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        <title><![CDATA[Raccordo]]></title>
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            <title><![CDATA[Gancio de Roma]]></title>
            <description><![CDATA[Agenda condivisa della Roma ribelle e autogestita]]></description>
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            <dc:creator><![CDATA[Gancio de Roma]]></dc:creator>
            <pubDate>Fri, 20 Mar 2026 16:30:00 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La guerra all’Iran per Trump: da ‘Epic Fury’ a ‘small potatoes’]]></title>
            <description><![CDATA[ALLA RICHIESTA DI CHIARIMENTI SU UN’AFFERMAZIONE DEL SUO VICE, IL 47º PRESIDENTE
DEGLI USA HA DEFINITO IL CONFLITTO MILITARE IN MEDIO ORIENTE UNA BAZZECOLA*.

Alle conferenze stampa di giovedì 3 e venerdì 4 settembre i due house-holder
della Casa Bianca hanno fatto dichiarazioni sulla guerra in Iran che i
giornalisti hanno riferito con sgomento, alcuni spiegando il perché
dell’apparente assurdità di tali affermazioni.

Prima J.D. Vance ha detto: «Non la definirei una guerra. Al momento non sono in
corso sparatorie».

Ricordando che, iniziata con l’incursione di USA e Israele effettuata il 28
febbraio scorso e inizialmente da lui e Trump prevista durare “solo poche
settimane”, la guerra all’Iran ha “fatto impennare i prezzi della benzina e
costretto i consumatori a fronteggiare un’inflazione sempre più elevata”, AP ha
evidenziato che proprio mentre Vance diceva che non sia una guerra “giovedì
l’Iran apriva il fuoco contro il Kuwait, un alleato degli Stati Uniti colpito in
rappresaglia per gli attacchi statunitensi avvenuti nel Golfo all’inizio della
settimana“.

E, ha osservato AP, Vance ha negato che quella contro l’Iran sia una guerra per
eludere una questione ‘scottante’: per non ammettere di non poter promettere
agli americani che il conflitto bellico “si concluderà entro le elezioni di
medio termine di novembre, in cui i repubblicani cercano di mantenere la loro
risicata maggioranza al Congresso”. 

Un vantaggio sempre più incerto proprio perché, oltre che dai suoi oppositori
democratici e progressisti, le strategie di Trump in politica estera sono
contestate anche da tanti moderati, alcuni conservatori e sempre più numerosi
repubblicani.

Contemporaneamente il 4 settembre CBS News divulgava la notizia che nel luglio
scorso al personale del Pentagono era stato trasmesso un ‘ordine di servizio’
che ingiungeva di smettere di riferirsi alla guerra in Iran come l’Operazione
Furia Epica, nel messaggio dichiarata ufficialmente conclusa il precedente 5
maggio.

Il giorno seguente, venerdì 5 settembre, una giornalista ha chiesto al
presidente USA: “Se non è una guerra, allora cos’è questo intervento armato che
ai contribuenti statunitensi è costato oltre 37,5 miliardi di dollari e ha
causato la morte di 18 soldati americani?”.

«Lo definisco un conflitto militare – ha risposto Donald Trump – Per noi small
potatoes (una bazzecola)*».

AP ha riferito la notizia riportando che il presidente ha sostenuto questa tesi
affermando che gli assalti statunitensi contro l’Iran “sono ora intermittenti” e
“molte persone non li definiscono più una guerra”.

AP riporta inoltre che Trump “ha aggiunto che il numero di vittime statunitensi
nel conflitto con l’Iran è relativamente inferiore rispetto ad altre recenti
guerre americane” e detto: «Qui abbiamo perso 18 persone. In Vietnam abbiamo
perso 100˙000 persone. E in altri conflitti abbiamo perso decine di migliaia di
persone».

