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        <title><![CDATA[Libertà di movimento]]></title>
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            <title><![CDATA[Gancio de Roma]]></title>
            <description><![CDATA[Agenda condivisa della Roma ribelle e autogestita]]></description>
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            <category><![CDATA[Agende]]></category>
            <pubDate>Fri, 20 Mar 2026 16:30:00 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[CyberCultura: A/I chiude dopo 25 anni]]></title>
            <description><![CDATA[Il collettivo Autistici/Inventati sospende i servizi dopo le sanzioni statunitensi. PeaceLink aveva espresso solidarietà e denunciato l'uso politico delle liste antiterrorismo. "Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso, restare umani", è l'ultimo messaggio di A/I.]]></description>
            <link>https://www.peacelink.it/cybercultura/a/51569.html</link>
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            <category><![CDATA[cybercultura]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 20:19:56 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La guerra all’Iran per Trump: da ‘Epic Fury’ a ‘small potatoes’]]></title>
            <description><![CDATA[<h3>Alla richiesta di chiarimenti su un’affermazione del suo vice, il 47º presidente degli USA ha definito il conflitto militare in Medio Oriente una bazzecola *.</h3>
<p>Alle conferenze stampa di giovedì 3 e venerdì 4 settembre i due house-holder della Casa Bianca hanno fatto dichiarazioni sulla <strong>guerra in Iran</strong> che i giornalisti hanno riferito con sgomento, alcuni spiegando il perché dell’apparente assurdità di tali affermazioni.</p>
<p>Prima <strong>J.D. Vance </strong>ha detto: «Non la definirei una guerra. Al momento non sono in corso sparatorie».</p>
<p><span>Ricordando che, iniziata con l’incursione di USA e Israele effettuata il 28 febbraio scorso e inizialmente da lui e Trump prevista durare<span> “solo poche settimane”,</span> </span>la guerra all’Iran ha “fatto impennare i prezzi della benzina e costretto i consumatori a fronteggiare un’inflazione sempre più elevata”, <strong>AP</strong> ha evidenziato che proprio mentre <span>Vance diceva che non sia una guerra “</span>in rappresaglia per gli attacchi statunitensi avvenuti all’inizio della settimana, giovedì <span>l’Iran </span><span><span>apriva il fuoco</span></span><span> contro il Kuwait, alleato degli Stati Uniti nel Golfo”</span>.</p>
<p>E, ha osservato AP, Vance ha negato che quella contro l’Iran sia una guerra per eludere una questione ‘scottante’:<span> per non ammettere di non poter promettere che il conflitto bellico “si concluderà entro le <strong>elezioni di medio termine</strong> di novembre, in cui i repubblicani cercano di mantenere la loro </span><span><span>risicata maggioranza al Congresso”.&nbsp;</span></span></p>
<p>Un vantaggio sempre più incerto proprio perché oltre che dai suoi oppositori democratici e progressisti, le strategie di Trump in politica estera sono contestate anche da tanti moderati, alcuni conservatori e sempre più numerosi repubblicani.</p>
<p>Il giorno seguente una giornalista ha chiesto al presidente USA: “Se non è una guerra, allora cos’è questo intervento armato che ai contribuenti statunitensi è costato oltre 37,5 miliardi di dollari e ha causato la morte di 18 soldati americani?”.</p>
<p>«Lo definisco un conflitto militare – ha risposto&nbsp;<strong>Donald Trump</strong> – Per noi small potatoes (una bazzecola *)», ha riferito AP riportando che il presidente<strong>&nbsp;</strong>ha sostenuto questa tesi affermando che gli assalti statunitensi contro l’Iran “sono ora intermittenti” e “molte persone non li definiscono più una guerra”.</p>
<p>AP riporta inoltre che Trump “ha aggiunto che il numero di vittime statunitensi nel conflitto con l’Iran è relativamente inferiore rispetto ad altre recenti guerre americane” e detto: «Qui abbiamo perso 18 persone. In Vietnam abbiamo perso 100˙000 persone. E in altri conflitti abbiamo perso decine di migliaia di persone».</p>
<p>Ma, ha rilevato l’agenzia stampa con sede principale a New York, dove venne fondata nel 1846, il paragone è sbagliato, perché compara la guerra contro l’Iran ad altre senza considerare che in questa in Medio Oriente gli Stati Uniti e Israele “hanno condotto solo attacchi aerei” e non “schierato truppe” nei territori dell’avversario.&nbsp;Quindi AP ha evidenziato anche che invece “secondo i dati degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti” nei combattimenti in Vietnam persero la vita 58˙220 soldati statunitensi.</p>
<p>E contemporaneamente il 4 settembre <strong>CBS News</strong> divulgava la notizia che a luglio al personale del Pentagono era stato trasmesso un ‘ordine di servizio’ che ingiungeva di smettere di riferirsi alla guerra in Iran come l’<strong>Operazione Furia Epica</strong>, nel messaggio dichiarata ufficialmente conclusa il precedente 5 maggio.</p>
<p style="text-align: right;">* bazzecola – s. f. [etimo incerto] : cosa di poco conto ≈ bagattella, barzelletta, inezia, minuzia, nonnulla, nullaggine, piccolezza, pinzillacchera, quisquilia. ‖ cavolata, cazzata, cretinata, fesseria, scemenza, sciocchezza, stupidaggine – <a href="https://www.treccani.it/vocabolario/bazzecola_(Sinonimi-e-Contrari)/" target="_blank">Vocabolario della Lingua Italiana / Enciclopedia Treccani</a></p>
<ul>
<li>PRESSENZA / 5.6.2026 – <a href="https://www.pressenza.com/it/2026/06/congresso-usa-ritiro-truppe-da-iran/" target="_blank">La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica”</a></li>
<li>PRESSENZA / 1.7.2026 – <a href="https://www.pressenza.com/it/2026/07/reputazione-trump-e-usa-in-calo/" target="_blank">La reputazione di Trump e degli USA in calo precipitoso</a></li>
<li>AP / 4.9.2026 – <a href="https://apnews.com/article/iran-war-trump-strait-of-hormuz-vance-oil-7ab86fbec23313f055fc2ab47933c199" target="_blank">Vance says Iran fight isn’t a ‘war’ as Trump tries to navigate unpopular conflict as election nears</a></li>
<li>CBS News / 4.9.2026 – <a href="https://youtu.be/63xWGufEe_k?si=AGg5gpEARuYf4WYS" target="_blank">Pentagon tells military personnel to stop calling Iran war “Operation Epic Fury”</a></li>
<li>AP / 5.9.2026 – <a href="https://apnews.com/article/trump-iran-vance-war-23a45a2c45c048a9e894baeab89c7a2f" target="_blank">Trump calls Iran conflict ‘small potatoes’ and defends Vance’s position that it’s not a ‘war’</a></li>
</ul>














<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/9ubdLyl2klU?feature=oembed"></iframe></p>





























































