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Restare umani: il documento del Liceo Selvatico di Padova
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il documento dei docenti del Liceo Artistico Statale “Selvatico” di Padova, che segnalano pubblicamente le iniziative realizzate dalla loro scuola su e per Gaza.   Noi docenti del Liceo Artistico Statale P. Selvatico, alla luce delle iniziative realizzate e degli ultimi eventi – soprattutto alla luce delle ispezioni richieste per gli […]
Open science e research security: trovare il giusto equilibrio
“Sembra tramontata la stagione dell'”Open Science”. Ora si moltiplicano le politiche di research security: basta condivisione, autonomia tecnologica, protezione dei sistemi…” Così sta scritto in un articolo apparso sulla Lettura del Corriere della Sera di Alessandro de Angelis. L’articolo si riferisce al report OCSE:Science, Technology and Innovation Outlook 2025 In questi anni, più o meno dal Settimo Programma Quadro, mentre il resto dell’Europa implementava politiche connesse alla apertura, creava infrastrutture e reti di infrastrutture (EOSC), elaborava sistemi di valutazione più equi e inclusivi (CoARA) monitorava gli effetti di queste politiche e ne modificava gli assetti, in Italia ….non succedeva niente. Dopo una inutile legge sull’open access promossa da un Ministero che non era quello della ricerca e ampiamente disattesa  e un Piano nazionale sulla Scienza aperta nato vecchio, senza sostegno economico e soprattutto mai monitorato e verificato nella impostazione, poco si è parlato di Open science nel nostro Paese ed esclusivamente in ottica adempimentale (per altro senza che nessuno abbia mai fatro verifiche). Alcune istituzioni si sono organizzate per supplire al vuoto lasciato dalla politica cercando di allinearsi alle istanze europee, altre invece si sono accontentate della stipula di contratti trasformativi come testimonianza dell’orientamento del Paese verso la apertura. Con la research security, invece, le cose sono andate assai diversamente. Coerentemente con quanto avvenuto in Europa, sono state emanate raccomandazioni, linee guida, sono stati fatti incontri e proposti eventi formativi. E’ stato predisposto un sito su cui è possibile recuperare modelli e guide. La reserach security così come la open science sono temi importanti per l’Europa e per le politiche della ricerca, ma in Italia non abbiamo siti del Ministero dedicati all’open science, non abbiamo potuto assistere ad eventi formativi promossi dal Ministero, né sono state fornite linee guida e raccomandazioni. Semplicemente non se ne è parlato. Per cui per tornare all’articolo e al suo incipit ci si chiede se in effetti possa tramontare qualcosa che non è mai nato. Leggendo il testo si ha l’impressione di imbattersi nell’errore tipico di chi ha poca dimestichezza con almeno uno dei due aspetti (l’open science), per cui sembra quasi che i due aspetti siano messi in contrapposizione o siano in alternativa. Perché mai una ricerca sicura non dovrebbe essere riproducibile o replicabile? perché mai non dovrebbe essere tracciabile in tutti gli step effettuati. Perché l’open science dovrebbe essere in contrasto con una ricerca condotta in maniera sicura e soprattutto secondo principi ferrei di integrità della ricerca, rispondendo ai requisiti di trasparenza e fairness che sono alla base di una condotta responsabile? O vogliamo dire che responsabilità, trasparenza, riproducibilità nella ricerca sicura non contano? A blanket application of strict research security measures would pose a direct or indirect risk to the quality, productivity, integrity and, therefore, the societal and economic value of the national research system [così recita il report OCSE] Misure di sicurezza ben progettate possono tutelare la libertà accademica, proteggendo ricercatori e istituzioni da pressioni indebite, e migliorare la qualità della ricerca grazie a una maggiore trasparenza su collaborazioni e finanziamenti. L’OCSE propone un principio guida chiaro:  proteggere in modo rigoroso solo ambiti scientifici realmente sensibili, lasciando il resto del sistema della ricerca il più aperto possibile. Un approccio proporzionato e basato sul rischio consente di salvaguardare sia la sicurezza sia i benefici dell’open science. La sfida, oggi, non è scegliere tra apertura e protezione, ma trovare il giusto equilibrio che garantisca da un lato la sicurezza e dall’altro la affidabilità, un tema che in questi ultimi tempi è stato più e più volte messo in discussione.
