export dall’immenso giacimento di Vaca Muerta, seconda riserva di gas di scisto del mondo. L’iniziativa è in capo a YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Sotto il profilo finanziario e del conseguente rischio d’investimento, l’operazione coinvolge un contesto nazionale – quello argentino – caratterizzato da strutturale fragilità economica e da un’elevata esposizione a variabili macroeconomiche e politiche. È molto rilevante che la stessa SACE, nell’ambito delle proprie analisi, attribuisca all’Argentina un rischio politico medio-alto (71/100 di Media Rischio politico) e un rischio di credito alto (82/100). Sotto il profilo ambientale e sanitario, le criticità appaiono ancor più rilevanti. La vicina Penisola di Valdés è stata dichiarata nel 1999 patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per l’unicità dell’habitat e per la presenza di specie marine di elevatissimo valore conservazionistico, tra le quali figurano la balena franca australe, orche, leoni marini sudamericani, elefanti marini, delfini scuri e pinguini di Magellano. L’area interessata comprende inoltre riserve naturali quali Punta Bermeja, il cui promontorio ospita La Lobería, la colonia di leoni marini più grande del continente sudamericano, Caleta de Los Loros e Bahía de San Antonio, precedentemente tutelate contro la contaminazione da idrocarburi attraverso una legge abrogata nell’agosto 2022 al solo fine di consentire illegittime operazioni, particolarmente inquinanti, nell’area. L’ubicazione delle unità galleggianti di liquefazione del gas, nonché il traffico marittimo a esse associato, interferirebbe inoltre con le rotte migratorie della balena franca australe. «Durante la nostra recente missione sul campo in Argentina, nell’area interessata dal progetto, abbiamo appreso che gravi sono state anche le criticità dal punto di vista delle consultazioni pubbliche. Le riunioni con le comunità locali, promosse dalla società YPF, si sono svolte in un contesto militarizzato e caratterizzato da tensioni tali da determinare un clima intimidatorio nei confronti di cittadini e associazioni locali contrarie alla realizzazione del progetto» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «E c’è di più: si tratterebbe dell’ennesimo progetto che aggrava la dipendenza italiana dai combustibili fossili, una scelta miope se guardiamo a quanto sta avvenendo con la chiusura dello Stretto di Hormuz in questi giorni. Per tutte queste ragioni, ci vediamo costretti a diffidare la SACE affinché denaro pubblico non sia usato per un tale scempio» ha concluso Ogno. Re: Common
March 12, 2026
Pressenza
La Sardegna e l’assalto dei padroni del gas
Sul tema dell’utilizzo del Gas naturale liquefatto (GNL) e degli interessi di grandi aziende come EPH e SNAM in questo business, si è parlato il 10 dicembre a Cagliari, in un incontro organizzato da ReCommon, associazione impegnata in attività di inchiesta e di campagne “contro gli abusi di potere e il saccheggio dei territori.” L’inchiesta di ReCommon riguarda proprio il progetto del GNL in Sardegna, con interessi che vanno dagli Stati Uniti, alla Repubblica Ceca, a Israele, passando naturalmente per Roma. Gradite ospiti nella sede dell’Associazione di Amicizia Sardegna Palestina, Elena Gerebizza e Paola Matova hanno presentato le loro relazioni, che mettono a nudo un capitalismo sfrenato, che vuole trarre i massimi profitti, senza curarsi dell’impatto ambientale e sulla salute degli esseri viventi e, quindi, anche umana. Le relatrici incominciano il loro racconto dall’inizio dell’offensiva militare russa contro l’Ucraina, nel febbraio del 2022. Di conseguenza, per non dipendere dai gasdotti russi, l’Europa iniziò a diversificare gli approvvigionamenti. Così il nuovo business su cui puntare è diventato quello del GNL. Il gas viene portato allo stato liquido, attraverso un processo di raffreddamento a -162°, riducendone così il volume di seicento volte e facilitandone il trasporto via mare. Arriva nei porti italiani, come a Ravenna e a Piombino, con dei terminal portuali in cui il GNL viene rigassificato. Viene da paesi come Egitto, Qatar, Nigeria, Israele, ma sempre di più dagli Stati Uniti d’America. Anche agli occhi di un profano, sembra davvero un bel giro vizioso, far cambiare di stato il gas per farlo viaggiare per il mondo, consumando nel frattempo altri combustibili e continuando ad inquinare i mari e gli oceani. Ma il fatto è che sembra ci sia da guadagnarci molto. Cosi la SNAM, Società Nazionale Metanodotti, gestore e operatore della rete di trasporto del gas in Italia e azienda partecipata statale, può avere il via libera per il suo progetto in Sardegna. La SNAM si occupa delle infrastrutture, banchine, navi rigassificatrici, impianti a terra, stoccaggi, gasdotti. Il