<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/m-brunasti/">Maddalena Brunasti</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/guerra-a-iran-vance-trump/</link>
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            <category><![CDATA[contenuti originali]]></category>
            <category><![CDATA[politica]]></category>
            <category><![CDATA[pace e disarmo]]></category>
            <category><![CDATA[guerra in iran]]></category>
            <category><![CDATA[governo trump]]></category>
            <category><![CDATA[j.d.vance]]></category>
            <category><![CDATA[operazione "furia epica"]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 19:03:11 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2]]></title>
            <description><![CDATA[<p><a href="https://www.pressenza.com/it/2026/09/la-sostituzione-della-madre-note-a-margine-di-un-recente-dibattito-1/">continua da qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1</a></p>
<p><b><i>Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La coerenza logica delle argomentazioni di L. Zanella è ferrea e quasi sacrale: se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più dure. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è filosofico. L. Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all’essenza. È proprio ciò che Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna non si nasce, ma si diventa”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il messaggio. Il medium è l’utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si afferma che il corpo che genera e la maternità sono inscindibili, allora per coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a compimento senza che si traduca in maternità. </span><span style="font-weight: 400;">L. Zanella non vuole farlo, ma è ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare, come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne decostruisce la pretesa: quell’universale non esiste, è sempre situato.L. Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già strutturalmente fondata sull’esproprio della cura: la badante rumena che lascia i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro non vende nove mesi, vende vent’anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro. Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l’utero come ultimo residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l’istanza abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo. Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica, creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino e pericolosissimo. &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida, perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi diventare madre con l’adozione senza alcuna gravidanza. </span><span style="font-weight: 400;">Il nostro ordinamento ha già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. </span><span style="font-weight: 400;">Se la legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa portarti a iniziarla?&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da una parte c’è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita ceduto. Dall’altra c’è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento giuridico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma non la si&nbsp; impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che dica l’opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono rifiutarlo se nasce disabile.&nbsp;</span></p>
<p><b><i>Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici ed Elia Randazzo</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Su un piano epistemologicamente rovesciato si colloca l’intervento di Angela Galici. Se L. Zanella muove dal principio di non mercificabilità del corpo materno, A. Galici parte da un dato materiale, transfemminista, intersezionale e sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo italiano, accedono comunque alla GPA all’estero senza garanzie? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La sua mossa è decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico materno è storico, quindi interrogabile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il fulcro della sua argomentazione è la distinzione tra protezione e tutela. La protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo delicata. È lo Stato che si fa padre e sospende l’autodeterminazione, lo stesso schema che ha escluso le donne da voto, lavoro e proprietà. La tutela, al contrario, non sostituisce la volontà ma crea le condizioni perché possa esercitarsi: diritti, salute, consenso informato, recesso reale. Da sindacalista la tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, ma tutelarle dentro di essa. Il divieto non elimina la pratica, la esporta dove le tutele sono minori. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’alternativa citata è la </span><i><span style="font-weight: 400;">Gestación solidaria</span></i><span style="font-weight: 400;"> cubana: né mercato deregolato né tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la GPA non significa negarne i rischi, ma riconoscere la gestante come soggettività piena che può essere decisiva in una nascita senza coincidere con la madre. Se ci dichiariamo intersezionali, il divieto senza eguali condizioni materiali si rovescia in privilegio di classe.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se il divieto come protezione produce disuguaglianza, resta da chiarire quando una scelta sia davvero libera. Qui si innesta il contributo di Elia Randazzo: la questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni materiali in cui si decide. Poiché nessuna essenza di Donna precede l’esistenza concreta, vietare in nome di quell’essenza significa reintrodurre una norma metafisica. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per E. Randazzo capacità gestazionale e maternità non coincidono: madre non si è per il solo partorire, lo si diventa nella cura, nella relazione, nella responsabilità. Identificarle consente di ricadere nell’essenzialismo, riduce la donna a biologia e crea un paradosso: madri di serie A che partoriscono e di serie B che adottano, con un varco aperto per argomentazioni pro-life. Anche l’autodeterminazione si rovescia: se per L.Zanella l’accordo comprime la libertà, per E. Randazzo può garantirla, con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento e revoca.&nbsp; Il consenso può essere viziato da vulnerabilità economica, ma il condizionamento non è automaticamente coercizione: nessuna scelta è immune dal contesto. Se il femminismo dice che sul corpo delle donne non decidono altri, questo principio deve valere per il no come per il sì. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra il tutto lecito e il divieto assoluto, E. Randazzo propone una terza via: una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Compito del femminismo non è dire cosa una donna debba fare del suo corpo, ma fare in modo che non lo decida nessun altro al suo posto: né mercato, né patriarcato, né Stato. </span><span style="font-weight: 400;">&nbsp;</span></p>
<p><b><i>Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo attraversamento ci conduce a una consapevolezza: discutere di GPA non è discutere di una tecnica, ma del modello di civiltà che la rende pensabile. Il merito di L. Zanella è averci costretti a guardare l’episteme: quando la maternità è frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che trasforma ogni desiderio in diritto è un monito ecologico prima che femminista. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Se la GPA è l’esito di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge, come ha ricordato A. Cavadi, la risposta non può essere una contro-coerenza altrettanto assoluta che fa dell’essenza materna un destino. Tra “tutto è disponibile” e “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide. Il divieto universale non è allora un limite di civiltà, come lo pensa L. Zanella, ma la rinuncia a costruirla: un gesto simbolico che punisce dopo, lasciando vuoto il prima, dove si annida lo sfruttamento. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Solo una regolazione rigorosa con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento, revoca, controllo pubblico rende lo sfruttamento nominabile e sanzionabile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La domanda aperta dall’incontro al Gramsci non è se la maternità sia sostituibile. Non lo è, se è relazione, cura, responsabilità. La domanda è più scomoda: chi ha il potere di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo? Se rispondiamo che spetta ad altri – mercato, Stato, o un femminismo custode di un’essenza – tradiamo l’autodeterminazione della donna che volevamo difendere. Se spetta a lei, il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile.&nbsp;</span></p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-palermo/">Redazione Palermo</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/la-sostituzione-della-madre-note-a-margine-di-un-recente-dibattito-2/</link>