Tutto..ma non i test INVALSI
La famiglia dello studente ha il diritto di accedere, comprendere ed entrare nel merito della documentazione scolastica. Lo sanciscono le norme e lo Statuto degli Studenti e delle Studentesse. Lo ribadisce il TAR del Veneto. Purtroppo questo diritto non vale dinanzi all’INVALSI.  -------------------------------------------------------------------------------- La famiglia dello studente ha il diritto di accedere, comprendere ed entrare nel merito della documentazione scolastica. Lo sanciscono le norme sulla trasparenza amministrativa, quelle del nostro ordinamento scolastico, lo Statuto degli Studenti e delle Studentesse. Lo ribadisce il TAR del Veneto nella sentenza 2074/2025, di cui dà notizia il Sole24ore. Dinanzi alla richiesta di accesso ai compiti scritti, ai criteri di valutazione e ad ogni documento riguardante lo studente da parte dei genitori, il Tribunale Amministrativo ritiene che il rifiuto da parte dell’Istituzione scolastica sia illegittimo e . I documenti richiesti sono utili per comprendere, ed eventualmente contestare, le scelte della scuola e degli insegnanti. Purtroppo questi diritti non sono esercitabili dinanzi all’INVALSI. Nonostante: -i test INVALSI siano individuali e certifichino le competenze dei singoli studenti (Dl.g 62/17) -i risultati entrino nel loro curriculum digitale (L.164/25) alle famiglie che fanno richiesta di poter accedere ai dati delle prove svolte per comprendere la logica della correzione e del punteggio acquisito, viene negato l’accesso. Il Garante della Privacy, a cui si è fatto ricorso, tace da oltre 8 mesi; forse è occupato in altro. A quanto pare solo le valutazioni umane dei docenti sono soggette a controllo, per chi può permetterselo. Chi tutela il diritto collettivo degli studenti di poter accedere e comprendere dati che sono obbligati a cedere e che li riguardano? L’INVALSI vive in uno stato di eccezione?
La Cina è leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali: Il più grande cambiamento tecnologico della nostra epoca
In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo “geopolitico”. La prima è che la prima classifica del Nature Index nel settore delle Scienze Applicate mostra che ci sia stato un trasferimento di egemonia dall’occidente all’oriente. La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale. La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200 ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria, l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science. (ndr: Il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145 riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati indipendenti di esperti. E’ un indicatore globale della performance scientifica di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed — e che la valutazione è condotta a livello nazionale — i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente affidabile delle tendenze scientifiche globali.) I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di 4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze applicate sono tutti cinesi. La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania (terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima nelle scienze applicate. La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate (includendo le nuove riviste). * In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale, consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella classifica generale). * In Cina, la quota è 52%, * in Corea del Sud 53%, * e a Singapore 49%. Al contrario: * in Germania solo il 27%, * nel Regno Unito 23%, * in Francia e negli USA meno del 18%.     La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA. Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee. Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature  ed è complementare al primo, discute il fatto che, secondo il  Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali — un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo L’analisi è basata su un database che contiene oltre nove milioni di pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato i 10% degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo 2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology Tracker  valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti nel 2025. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria. I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024 del tracker. Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici. Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa tutto l’oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni 90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi quindi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”. In questo contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave — risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale — pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a obiettivi collettivi. Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione strategica. Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma nel finanziamento e nell sviluppo della scienza può avvenire solo con la reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova in una situazione di svantaggio strutturale.    