gas arriva soprattutto dagli USA (già nel 2022 l’Italia era il 6° importatore globale di GNL da Washington), ma anche da Israele, che si è illegalmente appropriato delle riserve al largo della striscia di Gaza. A questo proposito, SNAM è coinvolta direttamente nell’economia infrastrutturale in Israele dal 2021. Un rapporto che non risulta essere stato minimamente scalfito dal genocidio tutt’ora in atto a Gaza e in Cisgiordania. ReCommon ha messo la lente d’ingrandimento anche sull’estrazione del gas nei paesi produttori, come in Texas e in Lousiania, che provocano gravi danni naturali e alimentano l’ingiustizia sociale. All’origine della filiera c’è il Permian Basin, tra Texas e New Messico, dove il gas viene estratto attraverso pratiche invasive, come il “fracking”, o fratturazione idraulica, che comporta possibili contaminazioni delle falde e persino induzione di scosse sismiche. Il gas viene poi trasportato per migliaia di chilometri, fino alla costa del Golfo del Messico, dove negli ultimi anni sono stati costruiti enormi impianti di trattamento e liquefazione del gas. Le popolazioni locali, nella maggioranza afro-americane, o ispaniche, in cambio di manciate di posti di lavoro, soffrono le conseguenze dei processi industriali, sia come diminuzione della pesca e dell’acqua ad uso civile, sia sotto forma di espulsioni dai quartieri in cui vivono, che come inquinamento e malattie conseguenti. Ma per capire il piano per il GLN in Sardegna bisogna fare un passo indietro e tornare alla centrale elettrica di Fiumesanto, tra Sassari e Porto Torres, ancora alimentata a carbone. Nel 2015 ha acquisito la proprietà della centrale di Fiumesanto la EP Produzione, controllata dal colosso ceco EPH , di proprietà dell’oligarca Kretìnsky, che ha fatto la sua fortuna sull’intercettazione di sussidi pubblici, in patria e all’estero. Ci guadagnerebbe bene quindi con la riconversione a gas della centrale, a cui sarebbe vincolata l’installazione di una seconda nave rigassificatrice, a Porto Torres, naturalmente sempre a cura di SNAM. Ma questa fase non sembrerebbe così prossima. La fase più immediata del progetto, approvato dal DPCM Energia 2025, dovrebbe portare il gas liquefatto in mare dal golfo del Messico al golfo di Oristano, dove una nave rigassificatrice lo restituirebbe allo stato aeriforme e lo convoglierebbe in un metanodotto e, in parte, in camion cisterna. Il tracciato del metanodotto previsto porterebbe da Oristano al Sulcis, terminando nell’area industriale di Macchiareddu e quindi a Cagliari. In questo modo l’isola, che già ha pagato e paga le conseguenze malsane delle industrie petrolchimiche, dovrebbe continuare a dipendere dai combustibili fossili, come il metano. In un’economia di profitto globale che si scontra inevitabilmente con le esigenze primarie delle popolazioni dei territori, la Sardegna è sempre di più in primo piano. Perché non vanno dimenticate le altre minacce: Therna, le speculazioni sull’eolico, lo spettro delle scorie nucleari. Mettendo in altro capitolo il grave danno causato dai poligoni, dalle esercitazioni militari, dalla fabbrica di ordigni bellici RWM. In questa corsa al gas, non manca il coinvolgimento della finanza italiana, guidata dal gruppo Intesa Sanpaolo che, tra il 2016 e il 2022 ha erogato finanziamenti per 3 miliardi di dollari alle prime 20 società coinvolte nell’espansione del GNL, nonché altri 890 milioni al 1° gennaio 2023. Inoltre contribuisce ad incrementare il business del gas liquefatto statunitense, visto che Banca Intesa, dal 2016 ad oggi ha concesso finanziamenti per 2,1 miliardi di dollari alle società coinvolte nell’estrazione di gas nel golfo del Messico, con buona pace del diritto alla salute delle popolazioni. Così, mentre la centrale di Fiume Santo continua a bruciare carbone ed inquinare i territori del nord Sardegna, le prospettive di una transizione energetica sembrano arenarsi irrimediabilmente davanti alla scelta di un’altra fonte fossile, il metano, con la creazione di una nuova dipendenza economica dagli Stati Uniti ed una ignominiosa collaborazione con lo Stato genocidario di Israele. L’inchiesta di ReCommon lancia un avvertimento alla società civile sarda, affinché agisca, prima che sia troppo tardi. Carlo Bellisai
December 13, 2025
Pressenza
Inizia domani la causa temeraria di ENI contro le organizzazioni ecologiste