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            <category><![CDATA[femminismo della differenza]]></category>
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            <category><![CDATA[gpa gravidanza per altri]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 18:06:59 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La vita dei bambini al fronte]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Ostaggi dei propri genitori: la polizia non riesce ad evacuare i bambini dalle città a ridosso del fronte.</p>
<p>17 luglio 2026<br>
– Alina Evych<br>
– Marharyta Fal<br>
FRONTLINER Ucraina </p>
<p>Una gita per comprare un gelato si è conclusa bruscamente per una bambina di sei anni quando uno sciame di droni nemici ha sorvolato la zona e uno di essi ha colpito un edificio vicino. </p>
<p>La gente ha urlato e la madre l’ha trascinata appena in tempo nella tromba delle scale di un edificio a caso che aveva notato. </p>
<p>La bambina spaventata non piange. È silenziosa, respira a fatica e ascolta attentamente per capire se deve buttarsi a terra. </p>
<p>Questa è l’infanzia di migliaia di bambini nelle città a ridosso del fronte. </p>
<p>Vivono in edifici bombardati o in scantinati, perché i loro genitori hanno scelto di non evacuare dalla linea del fronte. Frontliner spiega perché la polizia non può ancora aiutare questi bambini, nonostante sia stata promulgata una legge pensata per risolvere questo problema.</p>
<p>“La nostra sistemazione in cantina è onestamente migliore di quella<br>
che offrono attualmente nei rifugi” .<br>
afferma Veronika Koval.</p>
<p><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/09/Screenshot_20260906_172506_com_android_chrome_CustomTabActivity_edit_5623492301552-820x648.webp"></p>
<p>Olia Koval, una bambina di sei anni di Kramatorsk, si è nascosta due volte in un solo giorno dai droni russi: la mattina si è rifugiata sotto un albero in un parco; la sera si è nascosta in un negozio vicino quando un drone FPV si è lanciato nella sua direzione. È in grado di distinguere dal suono se si tratta di un attacco missilistico, di un raid di droni o di un colpo di artiglieria, compreso il rumore delle esplosioni di munizioni a grappolo in città. </p>
<p>Agli inizi di giugno, quando le forze di occupazione bombardarono il centro di Kramatorsk, cadde sul marciapiede e si sbucciò gravemente le ginocchia. Sua madre, Veronika Koval (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr), racconta che la figlia pianse per ore, turbata per aver sporcato il suo vestito nuovo e spaventata dall’esplosione avvenuta nelle vicinanze.</p>
<p>La famiglia di Olia si è trasferita da Pokrovsk nel 2024, lasciandosi alle spalle una casa, un appartamento e un’attività commerciale. </p>
<p>Ora, evacuare da Kramatorsk è una decisione molto difficile per i genitori di Olia: hanno acquistato l’appartamento in cui vivono con i soldi messi da parte per le emergenze. Non hanno più un posto dove andare.</p>
<p>« Nostra figlia ha la sua stanza qui, tutta sistemata, e c’è un seminterrato che tutti noi abbiamo sistemato con una colletta.<br>
Abbiamo finito la ristrutturazione a maggio: abbiamo installato un sistema di ventilazione, comprato generatori e carburante, e c’è anche un pozzo. Condividiamo lo spazio con altre due famiglie, così ognuno ha la sua area. Ci sono persino dei materassi, praticamente nuovi. La nostra sistemazione in cantina è onestamente migliore di quella che offrono nei rifugi in questo momento. Perché dovremmo andarcene? Chiunque qui pensi di non poter sopravvivere se n’è già andato. Noi resisteremo», dice Veronika Koval.</p>
<p>La linea di contatto del fronte rimane a 15 chilometri da Kramatorsk, dove è presidiata dalle Forze di Difesa ucraine. Non è stato ordinato alcun ordine di evacuazione, ma decine di famiglie hanno già dichiarato che non se ne andranno nemmeno se tale ordine venisse impartito. Veronika aggiunge che potrebbe cambiare idea se i combattimenti si avvicinassero come a Druzhkivka. Per ora, però, escludono l’evacuazione.</p>
<p>Sono rimasti durante l’occupazione. Ora sono costretti a evacuare<br>
Viktoriia Melnyk (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr) viveva già sotto occupazione a 13 anni. Le forze russe occuparono il suo villaggio, Komyshany nella regione di Kherson, nei primi giorni dell’invasione su vasta scala. </p>
<p>Nell’arco di sei mesi, le truppe russe perquisirono lei e sua madre per ben quattro volte, alla ricerca di soldati nascosti.<br>
Veicoli blindati per il trasporto truppe percorrevano le strade e uomini armati chiedevano continuamente documenti.<br>
Era terrificante, ma non c’era via d’uscita dall’occupazione.<br>
Quando il villaggio fu liberato, la famiglia rimase a casa. Non evacuarono fino a tre anni e mezzo dopo, quando i droni russi incendiarono le case vicine.<br>
Ma le famiglie con bambini vivono ancora nei villaggi circostanti, rischiando la vita al prossimo attacco.<br>
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<p>«La situazione attuale è pericolosa ovunque. Non saremmo al sicuro da un missile o da un attacco di droni da nessuna parte», ribatte la madre Oksana Melnyk (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr).</p>
<p>Secondo l’unità speciale di polizia “Angelo Bianco”*, all’inizio di giugno 2026, circa 50 bambini si trovavano ancora nella “zona grigia” nella regione di Kherson. Le famiglie che vivono ancora lì rappresentano i casi più difficili: si rifiutano di lasciare le proprie case nonostante assistano quotidianamente ai bombardamenti russi su Kherson, con il coinvolgimento di circa 500 droni nemici. Anche le squadre di evacuazione sono spesso bersaglio di attacchi.</p>
<p>* Nota del redattore: Angelo Bianco è un’unità speciale della Polizia Nazionale ucraina che si occupa dell’evacuazione di civili, compresi i bambini, dalle zone di prima linea e di combattimento.</p>
<p><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/09/Screenshot_20260906_172552_com_android_chrome_CustomTabActivity_edit_5706126605531-820x730.webp"></p>
<p>“Inoltre, le forze russe minano Kherson a distanza, esponendo famiglie con bambini al rischio di esplosione” afferma Serhii Tarasenko, capo della protezione civile presso l’Amministrazione militare regionale di Kherson. </p>
<p>Durante l’evacuazione di Viktoriia e di sua madre, un rilevatore di droni ha individuato un drone russo che sorvolava la loro auto.<br>
La squadra di soccorso è riuscita a bloccare il drone e a mettersi in salvo. Tuttavia, queste operazioni diventano ogni giorno più rischiose, rendendo più difficile il salvataggio delle persone.</p>
<p><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/09/Screenshot_20260906_172527_com_android_chrome_CustomTabActivity_edit_5666507173515-820x650.webp"></p>
<p>Nella regione di Donetsk, i bambini venivano nascosti in scatole per poter superare i posti di blocco senza essere notati dalle autorità.</p>
<p>Il 2 marzo 2026, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha firmato una legge che autorizzava l’evacuazione forzata dei bambini dalle zone di combattimento senza il consenso dei genitori.<br>
Gli attivisti per i diritti umani hanno lanciato l’allarme: la legge era incompleta. Non specificava dove i bambini evacuati sarebbero stati ospitati, chi se ne sarebbe preso cura e per quanto tempo sarebbero rimasti separati dai genitori.<br>
Non era chiaro se la polizia potesse usare manette o armi nel caso in cui gli adulti avessero opposto resistenza violenta all’evacuazione.</p>
<p>La Verkhovna Rada, l’organo legislativo ucraino, aveva il compito di risolvere questi problemi entro tre mesi, ovvero entro maggio.</p>
<p>Tuttavia, a giugno 2026, la legge n. 4779-IX non è ancora applicabile, poiché è in conflitto con altre leggi, comprese quelle che vietano di allontanare i minori dai genitori o dai tutori.</p>