Ma, ha rilevato l’agenzia stampa con sede principale a New York, dove venne
fondata nel 1846, il paragone è sbagliato, perché compara la guerra contro
l’Iran ad altre senza considerare che in questa in Medio Oriente gli Stati Uniti
e Israele “hanno condotto solo attacchi aerei” e non “schierato truppe” nei
territori dell’avversario. Quindi AP ha evidenziato anche che invece “secondo i
dati degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti” nei combattimenti in Vietnam
persero la vita 58˙220 soldati statunitensi.

 

* small potatoes – noun / US informal (UK small beer) = something that does not
seem important when compared to something else (patate piccole – nome / inglese
americano informale, britannico “birra piccola” – qualcosa che, paragonata ad
altre, non risulta avere importanza) – Cambridge Dictionary

bazzecola – s. f. [etimo incerto] : cosa di poco conto ≈ bagattella,
barzelletta, inezia, minuzia, nonnulla, nullaggine, piccolezza, pinzillacchera,
quisquilia. ‖ cavolata, cazzata, cretinata, fesseria, scemenza, sciocchezza,
stupidaggine – Vocabolario della Lingua Italiana / Enciclopedia Treccani

 * PRESSENZA / 5.6.2026 – La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill
   alla sua “furia epica”
 * PRESSENZA / 1.7.2026 – La reputazione di Trump e degli USA in calo
   precipitoso
 * AP / 4.9.2026 – Vance says Iran fight isn’t a ‘war’ as Trump tries to
   navigate unpopular conflict as election nears
 * CBS News / 4.9.2026 – Pentagon tells military personnel to stop calling Iran
   war “Operation Epic Fury”
 * AP / 5.9.2026 – Trump calls Iran conflict ‘small potatoes’ and defends
   Vance’s position that it’s not a ‘war’




Maddalena Brunasti]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/guerra-a-iran-vance-trump/</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.pressenza.com/it/2026/09/guerra-a-iran-vance-trump/</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 19:03:11 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2]]></title>
            <description><![CDATA[continua da qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente
dibattito /1

Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico

La coerenza logica delle argomentazioni di L. Zanella è ferrea e quasi sacrale:
se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora
renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi
che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più
dure.

La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è
filosofico. L. Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la
suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi
senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo
tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all’essenza. È proprio ciò che
Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna
non si nasce, ma si diventa”.

Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il
messaggio. Il medium è l’utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il
messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si
afferma che il corpo che genera e la maternità sono inscindibili, allora per
coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non
riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a
compimento senza che si traduca in maternità. L. Zanella non vuole farlo, ma è
ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette
di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì.

Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo
snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell
hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare,
come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne
decostruisce la pretesa: quell’universale non esiste, è sempre situato.L.
Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già
strutturalmente fondata sull’esproprio della cura: la badante rumena che lascia
i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro
non vende nove mesi, vende vent’anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro.
Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio?

È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo
della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l’utero come ultimo
residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura
quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l’istanza
abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo.
Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci
sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica,
creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino
e pericolosissimo.                                

Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida,
perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la
separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione
economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi
diventare madre con l’adozione senza alcuna gravidanza. Il nostro ordinamento ha
già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. Se la
legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere
una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa
portarti a iniziarla?           

In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti
distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da
una parte c’è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita
ceduto. Dall’altra c’è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative
dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento
giuridico.

Ma non la si  impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che
dica l’opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei
committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può
sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono
rifiutarlo se nasce disabile. 

Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici ed Elia Randazzo

Su un piano epistemologicamente rovesciato si colloca l’intervento di Angela
Galici. Se L. Zanella muove dal principio di non mercificabilità del corpo
materno, A. Galici parte da un dato materiale, transfemminista, intersezionale e
sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo italiano,
accedono comunque alla GPA all’estero senza garanzie?

La sua mossa è decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e
lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico
materno è storico, quindi interrogabile.