> Inizierà domani 23 settembre l’iter giudiziario relativo alla  causa per > diffamazione che il colosso petrolifero ENI ha intentato, nell’autunno 2024, > contro Greenpeace Italia, Greenpeace Paesi Bassi e ReCommon. Per le > organizzazioni questo procedimento promosso da ENI è una SLAPP (Strategic > Lawsuit Against Public Participation), una causa strategica mirata a > intimidire, silenziare e ostacolare chiunque osi criticare pubblicamente le > attività dell’azienda, in particolare le sue responsabilità nella crisi > climatica. Malgrado l’azienda sostenga che non siamo di fronte a una causa > temeraria, lo scorso aprile la coalizione anti SLAPP europea CASE ha > certificato questa azione civile come una SLAPP a tutti gli effetti. > > ENI ha citato in giudizio le tre organizzazioni perché, a suo dire, avrebbero > messo in piedi “una campagna d’odio” nei confronti dell’azienda. Le > organizzazioni stigmatizzano l’attacco giudiziario di ENI come un tentativo > per spostare l’attenzione dalla Giusta Causa da loro intentata contro > l’azienda nel maggio 2023, contenzioso che riprenderà a gennaio dopo il via > libera delle Sezioni Unite della corte di Cassazione che, lo scorso luglio, ha > accettato il ricorso dei Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e > cittadini italiani, riconoscendo che in Italia spetta al giudice ordinario > decidere su queste cause, respingendo così tutte le eccezioni sollevate da ENI > sul presunto difetto di giurisdizione. > > L’azienda, recentemente insignita del “premio” SLAPP Addict of the Year 2025 , > sta cercando ancora una volta di utilizzare il suo enorme potere economico e > la sua influenza per zittire le voci critiche rispetto al suo operato. Non è > infatti la prima volta che l’azienda porta in tribunale rappresentanti della > società civile o del giornalismo, come racconta il report “ENI e le SLAPP” > diffuso oggi dalle organizzazioni ambientaliste. > > Questo genere di cause  non è però di certo ascrivibile solo a ENI, ma è > purtroppo molto diffuso tra le compagnie fossili globali. Di recente, infatti, > la statunitense Energy Transfer (ET), con un’altra azione giudiziaria > strumentale, è riuscita a far emettere un primo verdetto contro Greenpeace > negli USA e Greenpeace International, che potrebbero essere costrette a pagare > una multa di 660 milioni di dollari. > > “L’obiettivo di queste cause” – dichiarano le organizzazioni – “non è vincere > in tribunale, ma intimidire, logorare economicamente organizzazioni non > profit, giornalisti o attivisti costringendoli a spendere risorse preziose per > difendersi in lunghe battaglie legali. Ma non ci faremo intimidire, questo > tentativo disperato di ENI di distogliere l’attenzione dalle sue > responsabilità nella crisi climatica, e dalla Giusta Causa intentata da noi, > ReCommon e da 12 cittadini, non sarà efficace. Continueremo a denunciare con > determinazione l’operato di ENI, tutte le volte che lo riterremo illecito, in > particolare in materia climatica, perché la libertà di espressione e il > diritto a un ambiente salubre sono pilastri fondamentali della nostra > democrazia.” Re: Common
September 22, 2025
Pressenza
Clima, Greenpeace Italia e Recommon: “Soddisfatti che Eni abbia cambiato idea, ora si entri subito nel merito della giusta causa”
“Siamo soddisfatti nel constatare che ENI, a seguito del recente pronunciamento delle Sezioni Unite della Cassazione in fatto di cause climatiche, abbia improvvisamente cambiato idea sulla Giusta Causa. Il ricorso in Cassazione, che fino a pochi giorni fa ENI bollava come ‘una scelta effettuata per perseguire una campagna di disinformazione’, ora viene accolto in maniera positiva dalla stessa azienda”. Così Greenpeace Italia e ReCommon commentano l’annuncio fatto da ENI di aver chiesto la riattivazione del giudizio nell’ambito del contenzioso climatico lanciato nei confronti dell’azienda dalle due organizzazioni e da 12 cittadine e cittadini nel maggio 2023. “Se l’azienda avesse voluto entrare davvero nel merito della causa fin da subito, avrebbe dovuto evitare di sollevare il ‘difetto assoluto di giurisdizione’, come invece ha fatto, costringendo Greenpeace Italia e ReCommon a chiedere un pronunciamento alla Corte suprema di Cassazione”, ricordano le due organizzazioni. A differenza di ENI, Greenpeace Italia e ReCommon auspicano da sempre e con convinzione che si apra un dibattito nel merito. Per le due organizzazioni la Giusta Causa è infatti un’occasione storica per portare alla luce le responsabilità del colosso italiano del gas e del petrolio nel riscaldamento del pianeta e ottenere finalmente giustizia climatica per tutte le persone.   Re: Common
July 31, 2025
Pressenza
Clima, le Sezioni Unite della Cassazione danno ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini contro l’ENI