<p>L’evacuazione forzata dei bambini nella regione di Kherson procede senza incidenti di rilievo e relativamente nei tempi previsti; tuttavia, nella regione di Donetsk la situazione è ben diversa. Alcuni residenti di Donetsk vivono a ridosso del territorio occupato dalla Russia dal 2014. I bombardamenti erano rari e vivere a soli due chilometri dalla linea di demarcazione era considerato sufficientemente sicuro.</p>
<p>“Ad Avdiivka, una nonna e un nonno tenevano la nipotina<br>
rinchiusa in uno scantinato.<br>
La bambina, a causa delle condizioni di vita precarie, non riusciva a sopportare il peso della malattia” dice Pavlo Diachenko, portavoce della polizia di Donetsk.</p>
<p>Quando nel 2022 la linea del fronte ha iniziato a spostarsi rapidamente, molti sfollati si sono trasferiti nelle città vicine, convinti di poter “aspettare” la fine della fase attiva dei combattimenti vicino alla linea del fronte, come avevano fatto nel 2014. </p>
<p>“Molti non credono che le forze di occupazione nella zona di guerra stiano effettivamente attaccando i civili, comprese donne e bambini”, afferma il portavoce della polizia di Donetsk, Pavlo Diachenko. </p>
<p>Alcuni dubitano persino che le foto delle città distrutte siano reali. Ciò che sembra spaventarli davvero è lo sfratto forzato dalle proprie case.</p>
<p>Nella zona di fuoco, gli agenti degli Angeli Bianchi devono perquisire gli scantinati alla ricerca di famiglie con bambini, poiché questi si nascondono lì.</p>
<p>«Ad Avdiivka, una nonna e un nonno tenevano la nipotina in cantina. Il cuore della bambina non reggeva alle condizioni in cui viveva. La piccola è morta e l’anziana coppia è rimasta ad aspettare i russi. Quando la città è stata occupata, sono finiti in un video in cui ringraziavano le forze russe per la loro “liberazione”, senza nemmeno accennare alla tragedia che aveva colpito la loro famiglia. Si sono limitati a ripetere i soliti slogan propagandistici», racconta Diachenko.</p>
<p>Nel 2023, l’Amministrazione militare regionale di Donetsk ha vietato ai genitori di rientrare nella “zona grigia” con i figli. Ma fino a poco tempo fa, le famiglie continuavano a tornare a Kostiantynivka. </p>
<p>I bambini venivano nascosti in borsoni per non essere individuati ai posti di blocco. </p>
<p>Una famiglia con un bambino piccolo ha tentato di tornare a Pokrovsk attraversando zone minate e campi. Alcune di queste famiglie sono state evacuate dalle cinque alle sette volte.</p>
<p>Diachenko aggiunge che la situazione nella regione di Donetsk è ormai così pericolosa che raramente si rende necessario ricorrere all’evacuazione forzata: quando i bambini vengono avvistati in una zona soggetta a evacuazione obbligatoria, come Druzhkivka, i genitori di solito acconsentono senza esitazione ad evacuare il giorno stesso.</p>
<p>I genitori si nascondono nei seminterrati invece di rivolgersi agli attivisti per i diritti umani.<br>
Quando, all’inizio del 2022, emerse la necessità di evacuare i bambini dai bombardamenti, il governo reagì con lentezza, ammette Dmytro Mykhalov, rappresentante del Difensore civico per le regioni di Donetsk e Luhansk.<br>
Non esisteva una politica chiara su come evacuare i bambini, se fosse opportuno farlo o se avessero l’autorità di intervenire le forze dell’ordine.</p>
<p>La responsabilità delle evacuazioni fu affidata a una nuova unità di polizia, l’Angelo Bianco. Ma fino al 2026, l’evacuazione richiedeva il consenso dei genitori o del tutore, e spesso i genitori si rifiutavano di partire o addirittura sceglievano di aspettare le forze russe. Di conseguenza, centinaia di bambini ucraini finirono sotto occupazione.</p>
<p>Per allontanare i bambini in questi casi, le forze dell’ordine si sono affidate a uno strumento legale diverso: l’articolo 170 del Codice di famiglia ucraino, che consente di allontanare i minori dalle loro famiglie, senza privare i genitori dei loro diritti, se la loro vita è a rischio nel luogo in cui vivono. Durante l’evacuazione di Pokrovsk, le autorità hanno applicato questo articolo 10 volte, ma ogni caso ha richiesto la redazione di rapporti formali, il ricorso in tribunale e mesi di attesa per una sentenza.</p>
<p>«Dei 10 bambini evacuati con questa procedura, sette sono tornati dai genitori. Per gli altri tre, le autorità hanno provveduto alla revoca della potestà genitoriale e al collocamento dei bambini in affidamento», afferma Mykhalov.</p>
<p>Ciò nonostante, sia allora che oggi, i genitori potrebbero presentare una controquerela per contestare la legalità dell’azione della polizia.</p>
<p>«La vita di un bambino non è sempre considerata una priorità. A volte arriva una causa e i giudici si pronunciano a favore dei genitori che hanno tenuto il figlio lontano dai bombardamenti.<br>
I giudici interpretano la legge sui diritti dei genitori e dei figli in modo diverso», spiega Mykhalov.</p>
<p>“Affinché il meccanismo funzioni a pieno regime,abbiamo bisogno di regolamenti che definiscano nel dettaglio la procedura di evacuazione” aggiunge Mykhalov.</p>
<p>Poiché la legge sull’evacuazione forzata è ancora priva di un meccanismo di attuazione, esiste il rischio che i giudici possano dichiarare illegali le azioni di White Angel.<br>
Alcune disposizioni devono essere finalizzate per proteggere le forze dell’ordine da tale rischio.</p>
<p>«Affinché il meccanismo funzioni a pieno, abbiamo bisogno di regolamenti che definiscano nel dettaglio il processo di evacuazione: da dove e verso dove un bambino può essere portato, dove soggiornerà prima di essere affidato a un tutore, chi svolgerà il ruolo di tutore e chi lo supervisionerà» aggiunge Mykhalov.</p>
<p>Nessuno dovrebbe privare un bambino del diritto alla vita e alla salute.<br>
Nemmeno i genitori.</p>
<p>Mykhalov afferma che dal 2023 non sono state presentate denunce contro White Angel per evacuazioni forzate nella regione di Donetsk.</p>
<p>I bambini vengono evacuati da zone prive di elettricità, acqua corrente e copertura per telefoni cellulari.<br>
Le persone hanno paura di uscire e si nascondono nei seminterrati per non essere trovate dalla polizia o uccise dalle forze di occupazione.</p>
<p>“Ciò che conta di più è la vita, soprattutto quella dei bambini. Quindi, se mai dovesse arrivare una denuncia del genere da una zona di evacuazione forzata, saremmo dalla parte degli ‘Angeli’ se non sono in grado di garantire la sicurezza del proprio figlio, sarà lo Stato a proteggerlo”, afferma Mykhalov, rappresentante del Commissario per i Diritti Umani della Verkhovna Rada nella regione di Donetsk</p>
<p>***’<br>
Ciao, siamo Alina e Marharyta, le autrici di questo articolo. Grazie per averlo letto fino alla fine.</p>
<p>Vivere vicino alla linea del fronte c’è un pericolo mortale, e alcuni genitori hanno condannato i propri figli a un’infanzia sotto i bombardamenti, mentre le forze di occupazione cercano di uccidere chiunque si muova e danno la caccia ai civili in quello che è diventato noto come un “safari umano”.</p>
<p> La legge sull’evacuazione dei minori era stata pensata per dare alla polizia maggiore libertà d’azione nel trasferire i bambini dalle zone di prima linea. Ma il sistema legale può ancora considerare illegale un’evacuazione imposta dalla polizia.</p>
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Alina Evych<br>
Giornalista<br>
Dal 2018 si occupa di temi sociali e bellici e, da marzo 2022, è corrispondente di guerra. Lavora principalmente nelle regioni di Donetsk e Kharkiv. Ciò che più le sta a cuore è la fiducia delle persone che incontra e gli eroi che ritrae nei suoi reportage. Predilige argomenti che valgono il rischio, perché il risultato ripaga di ogni sforzo. Oggi, il suo obiettivo principale è creare contenuti unici e significativi che rimangano impressi nella memoria delle persone. Fa parte del team di Frontliner da luglio 2025.</p>
<p>Marharyta Fal<br>
Fotografa<br>
Si concentra nel documentar sulla vita  dei civili</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-roma/">Redazione Roma</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/la-vita-dei-bambini-al-fronte/</link>
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            <category><![CDATA[guerra]]></category>
            <category><![CDATA[infanzia]]></category>
            <category><![CDATA[diritti umani]]></category>
            <category><![CDATA[ucraina]]></category>
            <category><![CDATA[pace e disarmo]]></category>
            <category><![CDATA[questioni internazionali]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 18:03:30 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Perché non basta la paura]]></title>
            <description><![CDATA[<p>di <strong>MARCO BASCETTA.</strong></p>



