Alfredo M. Bonanno - La tensione anarchica

Biblioteca anarchica - Tuesday, August 9, 2022
Autore: Alfredo M. Bonanno
Titolo: La tensione anarchica
Data: 1996
Note: Edizioni Anarchismo – Opuscoli provvisori N. 7
Prima edizione: Laboratorio Anarchico di Sperimentazione Antiautoritaria, Cuneo 1996
Seconda edizione, Edizioni Anarchismo, aprile 2007
Terza edizione: novembre 2013
Origine: Consultato l’8 ottobre 2022 su www.edizionianarchismo.net
Nota introduttiva alla seconda edizione

Il processo in base al quale la tensione anarchica verso la libertà svuota se stessa della conoscenza non è mai ricordato come uniforme, non avviene tutto in una volta. La presa di coscienza non è un sacco che si vuota, alcuni elementi della conoscenza raffrenante non sono dettagli che si tolgono via a proprio gradimento, altri non possono essere tolti che con grande difficoltà e, non appena tolti, cercano in tutti i modi di ritornare al proprio posto. La paura di restare in balia dell’ignoto rimane forte. Sono portato, ed è naturale, a considerare più importanti gli elementi conoscitivi che tolgo via con maggiore difficoltà, ma questa purificazione non assegna una graduatoria né qualitativa né quantitativa. La parola, di fronte a questi sforzi, ha reazioni sue, non risponde mai in modo adeguato alla follia della tensione distruttiva, difatti non può quest’ultima presentarsi come progetto progressivo e dettagliato. La sua danza ricorda più quella del dio delle donne che la sapienza dominatrice di Atena. Non potendo presentare un progetto distruttivo completo in ogni sua parte, se non per grandi linee, troppo vaghe alla fin fine, devo ammettere che in assenza di regole ogni progetto comporta in sé qualcosa di ridicolo, la tensione corre il rischio di contrastare la parola invece di sollecitarla ad aprirsi. Ciò è costante nei casi in cui la preparazione liberatoria della tensione è ancora troppo esile di fronte al peso complesso dell’accumulo che la conoscenza minaccia di presentare come ricatto. Un errore può essere commesso nella sopravvalutazione del processo di avvicinamento al silenzio e la parola può non coglierlo, in questo caso si inizia una analisi dettagliata che prenderà movimenti complessi, contorti e che si modificherà profondamente di fronte alle ulteriori proposte della tensione più avanzata. A volte, quando le titubanze hanno il sopravvento, transitorio se vogliamo, comunque in grado di raffrenare l’istinto e gli impulsi più generosi, la tensione non è sufficientemente silenziosa e lascia che la conoscenza la gonfi di sé, la parola si accorge dell’invasione o delle condizioni premature, e crea dei falsi punti di riferimento per non azzerare completamente il lavoro già fatto dalla tensione stessa. Nessuna idea è talmente forte da resistere senza danni a questo ritorno della volontà di mettersi in salvo. È difficile cogliere i motivi della distruzione, radicale, che l’anarchismo propugna con tanta certezza, una volta che si deve mettere da parte lo scopo di questa distruzione, qualsiasi scopo, non regnando che l’inutilità nel baratro che accoglie i movimenti disorganizzati della tensione individuale, e molto più ampiamente, della tensione collettiva verso la libertà.

La tensione è aprire il proprio cuore all’imprevisto, lasciare così che la conoscenza propria e altrui scappi via per il mondo, che ognuno faccia quello che gli aggrada, strame o no, tanto lei non è né l’uno né l’altro. Grandi filosofi come Aristotele o Bruno sono caduti al servizio, anche transitorio, dei potenti, per non dire delle utopie di Platone, ma non potevano aprire la loro conoscenza, erano troppo gelosi e troppo parziali per non limitarsi ad assolvere fino in fondo l’arrogante e stupido compito di reggere il candelabro.

Rinuncio malvolentieri alla conoscenza e ai benefici che ne ho tratto per tutta la vita. Anche nelle peggiori condizioni in cui mi sono venuto a trovare essa riceveva un inchino dal nemico e, diciamo, un trattamento di favore. Anche quando sono stato torturato, i colpi erano peggiori solo quando il torturatore non sapeva chi fossi, poi diventavano più leggeri, quasi vergognosi. Rinunciare a questa essenza conoscitiva che mi pervade e che mi mostra quale sono essendo penetrata a fondo, anche se vestito di stracci come i Cinici, non è del tutto possibile, è una lunga lotta, e quando credo di essere arrivato a una buona condizione di svuotamento, ecco che l’antica tabe rispunta dove meno me l’aspetto. La distruzione non sarà mai possibile se non staccherà il contatto con questi legami che trovano la propria radice occulta proprio nel tessuto connettivo della conoscenza. Eppure è un’amara necessità rinunciare ad essa, anche all’ultimo, quando il suo respiro si fa corto e i suoi progetti di controllo sono scarnificati fino all’osso, permane una traccia di contenuto e di senso.

In fondo la tensione verso la radicale distruzione dell’esistente è follia che mi fa paura, come farla entrare in moduli conoscitivi rassicuranti?

Non sto parlando ovviamente dell’estasi vuota, impossibile perché dovrebbe riempirsi totalmente di qualcosa che non è da qualche parte ma si propone soltanto come movimento, appunto come tensione verso qualcosa, la libertà, eppure sto parlando di qualcosa che inceppa la parola e la rende incomprensibile se non vista nella prospettiva dell’azzeramento totale, del silenzio che circonda l’azione ormai completa in tutte le sue parti, condizione di svuotamento che fa spazio e libera dalle pretese di conquista che la conoscenza aveva sostenuto per decenni. L’insegnamento che viene da questa condizione pericolosa e insostenibile, eppure desiderata come nient’altro con tanta forza, è che la conoscenza chiude per sempre il cuore dell’uomo e lo sostituisce con il calcolo, con la convenienza, la conquista, il possesso. Rinunciare a tutti questi aspetti e conservare la conoscenza e le sue corrispondenze è impossibile. Prova ne è che la parola balbetta solo il piatto linguaggio della quotidianità, oppure, a volte, timidamente si avventura nelle mutate condizioni che la tensione rende possibili.

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