Con una fondamentale decisione pubblicata nel pomeriggio di ieri, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, riunitesi lo scorso 18 febbraio, hanno dato ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini, che nei mesi scorsi avevano fatto ricorso alla Suprema Corte, chiedendo se in Italia fosse possibile o meno avere giustizia climatica. «Questa sentenza storica dice chiaramente che anche in Italia si può avere giustizia climatica», commentano Greenpeace Italia e ReCommon. «Nessuno, nemmeno un colosso come ENI, può più sottrarsi alle proprie responsabilità. I giudici potranno finalmente esaminare il merito della nostra causa: chi inquina e contribuisce alla crisi climatica deve rispondere delle proprie azioni». L’importantissimo verdetto avrà infatti impatto su tutte le cause climatiche in corso o future in Italia, rafforzando la protezione dei diritti umani legati alla crisi climatica, già riconosciuti dalla Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU). Non solo potrà essere decisa nel merito la causa contro ENI, Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (CDP) e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), avviata da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini davanti al Tribunale di Roma perché sia imposto alla società di rispettare l’Accordo di Parigi, ma la decisione indica la strada per tutte le future azioni giudiziarie nel nostro Paese. Questa pronuncia si inserisce nel quadro delle più importanti decisioni giudiziarie europee ed internazionali di climate change litigation. Nel maggio 2023, Greenpeace Italia, ReCommon e i 12 cittadine e cittadini italiani avevano presentato una causa civile nei confronti di ENI, di Cassa Depositi e Prestiti e del Ministero dell’Economia e delle Finanze – questi ultimi due enti in qualità di azionisti che esercitano un’influenza dominante su ENI – per i danni subiti e futuri, in sede patrimoniale e non, derivanti dai cambiamenti climatici a cui il colosso italiano del gas e del petrolio ha significativamente contribuito con la sua condotta negli ultimi decenni, pur essendone pienamente consapevole. ENI, CDP e MEF avevano eccepito “il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario adito”, ritenendo che nel nostro Paese una causa climatica non fosse procedibile. Greenpeace Italia, ReCommon e le cittadine e cittadini che hanno promosso la “Giusta Causa” hanno dunque fatto ricorso per regolamento di giurisdizione alla Suprema Corte, a cui hanno chiesto un pronunciamento in via definitiva. Il verdetto delle Sezioni Unite della Cassazione, pubblicato nel pomeriggio di ieri, ha infine dato ragione a cittadine, cittadini e organizzazioni. Il responso della Suprema Corte sancisce senza ombra di dubbio che i giudici italiani si possono pronunciare sui danni derivanti dal cambiamento climatico sulla scorta tanto della normativa nazionale, quanto delle normative sovranazionali e che, dunque, le cause climatiche nel nostro Paese sono lecite e ammissibili anche in termini di condanna delle aziende fossili a limitare i volumi delle emissioni climalteranti in atmosfera. La Cassazione ribadisce anche che un contenzioso climatico come quello intentato da Greenpeace Italia e ReCommon non è affatto un’invasione nelle competenze politiche del legislatore o delle aziende, quali Eni. La tutela dei diritti umani fondamentali di cittadine e cittadini minacciati dall’emergenza climatica è superiore a ogni altra prerogativa e da oggi sarà possibile avere giustizia climatica anche nei tribunali italiani. Inoltre le Sezioni Unite chiariscono che i giudici italiani sono competenti anche in relazione alle emissioni climalteranti emesse dalle società di ENI presenti in Stati esteri, sia perché i danni sono stati provocati in Italia, sia perché le decisioni strategiche sono state assunte dalla società capogruppo che ha sede in Italia. A questo punto il giudice a cui è stato assegnato il contenzioso climatico lanciato nel 2023 da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini italiani dovrà entrare nel merito dei danni che ENI ha contribuito ad arrecare agli attori ricorrenti, ma non c’è più alcun dubbio sul diritto ad agire per la tutela dei loro diritti di fronte a un giudice italiano quando gli effetti del cambiamento climatico si verifichino in Italia e quando le decisioni che hanno contribuito al cambiamento climatico siano state prese in Italia. Grazie alla presente azione e alla decisione della Suprema Corte a Sezioni Unite l’Italia si allinea agli altri Paesi più evoluti in cui il clima e i diritti umani trovano una tutela giurisdizionale. Greenpeace Italia e ReCommon attendono ora che il giudice ordinario a cui spetta tornare a decidere su “La Giusta Causa”  superi ogni altra eccezione preliminare ed entri finalmente nel merito, come già avvenuto nei tribunali dei più importanti Paesi europei. Le due organizzazioni e i 12 cittadine e cittadini chiedono che la giustizia faccia il suo corso, come già avviene nei più avanzati ordinamenti giuridici europei. Leggi la sentenza.   Re: Common
July 22, 2025
Pressenza