<p>Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd.</p>



<p>Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali.</p>



<p>Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare.</p>



<p>Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste.</p>



<p>Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole.</p>



<p>Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato.</p>



<p>E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump.</p>



<p>Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt.</p>



<p>questo intervento è stato pubblicato su il manifesto il 6 settembre 2026</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.euronomade.info/perche-la-paura-non-basta/">Perché la paura non basta</a> proviene da <a href="https://www.euronomade.info">EuroNomade</a>.</p>]]></description>
            <link>https://www.euronomade.info/perche-la-paura-non-basta/</link>
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            <category><![CDATA[europa]]></category>
            <category><![CDATA[fascismo]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 18:02:03 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1]]></title>
            <description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Giovedì 3 settembre, presso l’Istituto Gramsci Siciliano, si è tenuto un incontro promosso dalla Biblioteca delle donne e dall’UDI Palermo per la presentazione del libro di Luana Zanella – femminista storica ed ecologista, deputata Verde e AVS – </span><i>La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme </i>(Moretti e Vitali)<i></i><b><i>. </i></b><span style="font-weight: 400;">Hanno dialogato con l’autrice Augusto Cavadi, Daniela Dioguardi, Angela Galici, Elia Randazzo, con il coordinamento di Elena Di Liberto.</span></p>
<p><b><i>Una postura situata</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&nbsp;Non intendo restituire una cronaca esaustiva dell’incontro. Non solo per ragioni di spazio, ma per una scelta di metodo. Un dibattito come quello sulla gestazione per altri (GPA) è troppo vasto e stratificato per essere contenuto nella pretesa di un resoconto fedele: costringerebbe a una sintesi che neutralizza le differenze in nome di un falso equilibrio. Assumo dunque una postura volutamente situata e selettiva. Situata perché parlo da una posizione che non si nasconde dietro la neutralità del cronista, ma dichiara il proprio luogo di interrogazione. Selettiva perché non mi interessa ricomporre un mosaico, ma isolare alcuni nodi teorici, seguire alcune faglie, sottoporle a critica immanente. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il mio tentativo non è esaurire il dibattito, ma abitarne la complessità. Attraversare posizioni favorevoli e contrarie non per bilanciarle, ma per coglierne gli attriti più fecondi, là dove il pensiero si fa inquieto e costringe a pensare. È una questione che chiama in causa, contemporaneamente, diritto, filosofia, femminismo ed esperienza vissuta. Proprio per questo non tollera le scorciatoie dicotomiche del sì o del no, del pro o del contro. Esige lentezza; impone di tenere insieme principi e conseguenze, autodeterminazione e condizioni materiali che la rendono possibile, libertà individuale e limite. Non per trovare una sintesi pacificata, che non c’è, ma per attraversarne la tensione. È in questo spazio scomodo, non neutrale ma aperto al dialogo, che vorrei collocare questa riflessione. ‎&nbsp;</span></p>
<p><b><i>Il corpo nel mercato: lo sguardo di Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto si sono riconosciute nell’orizzonte teorico di Luana Zanella: la gravidanza come un’esperienza incarnata e non come prestazione esternalizzabile, e la critica alla disponibilità del corpo femminile reso accessibile a chi ha potere economico e rivendica un diritto alla genitorialità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">D. Dioguardi, in particolare, con la sua lunga storia nel femminismo e nell’UDI, ha insistito su un punto che la teoria da sola non può eludere: le derive concrete del mercato riproduttivo globale. Ha evocato con preoccupazione il turismo procreativo come forma di neocolonialismo riproduttivo, la forbice di classe e di provenienza tra committenti e gestanti, la filiera opaca delle agenzie di intermediazione, i tariffari differenziati per colore della pelle e nazionalità, le clausole di selezione. D. Dioguardi sposta poi lo sguardo dal piano teorico a quello materiale: le cliniche e le realtà che accolgono giovani donne, spesso in condizioni di vulnerabilità, che mettono a disposizione il corpo per la GPA. Dietro l’astrazione del consenso c’è una filiera. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Infine, in dialogo con E. Di Liberto, pone il tema del rimosso: il trauma dei bambini una volta nati, la prima separazione da un corpo che poi scompare, e il diritto a conoscere la propria storia.&nbsp;Non sono astrazioni, ma dati di realtà che ancorano la critica filosofica di L. Zanella a una dimensione materiale e che interrogano direttamente ogni ipotesi regolamentativa.&nbsp;</span></p>
<p><b><i>L’interrogazione di A. Cavadi: dal divieto al paradigma</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questa lettura la GPA non è un’eccezione ma un rivelatore. Un tema apparentemente piccolo che costringe a guardare il paradigma che lo rende possibile: l’esito coerente della cultura postmoderna dominante. Un paradigma che si articola così: sul piano cosmologico, un universo senza </span><i><span style="font-weight: 400;">telos</span></i><span style="font-weight: 400;"> dove l’essere accade senza ragione; su quello etico, il tramonto di ogni </span><i><span style="font-weight: 400;">lex naturalis,</span></i><span style="font-weight: 400;"> per cui non c’è bene o male inscritto nella natura ma solo storia e decisione autonoma; su quello antropologico, l’io come desiderio e il desiderio come unica fonte insindacabile di legittimazione; su quello socio-economico, l’idea che il libero incontro tra consensi – venditore e compratore, sadico e masochista, committente e gestante – sia di per sé garanzia di libertà, purché senza coercizione fisica diretta; su quello giuridico, la proprietà assoluta del proprio corpo, declinabile come facoltà di cederne parti; su quello biologico, il concepito non come altro soggetto, ma come parte del corpo femminile nella piena disponibilità della donna. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se si accetta questa concatenazione, la conclusione si impone: chi può disporre del feto prima del parto, può disporne anche subito dopo, cedendolo. Fermarsi al sesto tassello – rivendicare l’aborto senza limiti – e rifiutare il settimo – la gestazione per altri – sarebbe incoerenza logica. Così come sarebbe incoerente rifiutare le premesse, affermando il diritto del concepito alla continuità affettiva con chi lo ha gestato, e poi accettare la conclusione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il ragionamento, però, resta su un piano astrattamente filosofico, che interroga la coerenza interna delle visioni del mondo. Altro è il piano politico-giuridico, dove un giudizio etico negativo non implica necessariamente una strategia proibizionista. Si può ritenere la GPA moralmente problematica&nbsp; e tuttavia sostenere una regolamentazione che ne limiti i danni, in attesa di costruire una società dove nessuna donna sia indotta per necessità a prestare il proprio corpo.</span></p>
<p><b><i>Il cuore del libro di Luana&nbsp; Zanella: dalla tecnica all’episteme</i></b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&nbsp;È a partire da questa interrogazione sul paradigma che si comprende il gesto teorico di Luana Zanella. Se Cavadi ci chiede perché la GPA è diventata pensabile, Zanella ci chiede come è diventata dicibile. Il cuore del libro è un gesto filosofico prima che politico: spostare la gestazione per altri dal piano della tecnica al piano dell’episteme. L. Zanella non discute una procedura medica, discute la ragione che la rende pensabile. Chiamarla gestazione per altri significa presupporre ciò che si dovrebbe dimostrare, e cioè che la gestazione sia una funzione isolabile, un contenitore neutro che si può prestare. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L.Zanella la chiama “sostituzione della madre” perché non si affitta un organo, si sostituisce una figura relazionale. Il corpo che genera, nella sua prospettiva, non è mai un corpo-oggetto smembrabile in pezzi vendibili, ma un corpo vissuto che è già relazione prima di diventare madre giuridica. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Qui si salda l’intreccio tra ecologia e femminismo che dà il titolo al libro: come l’ecologia ci ha insegnato che non si può estrarre un bosco dal suo ecosistema senza distruggerne il senso, così il femminismo deve ricordare che non si può estrarre la capacità generativa dalla trama di cura, di tempo, di linguaggio che la costituisce. È da questo impianto che discende la critica più affilata a quella che L. Zanella chiama tripartizione diabolica, diabolica nel senso etimologico di </span><i><span style="font-weight: 400;">dia-ballein</span></i><span style="font-weight: 400;">, ciò che divide e separa. &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La GPA per potersi reggere, non solo giuridicamente ma simbolicamente, deve frammentare la madre in tre funzioni: la madre biologica che fornisce l’ovulo, la madre gestazionale che porta avanti la gravidanza, la madre legale che ne assume la titolarità.&nbsp; Questa divisione non è una descrizione neutra: è un atto performativo, nel momento in cui nomina tre madri, rendendo pensabile che la madre sia sostituibile.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando la figura materna viene resa incerta, moltiplicata e quindi revocabile, l’unico dato che resta certo, stabile, inconfutabile è la provenienza dello spermatozoo. Il padre torna così al centro della scena riproduttiva come origine unica, certa e proprietaria. Da qui il secondo nodo, quello sul desiderio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L. Zanella legge la GPA come espressione compiuta del paradigma neoliberista: non più bisogno, ma diritto illimitato. L’individuo contemporaneo si rappresenta&nbsp; come artefice assoluto del proprio destino e converte il desiderio di genitorialità in pretesa giuridica, resa effettiva solo dal potere economico. È un desiderio senza limiti perché incapace di riconoscere alterità. A questa epistemologia del frammento, L. Zanella oppone un’epistemologia della relazione, che è insieme femminista ed ecologica. </span><span style="font-weight: 400;">La maternità non è un destino obbligato, ma non è nemmeno una funzione neutra affittabile. È potenza simbolica, relazione originaria che fonda la civiltà.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’ultimo nodo della sua critica è politico, il più radicale: se il corpo femminile non è proprietà privata ma bene comune dell’umanità e limite invalicabile al mercato, allora la sua mercificazione non si può regolamentare, la si deve vietare. Regolamentare, per L. Zanella, significa già legittimare l’idea che la maternità sia sostituibile. Il divieto universale non è un tabù moralistico, ma un limite di civiltà.&nbsp;</span></p>
<p><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/09/516KHFKEKJL._SL1448_-207x300.webp"></p>
<p>continua…</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-palermo/">Redazione Palermo</a></p>]]></description>
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            <category><![CDATA[contenuti originali]]></category>
            <category><![CDATA[salute]]></category>
            <category><![CDATA[genere e femminismi]]></category>
            <category><![CDATA[gpa gravidanza per altri]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 17:43:39 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[L’attualità del pensiero di Edward W. Said sulla fine del processo di pace in Palestina]]></title>
            <description><![CDATA[
A quasi un quarto di secolo di distanza torna di grandissima attualità una raccolta di articoli dell’accademico palestinese Edward W. Said (1935-2003), anglista, docente di inglese e letteratura comparata, per quarant’anni presso la Columbia University di New York, tra i quali quello qui sotto, rilanciato in un post (<a href="https://www.facebook.com/share/p/1JoRQS5Bk4/)" target="_blank">https://www.facebook.com/share/p/1JoRQS5Bk4/</a>) dal giornalista palestinese Bassam Saleh, inviato dell’agenzia Alnahar News.