Semestre filtro a Medicina: l’imbroglio, il danno, la beffa. Hanno ragione gli studenti a contestare la ministra
Il numero programmato, contrariamente a quanto era stato propagandato da Bernini, non è stato abolito, e non era praticamente possibile abolirlo La riforma dell’accesso a Medicina, voluta dal governo attraverso la ministra Bernini, è un imbroglio a danno degli studenti, aggravato da una beffa. Hanno ragione gli studenti a contestare la ministra, che ha dato prova di straordinaria pochezza rispondendo alle loro giuste critiche con insulti. L’imbroglio: il numero programmato, contrariamente a quanto era stato propagandato dalla ministra Bernini, non è stato abolito, e non era praticamente possibile abolirlo. Il numero programmato, oltre a evitare il rischio di creare professionisti in eccesso, è una conseguenza della grande conquista della libera circolazione dei laureati in Europa: l’Unione stabilisce criteri formativi comuni, rispettando i quali ogni paese si impegna a riconoscere la formazione professionale erogata negli altri paesi: un medico laureato in Italia può lavorare ovunque nell’Unione. Tra i criteri rientra però la proporzione tra il numero di studenti iscrivibili nei corsi e la capienza dei corsi stessi, che per i Corsi di Laurea in Medicina include anche la dimensione delle strutture sanitarie presso le quali i laureandi si formano. Per aumentare il numero di studenti iscritti a Medicina occorrerebbe non solo aumentare aule e docenti, ma anche la dimensione degli ospedali universitari; con i nostri numeri di aspiranti medici addirittura al di là del fabbisogno della popolazione: paradossalmente, per abolire il numero programmato avremmo bisogno di più posti letto in ospedale e più malati! Già oggi i nostri studenti si lamentano perché il loro accesso ai reparti ospedalieri è limitato, immaginiamoci cosa succederebbe se il numero di studenti triplicasse! L’alternativa sarebbe quella di uscire dal circuito della libera circolazione dei laureati in Europa: organizzarsi una laurea locale, di più basso livello. Certamente questa soluzione sarebbe rifiutata da tutti quegli aspiranti medici che vorrebbero liberalizzare l’accesso ai Corsi di Laurea: è umano volere il dritto della medaglia e rifiutarne il rovescio, ma non esistono medaglie senza il rovescio. Inoltre liberalizzare davvero l’accesso al Corso di Laurea rischia di alimentare disoccupazione o sottoimpiego: infatti il fabbisogno di medici del paese non è infinito, ed è stimabile in circa 8.000-10.000 nuovi professionisti ogni anno, necessari per rimpiazzare i pensionamenti dei circa 4.000 medici per milione di abitanti di un paese avanzato. All’imbroglio consegue il danno: gli studenti hanno frequentato, studiato e sostenuto esami ma in grande maggioranza non sono o non saranno ammessi, salvo l’esito dei numerosi ricorsi ai Tribunali Amministrativi: in pratica hanno perduto sei mesi, se non un anno, tutto tempo che, se fosse rimasto in vigore il metodo precedente, avrebbero potuto meglio impiegare in altre attività formative o lavorative. Questo è il principale argomento contro lo svolgimento della selezione concorsuale durante il percorso formativo. Se si vuole offrire formazione preliminare al concorso di ammissione, questa deve essere basata su un programma ristretto, limitata al solo mese di settembre, e la prova concorsuale deve essere svolta alla fine di settembre o all’inizio di ottobre, prima dell’inizio dei corsi veri e propri. Ovviamente, la prova concorsuale non deve essere confusa con un esame: deve soltanto stabilire una graduatoria per l’ammissione. Per mascherare il danno la riforma aggiunge una soluzione che è una vera e propria beffa: gli esami sostenuti, in caso di mancato accesso al Corso di Laurea scelto possono essere convalidati in un Corso considerato affine: la riforma implica cioè che, per il giovane che sceglie la sua futura professione, fare il medico, il farmacista o il biotecnologo sia la stessa cosa. Sfugge alla ministra che l’università prepara ad una professione e due Corsi di Laurea che includono materie parzialmente sovrapponibili non conducono a professioni altrettanto sovrapponibili. Se fosse rimasto in vigore il metodo selettivo precedente, gli studenti avrebbero saputo a settembre se erano stati ammessi o meno al Corso di Laurea preferito ed in caso di insuccesso avrebbero potuto scegliere in modo autonomo una diversa soluzione senza vedersela imporre da una legge autoritaria e paternalistica. La ministra ha appena accettato di aprire un tavolo per discutere le problematiche della riforma, premettendo però che non si può tornare indietro: l’intenzione è quindi quella di continuare a imbrogliare, danneggiare e beffare gli studenti per gli anni a venire. (Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)
Ecco i contestatori, siete solo dei poveri comunisti
Dopo il disastro annunciato delle prove per l’accesso a Medicina gli studenti sono andati a contestare, in modo in realtà anche troppo educato, la ministra alla kermessse di Atreju (o come si scrive). La ministra alzandsi in piedi li ha apostrofati come segue > <<Facciamo un applauso aI nostri amici contestatori… sapete come diceva il > Presidente Berlusconi? “siete solo dei poveri comunisti”>> Per questa volta ci limitiamo a trascrivere perché non siamo in grado di commentare un ministro della Repubblica che si esprime così. O forse si. Come scriveva l’Economist del mentore della ministra. Anche lei è semplicemnete unfit.
