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Educare alla guerra e alla difesa personale: quando le finalità del militarismo coincidono
La notizia arriva da Cremona, dove l’A.S.D. Esercito 10° Guastatori, insieme alla Presidenza del Consiglio Comunale ha promosso un corso di difesa personale rivolto alle donne (clicca qui per la notizia). Il corso, tenuto dall’esercito, ha come scopo due obiettivi, ossia salvaguardare l’incolumità delle donne, prevenendo aggressioni, e addestrare all’autodifesa. Non è la prima volta che il corso si svolge, infatti esiste già un precedente nel 2024. L’iniziativa, come apprendiamo dalla stampa locale, rientrava nel programma dedicato alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre. Il corso sarà gratuito, ma con la prenotazione obbligatoria e sarà strutturato su incontri teorici e pratici, una sorta di percorso tra l’educativo e l’addestramento a gestire aggressioni di varia tipologia. Fin qui nulla di nuovo, numerosi Enti locali gestiti dal centro destra hanno regalato spray al peperoncino, altri ancora hanno invitato le donne a partecipare a corsi di autodifesa, mettendo a disposizione, per tale scopo, strutture pubbliche e palestre mai concesse per altri percorsi e iniziative. Non è l’autodifesa a preoccuparci di per sé, ma questo pericoloso mix tra addestramento impartito dall’esercito ed esaltazione militare, l’immancabile presenza di istruttori dell’esercito, lo sdoganamento di pratiche di guerra esportate ad uso cosiddetto civile. E fa riflettere che, dopo anni di ricette securitarie come l’uso di agenti della Polizia Municipale per l’ordine pubblico, oggi le amministrazioni locali decidano di promuovere insieme all’esercito le pratiche di autodifesa, in un momento storico in cui si parla di richiamo alle armi per poche settimane all’anno dei cosiddetti riservisti, in cui si va prefigurando un ampliamento dei militari di professione e nel caso in cui non si arrivi ai numeri auspicati, c’è pur sempre l’esempio tedesco a portata di mano con il ripristino della leva obbligatoria. In questo contesto di assoggettamento alla cultura di guerra, bisogna leggere questi percorsi di autodifesa, dentro un clima sempre più belligerante, che sfrutta le insicurezze sociali e personali, i disagi sociali, le città ormai desertificate e buie con gli autoctoni spinti verso le degradate periferie. Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università