Riarmo in Europa con European Defence Industry Programme
Il Consiglio europeo dovrà presto verificare se gli obiettivi del Riarmo
lanciato nella primavera scorsa, sono stati raggiunti o se invece il
cronoprogramma presenta qualche intoppo o incidente di percorso di troppo. Se la
UE doveva introdurre enormi capitali e prestiti finanziari per il Riarmo e
questo obiettivo può dirsi raggiunto, qualche problema e decisi ritardi, invece,
riscontriamo nella realizzazione degli intenti del Libro Bianco di Draghi a
proposito di attività industriali e di ricerca sinergiche tra i vari paesi
comunitari. Di definitivo abbiamo ad oggi la Defence Readiness Roadmap 2030
presentata dalla Commissione come sviluppo del Libro bianco del marzo scorso.
Che ci siano poi problemi dovuti a contraddizioni interne alla UE è risaputo
come anche le difficoltà nella messa a punto dell’European Defence Industry
Programme (EDIP). L’EDIP altro non è che l’insieme dei finanziamenti per
acquistare congiuntamente delle armi e quanto serve per l’equipaggiamento
militare, presenta anche fondi destinati all’acquisto di materiali
indispensabili ed urgenti avvalendosi di altri capitoli di bilancio. E proprio
per questa ragione è impresa ardua conoscere l’esatta spesa militare quando si
sovrappongono differenti e molteplici capitoli di bilancio, spesso afferenti a
ministeri diversi.
L’EDIP ha un suo budget di spesa che da qui al 2027 dovrebbe aggirarsi su 1,5
miliardi di euro dei quali oltre 300 milioni già destinati all’Ucraina.
In questi giorni l’alto rappresentante UE Kaja Kallas ha fatto suo il motto
degli antichi per i quali la pace si difende preparando la guerra, se la
Germania procede verso il riarmo con uno sforzo economico che non ha pari nel
vecchio continente, altri paesi arrancano e faticano a raggiungere le spese
promesse al cospetto UE e NATO.
Ma resta innegabile che proprio in questi giorni tocchiamo con mano gli
interessi materiali statunitensi perché la UE impiegherà anni, ammesso che
raggiunga in toto l’obiettivo, prima di acquisire la piena autonomia militare
dai prodotti USA. E sarebbe importante capire la composizione azionaria, la
dislocazione dei siti produttivi, delle principali aziende di armi comunitarie
prima di addentrarci in ulteriori considerazioni.
Gli obiettivi poi sono sempre quelli descritti da mesi ossia generare economie
di scala, l’interoperabilità, acquisire maggiore standardizzazione dei prodotti
evitando doppioni concorrenziali tra loro, attenuare la frammentazione dei
mercati europei della difesa, accrescere il budget destinato da quasi 20 anni a
investimenti congiunti nel settore militare e nella acquisizione di tecnologie
di ultima generazione.
L’obiettivo presente è quello di ridurre la dipendenza militare e tecnologica UE
da Paesi terzi e da qui il tentativo di guidare anche le acquisizioni di
proprietà di aziende per evitare che altri paesi vengano a prendersi la
tecnologia e la produzione del vecchio continente utilizzandole per competere
alla fine con la stessa UE.
Fin qui tutto chiaro, poi ci saranno i prestiti Safe in deroga ai tetti di spesa
e al limite imposto all’indebitamento statale, anche i fondi previsti, richiesti
da 19 stati membri della UE, sono già destinati a progetti e piani regolarmente
sottoscritti. L’uso della clausola permetterà ai Paesi che ne fanno richiesta –
e sono stati la maggioranza – di “sforare” fino all’1,5 % del PIL i limiti
fissati al deficit pubblico per nuovi investimenti sulla difesa. A tutt’oggi i
fondi del piano SAFE – richiesti da 19 Stati membri – sono già stati interamente
sottoscritti.
Ma qualche passo in avanti la UE dovrà farlo in tempi relativamente celeri per
droni, missili e la difesa aerea per acquisire l’auspicata “capacità strategica
indipendente” ma “complementare” con i piani militari della NATO.
Nei fatti alla voce “Resilience and security, defence industry and space” sono
previste cifre di gran lunga superiori alle iniziali previsioni, si parla di
130,7 miliardi di euro per sette anni, il che imporrà a mettere mano al Bilancio
UE che queste enormi somme non ha stanziato con le dovute coperture.
È bene ricordare l’obiettivo di portare in pochi anni la spesa al 5 % del PIL
con un 3,5 per la difesa in senso stretto e un 1,5 per gli investimenti in
sicurezza (infrastrutture per energia, trasporti e digitale), quello che vediamo
nelle manovre di Bilancio è solo l’antipasto della economia di guerra.
Si tratta di far andare d’accordo allora non solo gli impegni assunti in seno
alla UE, ma anche quelli presi in ambito NATO, di sicuro gli incentivi
finanziari e fiscali dell’UE potrebbero andare in via privilegiata ad integrare
i bilanci nazionali per dare impulso alla industria militare europea, ci sarà da
capire se tutte le aziende del vecchio continente vorranno muoversi in questa
direzione o se invece subiranno le forti pressioni di importanti azionisti extra
europei. Se il sostegno all’Ucraina è il banco di prova della vincente sinergia
tra paesi UE i prossimi mesi sapranno offrirci qualche elemento in più, di
sicuro noi siamo certi che il disimpegno USA dagli scenari europei sia
funzionale all’accrescimento della spesa militare del vecchio continente e
avere maggiori risorse da concentrare in settori nei quali i ritardi europei
sono assai evidenti.
E non possiamo escludere che parte dei fondi finirà nelle tasche degli USA che
guadagneranno somme ingenti dalla vendita delle loro piattaforme e tecnologie
senza le quali la industria Ue almeno in campo missilistico e spaziale non potrà
acquisire le competenze necessarie. Ecco spiegata la ragione del dibattito,
serrato sulla necessaria “europeizzazione” dell’EDTIB che potrebbe tradursi
nella standardizzazione degli equipaggiamenti militari europei ragionando in una
ottica comunitaria e non più nazionale.
I grandi gruppi come Airbus, Rheinmetall, Dassault, Safran, Thales, MBDA e KNDS,
BAE Systems, Leonardo saranno sempre più protagonisti delle scelte industriali
nell’immediato futuro, non desti meraviglia la crescita esponenziale delle
deroghe anche in materia di appalti per velocizzare l’affidamento e la
realizzazione di sistemi di arma. Al contempo gli investimenti saranno rivolti
in misura quasi assoluta alla continua trasformazione delle tecnologie dual use
per portare i necessari cambiamenti alla industria militare, al modello di
difesa oggi esistenti. Le ripercussioni sulla ricerca sono scontate, i
finanziamenti saranno selezionati e debitamente indirizzati, la lunga mano delle
imprese di armi e delle Fondazioni ad esse legate sulla ricerca e
sull’università andrà di pari passo al depotenziamento degli investimenti
pubblici verso tutti quei settori, quelle branche di studio, estranei al grande
riarmo.
Fonti: https://www.consilium.europa.eu/it/policies/defence-industry-programme
Difesa: il nuovo cantiere dell’industria europea | ISPI
EDIP è un Regolamento proposto dalla Commissione per iniziare a implementare
misure concrete identificate in EDIS.
https://defence-industry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/edis-our-common-defence-industrial-strategy_en
State of the Union Address by President von der Leyen
Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle
università