L’articolo è contenuto ne la&nbsp;<i><b>Fine del processo di pace. Palestina/Israele dopo Oslo</b></i>&nbsp;(The End of the Peace Process: Oslo and After, 2000), trad. di M. Nadotti, Collezione Campi del Sapere, Milano, Feltrinelli, 2002, libro ad alto tasso di preveggenza.

In dissenso aperto con Arafat, dopo aver collaborato con l’OLP per decenni e duramente critico nei confronti di ciò che reputava una vera e propria “svendita” del popolo palestinese operata dal trattato di Oslo, Edward E. Said è conosciuto anche per l’elaborazione del concetto di “orientalismo”: uno strumento di analisi critica a 360° del nostro perdurante e patologico eurocentrismo, da inserire a pieno titolo nella cassetta degli attrezzi di una moderna antropologia culturale: un’eurocentrismo che si declina, peraltro, anche nella crescente islamofobia di questi ultimi anni all’ origine del plateale appoggio filo-sionista dell’attuale destra al potere in Italia ma anche dell’accondiscendenza di ampi spezzoni all’interno della galassia della sinistra cosiddetta “riformista”.

Nell’articolo si ricorda inoltre che la politica degli insediamenti non fu appannaggio unicamente della destra ma a partire dal ’67 proprio di quel partito laburista e di quell’area di sinistra che ancora oggi promuove un colonialismo di insediamento secondo l’approccio del kibbutz, proprio per non farsi scavalcare da “destra” dalle comunità ebraiche estremiste, così come è stato recentemente denunciato in alcuni articoli del quotidiano israeliano progressista Haarezt e qui sintetizzati sempre da Bassam Saleh (<a href="https://www.facebook.com/share/p/1FDGkvkoNv/)" target="_blank">https://www.facebook.com/share/p/1FDGkvkoNv/</a>).

<i>Dopo il 1967, l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza portò alla creazione di un sistema militare e civile per i palestinesi, concepito per soggiogarli e realizzare l’egemonia israeliana, un’estensione del modello su cui si fondava Israele. Gli insediamenti furono istituiti alla fine dell’estate del 1967 (e Gerusalemme fu annessa), non da partiti di destra, bensì dal Partito Laburista, membro dell’Internazionale Socialista. </i>

<i>L’emanazione di centinaia di “leggi degli occupanti” violò direttamente non solo i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma anche le Convenzioni di Ginevra. Queste violazioni spaziavano dalla detenzione amministrativa alla confisca di massa di terre, alla demolizione di case, allo sfollamento forzato, alla tortura, all’abbattimento di alberi, agli assassinii, alla censura di libri e alla chiusura di scuole e università. L’espansione degli insediamenti illegali continuò senza sosta, mentre la politica di pulizia etnica si estese ad altre terre arabe per accogliere immigrati ebrei provenienti da Russia, Etiopia, Canada, Stati Uniti e altri paesi.<p></p>
<p>Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel settembre 1993, la situazione dei palestinesi è andata progressivamente peggiorando. Per i palestinesi è diventato impossibile spostarsi liberamente, è stato loro impedito l’accesso a Gerusalemme e imponenti progetti di costruzione hanno alterato la geografia del paese. La discriminazione è stata pianificata meticolosamente in ogni aspetto.</p>
</i><p><i>Non c’è dubbio che il dilemma morale che si pone a chiunque tenti di affrontare il conflitto israelo-palestinese sia profondo. Gli ebrei israeliani non sono coloni bianchi come quelli che colonizzarono l’Algeria o il Sudafrica, sebbene siano stati impiegati metodi simili. Sono giustamente considerati vittime di una lunga storia di persecuzioni occidentali, principalmente antisemite e cristiane, culminate negli orrori quasi inimmaginabili dell’Olocausto nazista. Ma per i palestinesi, il loro ruolo è quello di vittime.</i></p>

<i>Questo spiega perché i liberali occidentali, che hanno pubblicamente sostenuto il movimento anti-apartheid, il movimento sandinista in Nicaragua, Bosnia, Timor Est, il movimento per i diritti civili in America, la commemorazione armena del genocidio turco e molte altre cause politiche simili, si siano astenuti dal sostenere pubblicamente il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione. </i>

<i>Quanto alla politica nucleare israeliana, alla sua campagna di tortura legalizzata, all’uso di civili come ostaggi o al suo rifiuto di concedere ai palestinesi permessi di costruzione sulle loro terre in Cisgiordania, queste questioni non sono mai state sollevate nella sfera pubblica liberale. Ciò è dovuto in parte alla paura e in parte al senso di colpa.<br>
</i>

<i>Una sfida ancora maggiore risiede nella difficoltà di separare le popolazioni palestinese e israeliana, ormai intrecciate in innumerevoli modi, nonostante l’enorme abisso che le separa. Molti di noi, che da tempo si battono per uno Stato palestinese, comprendono che un tale “Stato” (le virgolette sono appropriate!), qualora emergesse dalla catastrofe di Oslo, sarebbe debole, economicamente dipendente da Israele e completamente privo di qualsiasi reale potere o sovranità. Inoltre, l’attuale mappa della Cisgiordania rivela che le aree autonome sono frammentate e isolate (la loro estensione attuale non supera il tre per cento della Cisgiordania, mentre il governo di Netanyahu continua a rifiutarsi di concedere loro un ulteriore tredici percento). Queste aree assomiglierebbero quindi a dei Bantustan, controllati dall’esterno da Israele. </i>

<i>L’unica soluzione sensata, pertanto, è che i palestinesi e i loro sostenitori riprendano la lotta contro i principi fondamentali israeliani che discriminano i non ebrei nella Palestina storica. Questa mi sembra la richiesta logica di qualsiasi campagna per la giustizia palestinese, piuttosto che l’occasionale, esitante e debole richiesta di separazione tra le due parti da parte del movimento israeliano “Peace Now”. </i>

<i>Nessun principio dei diritti umani, per quanto flessibile, può essere conciliato con la discriminazione praticata da Israele nei confronti dei non ebrei, principalmente contro i palestinesi. Non c’è speranza di riconciliazione tra Palestina e Israele se non si affronta la contraddizione tra l’ideologia isolazionista di Israele, sia sul piano religioso che etnico, e le esigenze di una vera democrazia. Eludere questo problema, minimizzarlo a parole o ricorrere a vaghe definizioni di “pace” non porterà altro che sofferenza e angoscia sia ai palestinesi che agli israeliani nel lungo periodo.</i><p></p>



