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“Ragazzi On the Road” con le forze armate: format che rivoluziona l’educazione alla legalità
Prende il via la prima edizione del progetto “Ragazzi On the Road” a Cantù (CO), la prima dopo la firma del protocollo interministeriale tra il Ministero dell’Interno e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Si tratta di un progetto di prevenzione e cittadinanza attiva che coinvolge 11 studenti e studentesse dell’istituto Enaip di Cantù e due studenti universitari in una formazione interforze – carabinieri, polizia locale, polizia di stato, guardia di finanza, polizia penitenziaria, vigili del fuoco e protezione civile. I ragazzi e le ragazze sono state/i coinvolti in situazioni reali accanto alle forze dell’ordine e hanno seguito una formazione alla presenza del sottosegretario del ministero dell’Interno, del sindaco di Cantù e dell’assessore alla sicurezza e alla legalità. Il progetto nasce diciotto anni fa a Bergamo, è presente in oltre 130 comuni italiani e coinvolge 1300 ragazzi e ragazze attraverso esperienze di volontariato, percorsi PCTO e programmi rieducativi. Il sito dell’associazione dichiara “siamo convinti che prevenzione e fiducia reciproca siano le chiavi per costruire comunità più sicure, solidali e attente agli altri” e che “accorcia la distanza tra giovani e istituzioni” (qui video informativo). Ancora una volta è palese come il concetto di sicurezza venga utilizzato in maniera strumentale. La scuola rischia di risultare complice di un programma di governo che crede di poter costruire comunità solidali attraverso questa idea distorta di sicurezza. Abbiamo visto come “sicurezza” sia la parola manifesto di questo governo, materializzata in quest’ultimo anno con la conversione in legge del DDL sicurezza, l’estensione delle zone rosse e la feroce repressione delle piazze di questo autunno, che si è accanita in particolar modo contro studenti e studentesse. Proprio a loro si chiede di affiancare e di apprendere da chi, nel momento in cui esercitano il loro diritto al dissenso, li manganella o addirittura nega loro la frequenza scolastica.  On the Road – in senso letterale – si sono riversate maree umane che hanno chiesto giustizia sociale e climatica, fine del genocidio in Palestina, lavoro dignitoso e la risposta del governo è sempre stata e continua ad essere repressione, controllo e sicurezza. Nei contesti metropolitani si susseguono narrazioni sulla delinquenza dei maranza, ragazzi e le ragazze di seconda generazione che sentono l’urgenza di essere riconosciuti come cittadini nati e cresciuti in Italia e che vengono costantemente discriminati dalle istituzioni: nelle scuole, dove mancano reali programmi di inclusione, e per strada, attraverso la profilazione razziale. Fino alla morte, come è accaduto a Ramy, ragazzo egiziano residente a Milano, deceduto in un inseguimento da parte delle forze dell’ordine. In una fase complessa come quella che stiamo vivendo, far sì che questo format passi come innovativo e venga proposto con un protocollo interministeriale nelle scuole significa rendere una comunità educante complice di un processo molto pericoloso. Le nuove generazioni sono infatti chiamate ad agire in nome di una sicurezza che marginalizza i più deboli e non educa a riconoscere i disagi, le fragilità e costruire comunità accoglienti. La funzione della scuola è di palestra sociale. È lì che ogni essere umano sceglie da che parte stare. È lì che ognuno impara a prendersi le proprie responsabilità come cittadino e a chiedere il conto a chi è realmente responsabile quando i diritti sono sotto attacco. Fulvia Difonte, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Lombardia
Bandiere della pace fuori dalle scuole, rimuoverle è atto politico!
Un mese fa il sindaco di Inverigo (Como) ha fatto rimuovere dai cancelli esterni di una scuola primaria uno striscione rosso con la parola “pace” scritta in bianco, a sua detta «per evitare strumentalizzazioni politiche e per motivi di sicurezza». Era stato affisso lo stesso giorno dello sciopero generale di settembre, ma lo striscione non conteneva simboli partitici, solo la parola “pace”, ed era il frutto di un progetto didattico che aveva coinvolto i bambini e le bambine della classe quarta della scuola primaria. Ad aumentare l’assurdo di questa vicenda ci sarebbe che alle domande del sindaco per ricevere spiegazioni per lo striscione, la dirigente scolastica abbia declinato ogni sua responsabilità dicendo «Hanno fatto tutto le maestre!», e le maestre «Sono stati i bambini!».   Quello che come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sappiamo è che contrasti di questo genere ci sono e ci sono stati in molte altre scuole. Non sempre i media locali ne hanno scritto e neanche noi (qui e qui due vicende simili) Il livello simbolico però ha una grande importanza. Perché uno striscione innocuo diventa motivo di disputa tra adulti e pubblici ufficiali? Come può la pace diventare un tema controverso? A scuola poi, dove il valore della pace dovrebbe essere esplicitato, e non nascosto come causa di vergogna o di colpa. Tutto questo è successo per quel famoso motto a scuola non si deve fare politica che non trova appoggi nel nostro Osservatorio perché si equivoca sul termine politica. A scuola si devono fornire gli strumenti per abitare il mondo presente con la maggiore consapevolezza possibile. Le richieste di rimozione dei simboli della pace dagli edifici pubblici, quelle sì che sono politiche! Sono il segno della direzione presa dalla politica economica di questo Paese e di tutta Europa. Dalla scuola dell’infanzia fino all’università, che si faccia in termini di empatia con i più piccoli o in termini astratti e complessi con i più grandi, va insegnato che la guerra porta solo distruzione, dolore, rancore. Va insegnato che la gestione nonviolenta dei conflitti non si improvvisa, richiede competenza, che prima si comincia e meglio è. E va insegnato che quando si parla di pace forse si sta promuovendo una pacificazione che non è la stessa cosa.  Intanto, che le bandiere e i simboli di pace restino ai cancelli delle nostre scuole a salutare l’ingresso di chi le frequenta e a ricordare al mondo fuori che ad esse è affidato il suo stesso futuro.  Maria Pastore, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università