Se anche guerra e pace diventano soft skills
-------------------------------------------------------------------------------- La reintroduzione della leva militare torna al centro del dibattito europeo mentre in Italia la consultazione del Garante per l’Infanzia sottopone gli adolescenti a un questionario che trasforma guerra e pace in soft skills da analizzare. Inserita nel più ampio progetto europeo di resilienza e nel programma nazionale di integrazione tra Difesa, Industria e Istruzione, l’iniziativa contribuisce a normalizzare l’idea della guerra come futuro plausibile e della mobilitazione militare come responsabilità collettiva.  -------------------------------------------------------------------------------- Si torna a parlare di leva militare nel panorama internazionale. I giovani tedeschi manifestano contro il piano governativo di reintrodurre la leva. In Italia, intanto,  il Garante per l’infanzia e l’adolescenza ha pubblicato i primi esiti di una “consultazione” rivolta ai ragazzi dai 14 ai 18 anni dal titolo “Guerre e conflitti”. L’Autorità Marina Terragni dice che “l’iniziativa è stata avviata per colmare un vuoto di informazione sul sentiment degli adolescenti in relazione ai conflitti in corso e allo scopo di fornire alle istituzioni spunti di riflessione”. 32 domande aperte a chiunque, non solo ai giovani, alle quali è peraltro possibile rispondere ripetutamente. Qui il link per partecipare. Terragni parla di “spunti di riflessione” per le istituzioni. Ci sembra decisamente riduttivo. In quale quadro concettuale possiamo inserire la proposta del Garante all’Infanzia? Procediamo per livelli. 1) Piano europeo.  La Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 2025 sull’attuazione della politica di sicurezza e di difesa comune, nella sezione dedicata alla Difesa e società, e preparazione e prontezza civile e militare leggiamo[1]: (art. 133) è necessaria una comprensione più ampia, tra i cittadini dell’UE, delle minacce e dei rischi per la sicurezza al fine di sviluppare una comprensione condivisa e un allineamento delle percezioni delle minacce in tutta Europa e di creare una nozione globale di difesa europea; [..] ; invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza, consentendo nel contempo un maggiore controllo e scrutinio pubblico e democratico del settore della difesa. [..] (art.134) [l’UE] riconosce l’importanza cruciale dei cittadini nella preparazione e nella risposta alle crisi, in particolare la resilienza psicologica degli individui e la preparazione delle famiglie; [..] ; sostiene un approccio alla resilienza che coinvolga l’intera società con l’impegno attivo delle istituzioni dell’UE, degli Stati membri, della società civile e dei singoli cittadini nel rafforzamento del quadro di sicurezza dell’Unione. 2) Piano nazionale. Al Defence Summit 2025 “Un’Italia più sicura e difesa” il Ministro Crosetto ha dichiarato: “Serve una riorganizzazione complessiva della Difesa: un modello capace di affrontare le sfide di domani e, prima di tutto, di cambiare alla velocità richiesta dal presente. La proposta che porterò al Parlamento è chiara: una Difesa che possa adattarsi alle situazioni, con norme adeguate capaci di assicurare un ecosistema integrato in cui Industria, Università, Centri di ricerca e Difesa lavorino in sinergia. Abbiamo energie straordinarie per farlo, ma anche un avversario interno: gli steccati burocratici che bloccano e soffocano la competenza. Vanno superati. [..] La Difesa può essere il motore di questo cambiamento, contaminando positivamente le altre Istituzioni. Ha una responsabilità duplice: proteggere oggi il Paese e costruire la strada che