<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/stefano-bertoldi/">Stefano Bertoldi</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/lattualita-del-pensiero-di-edward-w-said-sulla-fine-del-processo-di-pace-in-palestina/</link>
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            <category><![CDATA[contenuti originali]]></category>
            <category><![CDATA[palestinalibera]]></category>
            <category><![CDATA[pace e disarmo]]></category>
            <category><![CDATA[accordi di oslo]]></category>
            <category><![CDATA[olp]]></category>
            <category><![CDATA[arafat]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 17:20:13 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[AUTISTICI/INVENTATI CHIUDE DOPO L’ATTACCO USA: “RESTARE UMANI”]]></title>
            <description><![CDATA[<p><a href="https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/09/resist.jpg"><img src="https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/09/resist.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Il Collettivo informatico Autistici/Inventati, al centro della durissima repressione scatenata direttamente dal Dipartimento di Stato Usa, chiude la propria storia di libertà digitale, lunga un quarto di secolo.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Di seguito, il comunicato di Autistici/Inventati:</strong></p>
<p style="text-align: justify">“A/I chiude – Restare Umani</p>
<p style="text-align: justify">Sep 6, 2026</p>
<p style="text-align: justify">Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché&nbsp;avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana.</p>
<p style="text-align: justify">Per noi&nbsp;<strong>restare umani</strong>&nbsp;non è un semplice slogan.</p>
<p style="text-align: justify">Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone&nbsp;che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà,&nbsp;che devono essere tutelate.</p>
<p style="text-align: justify">Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità&nbsp;di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo.</strong></p>
<p style="text-align: justify">Ogni giorno in cui siamo rimaste online&nbsp;a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi.</p>
<p style="text-align: justify">Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”.</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani.</strong></p>
<p style="text-align: justify">A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Collettivo Autistici/Inventati”.</strong></p>
<p><a href="https://www.radiondadurto.org/?s=autistici">Da fine agosto a oggi, Radio Onda d’Urto ha realizzato diversi contributi radiofonici in solidarietà con il Collettivo Autistici/Inventati. Si possono ri-ascoltare qui.</a></p>]]></description>
            <link>https://www.radiondadurto.org/2026/09/06/autistici-inventati-chiude-dopo-lattacco-usa-restare-umani/</link>
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            <category><![CDATA[in evidenza]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 17:08:28 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Palestine Action Italia: chiuso l’account Donorbox per le donazioni]]></title>
            <description><![CDATA[<p>La decisione della piattaforma per non conformità alle policy e timori di sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA dopo l’inserimento di Palestine action nella lista OFAC</p>
<p>È successo di nuovo, ma questa volta più in grande. Dopo che l’anno scorso era stato il governo britannico a dare l’etichetta di associazione terroristica al movimento Palestine Action UK , questa volta è stato il Dipartimento del Tesoro USA con un provvedimento emesso il 26 agosto a designare il movimento, che non è presente solo in UK ma ha versioni in diversi paesi, inclusa l’Italia, come associazione terroristica, inserendolo nella lista OFAC, Office of Foreign Assets Control.</p>
<p>Per intenderci si tratta dello stesso provvedimento che ha colpito il collettivo informatico italiano Autistici/Inventati accusato di supporto a diverse associazioni di “estrema sinistra”. L’effetto principale di questo provvedimento è quello di inibire qualsiasi soggetto che rientri nella giurisdizione USA a collaborare con i movimenti e le persone colpite. Un provvedimento simile aveva colpito Francesca Albanese, cittadina italiana alla quale era diventato impossibile avere un conto corrente.</p>
<p>Il problema è che, per come funziona il nostro sistema finanziario USA-centrico, una sanzione del Dipartimento del Tesoro USA di fatto esclude i soggetti target da attività quotidiane come appunto gestire un conto e tutti i connessi – anche se non sono cittadini o associazioni statunitensi.</p>
<p>Un assaggio di ciò l’abbiamo avuto il 2 settembre: Donorbox ci annuncia di aver eliminato il nostro account. Donorbox, che è un’azienda statunitense, è lo strumento che utilizziamo per raccogliere donazioni. La mail che ci dà questa comunicazione è piuttosto stringata: a seguito di una verifica di conformità l’azienda ha riscontrato che il nostro profilo non è conforme alla loro policy; aggiungono anche che vogliono evitare possibile sanzioni da parte del U.S. Office of Foreign Assets Control: l’OFAC<br>
per l’appunto.</p>
<p>Abbiamo chiesto dei chiarimenti a riguardo, ma sembra tutto chiaro. Questo avviene in un momento delicato, in cui attiviste e attivisti del movimento stanno affrontando due processi, con relative spese legali (uno già iniziato e uno che inizierà a novembre) in cui la Leonardo si è costituita parte offesa. Intanto, ieri sera la pagina Instagram di Palestine Action Global veniva eliminata. Anche qui, per “terrorismo”.</p>
<p>Ci sarebbe molto da dire: che le Nazioni Unite hanno condannato questa designazione; che è incredibile che uno stato che fa un uso sistematico del terrore in casa sua (vedi gli energumeni mascherati dell’ICE che rapiscono e uccidono persone impunemente) e all’estero, definisca “terrorista” un movimento che si oppone al genocidio senza fare violenza sulle persone e adotti provvedimenti che hanno effetti diretti su cittadini e movimenti che non ricadono nella sua giurisdizione, provvedimenti a cui il nostro governo plaude e si accoda; che non è sano che il sistema finanziario mondiale debba ruotare intorno ad un unico paese, che ha la tendenza a fare il buono e il cattivo .tempo, in base agli umori, sempre più labili, sempre più squilibrati, del suo “comandante in capo”.</p>
<p>In questo momento però vogliamo solo ricordare questo: dopo che lo scorso anno il governo britannico stigmatizzò Palestine Action UK , decine di migliaia di persone, di tutte le età, scesero in strada per manifestare solidarietà al movimento; migliaia furono arrestate per aver espresso solidarietà reggendo cartelli scritti a mano.</p>
<p>Intanto l’Alta Corte britannica dichiarava “sproporzionata e illegittima” la decisione del governo. Questo è ciò che succede quando i prepotenti (per usare un eufemismo) perdono la bussola delle loro azioni e della loro ipocrisia: che le persone di buona volontà si uniscono e provano a ristabilire la verità.</p>
<p>Siamo sicuri che anche in questo caso, superate le difficoltà pratiche e prendendo forme diverse, le cose andranno così.</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-italia/">Redazione Italia</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/palestine-action-italia-chiuso-laccount-donorbox-per-le-donazioni/</link>
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            <category><![CDATA[pace e disarmo]]></category>
            <category><![CDATA[palestine action]]></category>
            <category><![CDATA[comunicati stampa]]></category>
            <category><![CDATA[non discriminazione]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 17:00:04 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[“A Foras camp 2026” sui monti di Sinnai]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Si è concluso domenica 6 settembre con un’assemblea aperta, l’ormai consueto campeggio estivo dell’organizzazione “A FORAS – contra s’ocupatzione militare de sa Sardigna.”</p>
<p>Durante la giornata precedente si era parlato di poligoni ed esercitazioni militari, ma anche della situazione della fabbrica bellica RWM, dei suoi ampliamenti illegali e della vertenza in corso.</p>
<p>All’assemblea conclusiva hanno partecipato fra le cinquanta e le sessanta persone, in gran parte giovani e studenti. La breve relazione introduttiva ha messo in evidenza l’attuale scenario internazionale di riarmo e di sperimentazione di nuovi ordigni bellici, mentre è sempre più chiara la tendenza al restringimento degli spazi di dissenso e alla criminalizzazione dei movimenti d’opposizione alla guerra.</p>
