Trescore Cremasco (CR): Divertirsi con la guerra. La militarizzazione avanza nei territori
Leggiamo il titolo apparso sul giornale locale di Cremona La Provincia (clicca
qui) e già lui, da solo, ci sembra assurdo: “Soldati armati, ma è soltanto un
gioco”.
Ci domandiamo cosa ci si deve aspettare dalla lettura integrale del pezzo. Poi
la prima fotografia e la prima sensazione di sorpresa si tramuta in sgomento. Ci
chiediamo “Ma veramente è possibile posare sorridenti vestiti da militari in
assetto di guerra, con tanto di tuta mimetica, caschetto, mitra spianati
(fortunatamente finti) ed un manichino che fa le veci di un cadavere?”. Ci
chiediamo quale progetto sottenda una tale macabra e irriverente immagine e ci
sembra uno sfregio alle reali vittime di conflitti, veri, non posticci, che
adesso, in questo momento, in ogni secondo delle nostre giornate, per ora, per
noi, ancora pacifiche, affollano la Storia.
Proseguendo nella lettura, sempre più affiora un sentimento di incredulità ed
orrore nell’approcciare alcune frasi, talvolta scritte in grassetto, come per
richiamare l’attenzione del lettore, che si suppone distratto da altro (un
messaggio whatsapp, un reel sui social, una notifica con l’ultima mail?). La
scelta delle parole evidenziate rappresenta un ossimoro perpetuo, che andiamo a
specificare.
Si parla di “simulazione incruenta di guerra”, senza pensare che il termine
guerra male si accosta all’aggettivo incruenta. La guerra è ciò che di più
cruento si possa immaginare, associabile ad altri vocaboli, ad altre immagini,
ad altri concetti, come distruzione, morte, violenza, dolore, disperazione,
annientamento.
L’articolo prosegue e specifica, a scanso di equivoci, che si tratta di una
“simulazione militare pensata per il divertimento e la socializzazione”, e, se
possibile, l’affermazione ci sembra un concentrato di assurdità. Da quando per
divertirsi e socializzare si simula una guerra in perfetto stile? Qualcuno
potrebbe obiettare che i bambini e le bambine giocano “alla guerra”, fanno finta
di sparare oppure che i nostri giovani, e meno giovani, adulti, soprattutto
maschi, si sfidano in videogiochi che simulano azioni armate. “E allora
Risiko?”. Ammettiamo, sono obiezioni che potrebbero avere una loro logica fuori
da un contesto, come quello attuale, della nostra Europa, del nostro mondo
intero, nel quale i venti di guerra soffiano anche vicino a casa nostra, anzi
proprio in casa nostra, dove il riarmo e la leva militare obbligatoria già hanno
preso o stanno prendendo piede nei discorsi di chi ci governa.
Ed allora sorge la domanda se sia opportuno far passare come un gioco la
finzione che ha visto come scenario il paese di Trescore Cremasco, i cui
abitanti sono stati preventivamente informati “riguardo lo svolgimento di questa
nuova iniziativa sportiva. La manifestazione si svolgerà in sicurezza e non
comporterà alcuna modifica o interruzione alla regolare
viabilitàstradale all’interno o nelle zone limitrofe al centro paese” (cit.).
L’avviso consentiva di non disturbare le attività della cittadina nel loro
svolgersi abituale: la spesa, lo shopping natalizio, la passeggiata domenicale
dopo il pranzo con i parenti. Però ci chiediamo: in che modo far passare come
“attività sportiva” (cit.) una performance nella quale i partecipanti vengono
arruolati, vestiti ed armati come soldati, in una realtà che, quasi quasi,
potrebbe sembrare educativa, formativa, divertente, innocua? Qual è il messaggio
che può passare tra le righe di tale vicenda? La normalizzazione della guerra?
La banalità del male, che vediamo ogni giorno tramite i nostri canali di
informazione? Noi pensiamo ai giovani, ucraini e russi, obbligati a combattere
una guerra assurda, che muoiono a centinaia, cui è stato tolto il diritto
all’istruzione, ad una vita sicura, e ci domandiamo cosa penserebbero di una
attività ludica che sembra la presa in giro di una amara e sconcertante realtà
vissuta, non per gioco.
Certo, nell’articolo si specifica che ci sono “club e squadre che si sfidano in
amichevoli, tappe di campionato, tornei ed eventi, organizzati sia di giorno,
sia di notte, in sicurezza sotto il controllo dei delegati del club e della Xtag
nazionale” (cit.).
Sul sito dell’associazione Xtag si scopre un mondo fatto di vendita di oggetti,
abbigliamento, “armi che emettono semplicemente fasci di luce
infrarossa invisibile” (cit.), attività che appare ben strutturata e certamente
redditizia. La manifestazione svoltasi domenica ha sicuramente rappresentato una
bella vetrina pubblicitaria, magari a costo zero, in modo che sotto all’albero
di Natale possa comparire un equipaggiamento completo da perfetto guerriero
contemporaneo.
Se può essere condiviso il detto filosofico per cui nominare le cose le fa
esistere, di questi tempi sembra che stiamo nominando (e mostrando) un po’
troppo le realtà militarizzate, normalizzandole. Se l’obiettivo sia quello di
farle anche esistere, è un dubbio che sorge.
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
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