garantirà un futuro alla Nazione. In questa sfida siamo coinvolti tutti: Difesa, industria, ricerca, università. È una responsabilità condivisa.” E’ in quest’ordine delle cose che dobbiamo leggere la consultazione del Garante dell’Infanzia, di cui hanno dato conto alcuni interventi critici (vedi qui, qui, qui, qui), che l’hanno infatti definita un esempio di “pedagogia di conflitto mascherata da ricerca sociale”. Critiche “ideologiche”, ha replicato l’Autorità garante. Le parole “competenza” e “resilienza”, pronunciate dall’Europa e dal Ministro Crosetto sono quelle su cui vale la pena soffermarsi. L’esortazione a considerare Difesa, Industria, Ricerca e Università come un organismo comune votato alla costruzione di una nuova dimensione civile di mobilitazione totale, in nome della sicurezza e del pericolo di guerra imminente, tocca direttamente anche la scuola, che di questa catena è il primo degli anelli. La proposta dell’Autorità Garante è un invito diretto ai nostri studenti: a sviluppare resilienza e senso di responsabilità, ma soprattutto a normalizzare una nuova idea di futuro possibile. Innanzitutto il linguaggio, così familiare a chi studia e insegna. L’idea di guerra come fenomeno affettivo, psicologizzante; la guerra come estensione dell’aggressività dei singoli e dei gruppi, per certi versi innata, nutrita da devianze o cattive abitudini. Il “litigio come piccola guerra”, il conflitto interpersonale assimilato alla violenza, la pace al pacifismo e alle manifestazioni (di cui ci si chiede l’”utilità”). Non c’è traccia di cause storiche, economiche o politiche, né di guerra né di pace. In secondo luogo, le modalità della proposta: il test a risposta multipla.  E’ la scelta più consona. Una scelta che costituisce già un programma educativo: il test è la forma pedagogica che chiude ogni spazio e apertura sul nascere, perché obbliga ad una selezione predefinita. Quella del test è una logica che insegna all’obbedienza, per costruzione. Fissati i presupposti della discussione, obbliga a selezionare un’ alternativa. Chi non sceglie non partecipa alla consultazione e alla raccolta dati. Chi non sceglie quindi non ha voce. I quesiti posti sono del tipo: Secondo te la violenza e la guerra sono insite nella natura dell’uomo? Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e mi arruolerei. Sei d’accordo? Come gestisci i conflitti in famiglia? Silenzi e distacco o urla e tensioni? Come reagisci quando litighi? Alzi la voce? Aggredisci? Ascolti le ragioni del prossimo? Quando litighi con qualcuno riesci a fare pace? Il Garante, nella consultazione, tratta guerra e pace come fossero soft skills. Attitudini, predisposizioni, “characher skills”, alla stregua di quelle misurate dall’OCSE o dall’INVALSI. Se, d’altra parte, oggi la scuola certifica la “competenze imprenditoriale” già alle elementari, forse si potrebbe pensare anche di misurare la disponibilità degli studenti alla guerra o ad arruolarsi. Sempre nel rispetto della privacy, ovviamente. Proviamo a ragionare per similitudine. Accostiamo il quesito sulle aspettative future che l’INVALSI proponeva nel 2018 all’interno del questionario studente (a partire dai 10 anni) al quesito sul futuro possibile oggi proposto dal Garante. Cosa colpisce? A distanza di meno di 10 anni il catalogo sul futuro si aggiorna, si amplia e si complica. Non più solo un orizzonte di mercato (consumo, desideri personali, successo) ma adesso di mercato e guerra. A cosa pensi se ti immagini in guerra? Avrai più paura di morire o di compromettere i tuoi piani di successo futuro? Se non ci risulta osceno e agghiacciante mettere sullo stesso piano la scelta di morire e quella di non poter realizzare i propri progetti è perché siamo stati gradualmente abituati, educati a questa forma di pensiero e di razionalità strumentale, per cui non ci sono alternative possibili. L’equivalenza concettuale è resa possibile dall’equivalenza statistica imposta dallo stesso strumento di rilevazione della consultazione, tutt’altro che neutro, che chiude i futuri possibili.  