<p>I numerosi interventi successivi hanno approfondito alcuni temi: dal rafforzamento delle strategie della NATO, al ruolo delle banche nel processo di riarmo e nel genocidio palestinese, fino alla crescente militarizzazione delle scuole, dove sta diventando sempre più difficile dibattere liberamente sui problemi politici.</p>
<p>Se da un lato sono stati ribaditi gli obiettivi centrali di dismissione e bonifica dei territori occupati dalle basi militari e di riconversione o chiusura della fabbrica di bombe di Domusnovas-Iglesias, è stato anche dato il giusto risalto alla riappropriazione del ruolo della Sardegna come isola di pace e ponte fra diverse culture.</p>
<p>Altri interventi hanno messo in luce le attuali difficoltà del movimento antimilitarista sardo, che non riesce ad incidere abbastanza sulle scelte politiche e contrastare la deriva della nuova corsa agli armamenti e del restringimento degli spazi democratici. Emergono problemi di organizzazione e di comunicazione che limitano l’influenza che, sia A FORAS che il movimento contro le basi più in generale, riescono ad esercitare sull’opinione pubblica.</p>
<p>Mentre l’autunno si avvicina, non mancano gli appuntamenti di lotta imminenti: all’inizio di ottobre è prevista una manifestazione davanti alla fabbrica RWM a Domusnovas, mentre nelle settimane successive si stanno organizzando iniziative contro le banche complici del genocidio e contro le previste nuove esercitazioni militari autunnali.</p>
<p>Per intanto, il prossimo 9 settembre ci sarà un sit-in davanti a Montecitorio, in occasione della discussione parlamentare del DDL Antisemitismo, col quale si vogliono imbavagliare le voci che si oppongono al genocidio di Israele in Palestina. Per chi non potrà andare a Roma, ci svolgeranno in contemporanea altre iniziative locali, tra cui il presidio in piazza Yenne a Cagliari.</p>
<p>Pur tra tante difficoltà, le voci di dissenso continuano a crescere.</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/carlo-bellisai/">Carlo Bellisai</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/a-foras-camp-2026-sui-monti-di-sinnai/</link>
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            <category><![CDATA[news]]></category>
            <category><![CDATA[antimilitarismo]]></category>
            <category><![CDATA[sardegna]]></category>
            <category><![CDATA[no riarmo]]></category>
            <category><![CDATA[a foras]]></category>
            <category><![CDATA[peace and disarmament]]></category>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 16:45:56 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Roma, migliaia in corteo nel ventennale dell’assassinio di Renato Biagetti]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Diverse migliaia di persone hanno attraversato Roma nel corteo antifascista organizzato nel ventennale della morte di Renato Biagetti, il giovane ucciso nel 2006 a Focene.</p>
<p>La manifestazione, partita da Porta San Paolo e arrivata al Parco Schuster dopo aver attraversato Ostiense, Ponte Spizzichino e Garbatella, è cresciuta progressivamente lungo il percorso. Un risultato che assume ancora più rilievo considerando le caratteristiche della mobilitazione: una partecipazione costruita soprattutto attraverso reti sociali e territoriali, senza una presenza delle grandi organizzazioni politiche e sociali e con una visibilità molto ridotta sui principali mezzi di informazione.</p>
<p>Eppure migliaia di persone sono scese in strada.</p>
<p>È questo il primo elemento politico della giornata. Collettivi, associazioni, realtà territoriali, reti militanti e organizzazioni politiche hanno dimostrato l’esistenza di un tessuto sociale capace di mobilitarsi anche lontano dai grandi circuiti mediatici e dagli apparati tradizionali.</p>
<p>Ma sarebbe sbagliato leggere questo risultato come una contrapposizione tra movimenti e organizzazioni strutturate. Se l’obiettivo è trasformare una giornata riuscita in un movimento più largo e capace di incidere, le due dimensioni devono necessariamente incontrarsi: l’energia che nasce dal basso può aprire spazi nuovi, mentre organizzazioni politiche, sindacali e sociali possono contribuire ad allargarli, dare continuità alla mobilitazione e radicarla nel tempo.</p>
<p>Il corteo nasce dal ricordo di Renato Biagetti, ma non si è limitato alla commemorazione. A vent’anni dal suo brutale assassinio, quella memoria è diventata un modo per interrogarsi sul significato dell’antifascismo oggi.</p>
<p>Ed è questo uno degli aspetti più interessanti della manifestazione.</p>
<p>L’antifascismo si è intrecciato con l’opposizione alla guerra e al riarmo, con il rifiuto del razzismo, con la critica alla crescente militarizzazione della società e con il richiamo alla costruzione di quelle “comunità resistenti” indicate nella stessa piattaforma della manifestazione.</p>
<p>Non è un collegamento forzato. Le culture autoritarie non tornano necessariamente con le stesse forme del passato. Possono crescere dentro società segnate dalle disuguaglianze, dalla precarietà, dalla paura e dall’assuefazione all’idea che la guerra possa tornare a essere uno strumento ordinario della politica.</p>
<p>Per questo l’antifascismo perde forza se viene confinato nella sola memoria storica. Continua invece ad avere una funzione quando diventa una chiave per leggere il presente: difesa della democrazia, contrasto al razzismo e alle discriminazioni, opposizione alle derive autoritarie e rifiuto della normalizzazione della guerra.</p>
<p>Dentro questo quadro assume un significato particolare la presenza di moltissimi giovani e giovanissimi.</p>
<p>Da anni si parla di disaffezione politica delle nuove generazioni, di astensionismo e individualismo. Ma una piazza come questa mostra che la domanda di partecipazione non è scomparsa. È cambiato piuttosto il rapporto con le forme tradizionali attraverso cui la politica si organizza.</p>
<p>Una parte delle nuove generazioni fatica a riconoscersi nelle strutture classiche, ma continua a mobilitarsi quando incontra temi, linguaggi e pratiche percepiti come autentici. Una manifestazione cresciuta soprattutto attraverso circuiti sociali, territoriali e militanti, e capace comunque di raccogliere migliaia di persone, è dunque qualcosa di più di un buon risultato organizzativo: è un’indicazione politica.</p>
<p>La composizione del corteo lo mostrava con chiarezza. Non una piazza costruita attorno a un unico soggetto, ma una pluralità di esperienze, culture politiche e realtà sociali. Una pluralità che può diventare una risorsa proprio se riesce a costruire relazioni durature e a trovare punti comuni.</p>
<p>Per alcune ore Ostiense, Garbatella e il quadrante attraversato dalla manifestazione hanno restituito l’immagine di una Roma diversa da quella spesso descritta come frammentata, impaurita e ripiegata su se stessa: una città ancora capace di riconoscersi nello spazio pubblico, organizzarsi e costruire solidarietà.</p>
<p>L’arrivo al Parco Schuster, con le iniziative e i concerti programmati, ha completato una giornata nella quale memoria, politica, cultura e socialità si sono fortemente intrecciate.</p>
<p>Naturalmente una manifestazione non modifica da sola i rapporti di forza. Ma può rendere visibile ciò che normalmente resta sotto la superficie.</p>
<p>Ed è forse questo il dato politico più importante della giornata romana.</p>
<p>Esiste uno spazio per ricostruire un movimento capace di tenere insieme antifascismo e questioni sociali, opposizione alla guerra e al riarmo, difesa della democrazia e costruzione di solidarietà. Uno spazio che può crescere nei territori e nei movimenti, ma che per diventare realmente più significativo e incidere sui rapporti di forza sociali e politici ha bisogno anche del contributo delle grandi organizzazioni politiche, sindacali e sociali.</p>
<p>Il ventennale della morte di Renato Biagetti non ha quindi prodotto soltanto una giornata della memoria.</p>
<p>Ha prodotto una piazza. E soprattutto un segnale importante.</p>
<p>In un tempo in cui la guerra torna a essere raccontata come inevitabile e le culture autoritarie cercano nuovi linguaggi per diventare socialmente accettabili, migliaia di persone hanno scelto di stare insieme e affermare un’altra idea di società.</p>
<p>È quando la memoria diventa partecipazione, e la partecipazione incontra organizzazione e continuità, che smette di essere rito e torna a diventare politica.</p>

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<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/giovanni-barbera/">Giovanni Barbera</a></p>]]></description>
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            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 16:44:51 GMT</pubDate>
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