Il fulcro della sua argomentazione è la distinzione tra protezione e tutela. La
protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo
delicata. È lo Stato che si fa padre e sospende l’autodeterminazione, lo stesso
schema che ha escluso le donne da voto, lavoro e proprietà. La tutela, al
contrario, non sostituisce la volontà ma crea le condizioni perché possa
esercitarsi: diritti, salute, consenso informato, recesso reale. Da sindacalista
la tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, ma tutelarle dentro di essa.
Il divieto non elimina la pratica, la esporta dove le tutele sono minori.

L’alternativa citata è la Gestación solidaria cubana: né mercato deregolato né
tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la GPA non significa
negarne i rischi, ma riconoscere la gestante come soggettività piena che può
essere decisiva in una nascita senza coincidere con la madre. Se ci dichiariamo
intersezionali, il divieto senza eguali condizioni materiali si rovescia in
privilegio di classe.                                                           
                         

Se il divieto come protezione produce disuguaglianza, resta da chiarire quando
una scelta sia davvero libera. Qui si innesta il contributo di Elia Randazzo: la
questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni
materiali in cui si decide. Poiché nessuna essenza di Donna precede l’esistenza
concreta, vietare in nome di quell’essenza significa reintrodurre una norma
metafisica.

Per E. Randazzo capacità gestazionale e maternità non coincidono: madre non si è
per il solo partorire, lo si diventa nella cura, nella relazione, nella
responsabilità. Identificarle consente di ricadere nell’essenzialismo, riduce la
donna a biologia e crea un paradosso: madri di serie A che partoriscono e di
serie B che adottano, con un varco aperto per argomentazioni pro-life. Anche
l’autodeterminazione si rovescia: se per L.Zanella l’accordo comprime la
libertà, per E. Randazzo può garantirla, con consenso informato, consulenza
indipendente, tutela sanitaria, ripensamento e revoca.  Il consenso può essere
viziato da vulnerabilità economica, ma il condizionamento non è automaticamente
coercizione: nessuna scelta è immune dal contesto. Se il femminismo dice che sul
corpo delle donne non decidono altri, questo principio deve valere per il no
come per il sì.

Tra il tutto lecito e il divieto assoluto, E. Randazzo propone una terza via:
una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e
sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Compito
del femminismo non è dire cosa una donna debba fare del suo corpo, ma fare in
modo che non lo decida nessun altro al suo posto: né mercato, né patriarcato, né
Stato.  

Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino

Questo attraversamento ci conduce a una consapevolezza: discutere di GPA non è
discutere di una tecnica, ma del modello di civiltà che la rende pensabile. Il
merito di L. Zanella è averci costretti a guardare l’episteme: quando la
maternità è frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta
è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che
trasforma ogni desiderio in diritto è un monito ecologico prima che femminista.

Ma proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Se la GPA è
l’esito di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge,
come ha ricordato A. Cavadi, la risposta non può essere una contro-coerenza
altrettanto assoluta che fa dell’essenza materna un destino. Tra “tutto è
disponibile” e “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide.
Il divieto universale non è allora un limite di civiltà, come lo pensa L.
Zanella, ma la rinuncia a costruirla: un gesto simbolico che punisce dopo,
lasciando vuoto il prima, dove si annida lo sfruttamento.

Solo una regolazione rigorosa con consenso informato, consulenza indipendente,
tutela sanitaria, ripensamento, revoca, controllo pubblico rende lo sfruttamento
nominabile e sanzionabile.

La domanda aperta dall’incontro al Gramsci non è se la maternità sia
sostituibile. Non lo è, se è relazione, cura, responsabilità. La domanda è più
scomoda: chi ha il potere di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo?
Se rispondiamo che spetta ad altri – mercato, Stato, o un femminismo custode di
un’essenza – tradiamo l’autodeterminazione della donna che volevamo difendere.
Se spetta a lei, il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire
che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile. 

Redazione Palermo]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/la-sostituzione-della-madre-note-a-margine-di-un-recente-dibattito-2/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 18:06:59 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La vita dei bambini al fronte]]></title>
            <description><![CDATA[Ostaggi dei propri genitori: la polizia non riesce ad evacuare i bambini dalle
città a ridosso del fronte.