Ma ciò che rende ancora più surreale l’iniziativa del Garante è che non si tratta nemmeno di un’operazione sensata da un punto di vista statistico: chiunque, vecchio o giovane, può partecipare alla consultazione, anche più volte.  E’ imbarazzante parlare di analisi su un  “campione provvisorio di 4000 risposte”.  Si può rispondere fingendo di essere il Mahatma Ghandi oppure Rambo: giovane pacifista o guerriero sprezzante del pericolo. Più che osceno, il risultato è grottesco.       [1] Quest’articolo di Daniele Lo Vetere, questo di Renata Puleo o il libro di  Tommaso Greco, Critica della ragione bellica, per approfondire.
Per Piantedosi l’Università di Bologna ha negato il diritto allo studio a 15 militari: ministro, mi vergogno di Lei
Mi auguro fortemente che l’Università di Bologna La quereli per le Sue dichiarazioni false e infamanti Non volevo credere a quanto riportato dal Fatto Quotidiano, perciò sono andato direttamente alla Sua pagina Facebook, Ministro Piantedosi, per controllare. Ebbene sì, Lei scrive: “Una decisione incomprensibile quella di alcuni professori dell’Università di Bologna che hanno negato a un gruppo selezionato di 15 giovani Ufficiali dell’Esercito dell’Accademia di Modena la possibilità di frequentare un corso di laurea in Filosofia, nel timore di una presunta ‘militarizzazione dell’Ateneo’.” E ancora: “Infine, a questi professori e ai sostenitori di tale scelta voglio ricordare che gli Ufficiali a cui è stato negato il diritto allo studio hanno giurato sulla Costituzione […]”. Ma scherziamo? “Negata la possibilità di frequentare un corso di laurea in Filosofia”? “Negato il diritto allo studio”? Vede, Ministro Piantedosi, la Presidente del Consiglio sta (quasi) sempre molto attenta nel dosare le parole. L’ha fatto anche questa volta, dicendo chiaramente quello che è successo (la mancata istituzione di un Corso di Laurea ad hoc) e commentandolo dal suo punto di vista. Come tutti i politici di destra, sinistra e centro di ogni tempo, l’On. Meloni è un’artista nel dichiarare la parte di verità che torna utile alle sue tesi; come tutti i politici intelligenti, riesce perciò a plasmare la realtà a suo vantaggio, senza dire vere e proprie bugie. Quello che Lei ha scritto, e che ognuno può verificare di persona, è una scandalosa bugia, pura e semplice. Non sono sempre d’accordo con la gestione dell’Ateneo di Bologna, di cui mi onoro ancora di far parte; proprio negli ultimi tempi, certe decisioni mi hanno fortemente contrariato. D’altra parte capisco le remore, da parte del Dipartimento interessato, a istituire un Corso di Laurea su misura per una ristrettissima classe di cittadini. Tutte cose di cui si può discutere. Ma a nessuno viene negata la possibilità di frequentare un corso di laurea, a nessuno è negato il diritto allo studio. Mi auguro fortemente che l’Università di Bologna La quereli per le Sue dichiarazioni false e infamanti. Come Ufficiale di complemento in congedo, fiero di esserlo, e come Professore dell’Alma Mater, fiero di esserlo, mi vergogno di Lei. Pubblicato su Il Fatto Quotidiano 
I precari INGV sulla legge di bilancio
Segnaliamo ai lettori la lettera aperta inviata dai precari INGV al ministro Bernini. Segue il testo. lettera precari INGV Qui il link all’elenco dei firmatari.