17 luglio 2026
– Alina Evych
– Marharyta Fal
FRONTLINER Ucraina

Una gita per comprare un gelato si è conclusa bruscamente per una bambina di sei
anni quando uno sciame di droni nemici ha sorvolato la zona e uno di essi ha
colpito un edificio vicino.

La gente ha urlato e la madre l’ha trascinata appena in tempo nella tromba delle
scale di un edificio a caso che aveva notato.

La bambina spaventata non piange. È silenziosa, respira a fatica e ascolta
attentamente per capire se deve buttarsi a terra.

Questa è l’infanzia di migliaia di bambini nelle città a ridosso del fronte.

Vivono in edifici bombardati o in scantinati, perché i loro genitori hanno
scelto di non evacuare dalla linea del fronte. Frontliner spiega perché la
polizia non può ancora aiutare questi bambini, nonostante sia stata promulgata
una legge pensata per risolvere questo problema.

“La nostra sistemazione in cantina è onestamente migliore di quella
che offrono attualmente nei rifugi” .
afferma Veronika Koval.



Olia Koval, una bambina di sei anni di Kramatorsk, si è nascosta due volte in un
solo giorno dai droni russi: la mattina si è rifugiata sotto un albero in un
parco; la sera si è nascosta in un negozio vicino quando un drone FPV si è
lanciato nella sua direzione. È in grado di distinguere dal suono se si tratta
di un attacco missilistico, di un raid di droni o di un colpo di artiglieria,
compreso il rumore delle esplosioni di munizioni a grappolo in città.

Agli inizi di giugno, quando le forze di occupazione bombardarono il centro di
Kramatorsk, cadde sul marciapiede e si sbucciò gravemente le ginocchia. Sua
madre, Veronika Koval (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr), racconta
che la figlia pianse per ore, turbata per aver sporcato il suo vestito nuovo e
spaventata dall’esplosione avvenuta nelle vicinanze.

La famiglia di Olia si è trasferita da Pokrovsk nel 2024, lasciandosi alle
spalle una casa, un appartamento e un’attività commerciale.

Ora, evacuare da Kramatorsk è una decisione molto difficile per i genitori di
Olia: hanno acquistato l’appartamento in cui vivono con i soldi messi da parte
per le emergenze. Non hanno più un posto dove andare.

« Nostra figlia ha la sua stanza qui, tutta sistemata, e c’è un seminterrato che
tutti noi abbiamo sistemato con una colletta.
Abbiamo finito la ristrutturazione a maggio: abbiamo installato un sistema di
ventilazione, comprato generatori e carburante, e c’è anche un pozzo.
Condividiamo lo spazio con altre due famiglie, così ognuno ha la sua area. Ci
sono persino dei materassi, praticamente nuovi. La nostra sistemazione in
cantina è onestamente migliore di quella che offrono nei rifugi in questo
momento. Perché dovremmo andarcene? Chiunque qui pensi di non poter sopravvivere
se n’è già andato. Noi resisteremo», dice Veronika Koval.

La linea di contatto del fronte rimane a 15 chilometri da Kramatorsk, dove è
presidiata dalle Forze di Difesa ucraine. Non è stato ordinato alcun ordine di
evacuazione, ma decine di famiglie hanno già dichiarato che non se ne andranno
nemmeno se tale ordine venisse impartito. Veronika aggiunge che potrebbe
cambiare idea se i combattimenti si avvicinassero come a Druzhkivka. Per ora,
però, escludono l’evacuazione.

Sono rimasti durante l’occupazione. Ora sono costretti a evacuare
Viktoriia Melnyk (nome cambiato per motivi di sicurezza – ndr) viveva già sotto
occupazione a 13 anni. Le forze russe occuparono il suo villaggio, Komyshany
nella regione di Kherson, nei primi giorni dell’invasione su vasta scala.

Nell’arco di sei mesi, le truppe russe perquisirono lei e sua madre per ben
quattro volte, alla ricerca di soldati nascosti.
Veicoli blindati per il trasporto truppe percorrevano le strade e uomini armati
chiedevano continuamente documenti.
Era terrificante, ma non c’era via d’uscita dall’occupazione.
Quando il villaggio fu liberato, la famiglia rimase a casa. Non evacuarono fino
a tre anni e mezzo dopo, quando i droni russi incendiarono le case vicine.
Ma le famiglie con bambini vivono ancora nei villaggi circostanti, rischiando la
vita al prossimo attacco.


«La situazione attuale è pericolosa ovunque. Non saremmo al sicuro da un missile
o da un attacco di droni da nessuna parte», ribatte la madre Oksana Melnyk (nome
cambiato per motivi di sicurezza – ndr).

Secondo l’unità speciale di polizia “Angelo Bianco”*, all’inizio di giugno 2026,
circa 50 bambini si trovavano ancora nella “zona grigia” nella regione di
Kherson. Le famiglie che vivono ancora lì rappresentano i casi più difficili: si
rifiutano di lasciare le proprie case nonostante assistano quotidianamente ai
bombardamenti russi su Kherson, con il coinvolgimento di circa 500 droni nemici.
Anche le squadre di evacuazione sono spesso bersaglio di attacchi.

* Nota del redattore: Angelo Bianco è un’unità speciale della Polizia Nazionale
ucraina che si occupa dell’evacuazione di civili, compresi i bambini, dalle zone
di prima linea e di combattimento.



“Inoltre, le forze russe minano Kherson a distanza, esponendo famiglie con
bambini al rischio di esplosione” afferma Serhii Tarasenko, capo della
protezione civile presso l’Amministrazione militare regionale di Kherson.

Durante l’evacuazione di Viktoriia e di sua madre, un rilevatore di droni ha
individuato un drone russo che sorvolava la loro auto.
La squadra di soccorso è riuscita a bloccare il drone e a mettersi in salvo.
Tuttavia, queste operazioni diventano ogni giorno più rischiose, rendendo più
difficile il salvataggio delle persone.



Nella regione di Donetsk, i bambini venivano nascosti in scatole per poter
superare i posti di blocco senza essere notati dalle autorità.

Il 2 marzo 2026, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha firmato una legge
che autorizzava l’evacuazione forzata dei bambini dalle zone di combattimento
senza il consenso dei genitori.
Gli attivisti per i diritti umani hanno lanciato l’allarme: la legge era
incompleta. Non specificava dove i bambini evacuati sarebbero stati ospitati,
chi se ne sarebbe preso cura e per quanto tempo sarebbero rimasti separati dai
genitori.
Non era chiaro se la polizia potesse usare manette o armi nel caso in cui gli
adulti avessero opposto resistenza violenta all’evacuazione.

La Verkhovna Rada, l’organo legislativo ucraino, aveva il compito di risolvere
questi problemi entro tre mesi, ovvero entro maggio.

Tuttavia, a giugno 2026, la legge n. 4779-IX non è ancora applicabile, poiché è
in conflitto con altre leggi, comprese quelle che vietano di allontanare i
minori dai genitori o dai tutori.

L’evacuazione forzata dei bambini nella regione di Kherson procede senza
incidenti di rilievo e relativamente nei tempi previsti; tuttavia, nella regione
di Donetsk la situazione è ben diversa. Alcuni residenti di Donetsk vivono a
ridosso del territorio occupato dalla Russia dal 2014. I bombardamenti erano
rari e vivere a soli due chilometri dalla linea di demarcazione era considerato
sufficientemente sicuro.

“Ad Avdiivka, una nonna e un nonno tenevano la nipotina
rinchiusa in uno scantinato.
La bambina, a causa delle condizioni di vita precarie, non riusciva a sopportare
il peso della malattia” dice Pavlo Diachenko, portavoce della polizia di
Donetsk.

Quando nel 2022 la linea del fronte ha iniziato a spostarsi rapidamente, molti
sfollati si sono trasferiti nelle città vicine, convinti di poter “aspettare” la
fine della fase attiva dei combattimenti vicino alla linea del fronte, come
avevano fatto nel 2014.

“Molti non credono che le forze di occupazione nella zona di guerra stiano
effettivamente attaccando i civili, comprese donne e bambini”, afferma il
portavoce della polizia di Donetsk, Pavlo Diachenko.

Alcuni dubitano persino che le foto delle città distrutte siano reali. Ciò che
sembra spaventarli davvero è lo sfratto forzato dalle proprie case.

Nella zona di fuoco, gli agenti degli Angeli Bianchi devono perquisire gli
scantinati alla ricerca di famiglie con bambini, poiché questi si nascondono lì.

«Ad Avdiivka, una nonna e un nonno tenevano la nipotina in cantina. Il cuore
della bambina non reggeva alle condizioni in cui viveva. La piccola è morta e
l’anziana coppia è rimasta ad aspettare i russi. Quando la città è stata
occupata, sono finiti in un video in cui ringraziavano le forze russe per la
loro “liberazione”, senza nemmeno accennare alla tragedia che aveva colpito la
loro famiglia. Si sono limitati a ripetere i soliti slogan propagandistici»,
racconta Diachenko.

Nel 2023, l’Amministrazione militare regionale di Donetsk ha vietato ai genitori
di rientrare nella “zona grigia” con i figli. Ma fino a poco tempo fa, le
famiglie continuavano a tornare a Kostiantynivka.

I bambini venivano nascosti in borsoni per non essere individuati ai posti di
blocco.

Una famiglia con un bambino piccolo ha tentato di tornare a Pokrovsk
attraversando zone minate e campi. Alcune di queste famiglie sono state evacuate
dalle cinque alle sette volte.

Diachenko aggiunge che la situazione nella regione di Donetsk è ormai così
pericolosa che raramente si rende necessario ricorrere all’evacuazione forzata:
quando i bambini vengono avvistati in una zona soggetta a evacuazione
obbligatoria, come Druzhkivka, i genitori di solito acconsentono senza
esitazione ad evacuare il giorno stesso.

I genitori si nascondono nei seminterrati invece di rivolgersi agli attivisti
per i diritti umani.
Quando, all’inizio del 2022, emerse la necessità di evacuare i bambini dai
bombardamenti, il governo reagì con lentezza, ammette Dmytro Mykhalov,
rappresentante del Difensore civico per le regioni di Donetsk e Luhansk.
Non esisteva una politica chiara su come evacuare i bambini, se fosse opportuno
farlo o se avessero l’autorità di intervenire le forze dell’ordine.

La responsabilità delle evacuazioni fu affidata a una nuova unità di polizia,
l’Angelo Bianco. Ma fino al 2026, l’evacuazione richiedeva il consenso dei
genitori o del tutore, e spesso i genitori si rifiutavano di partire o
addirittura sceglievano di aspettare le forze russe. Di conseguenza, centinaia
di bambini ucraini finirono sotto occupazione.

Per allontanare i bambini in questi casi, le forze dell’ordine si sono affidate
a uno strumento legale diverso: l’articolo 170 del Codice di famiglia ucraino,
che consente di allontanare i minori dalle loro famiglie, senza privare i
genitori dei loro diritti, se la loro vita è a rischio nel luogo in cui vivono.
Durante l’evacuazione di Pokrovsk, le autorità hanno applicato questo articolo
10 volte, ma ogni caso ha richiesto la redazione di rapporti formali, il ricorso
in tribunale e mesi di attesa per una sentenza.

«Dei 10 bambini evacuati con questa procedura, sette sono tornati dai genitori.
Per gli altri tre, le autorità hanno provveduto alla revoca della potestà
genitoriale e al collocamento dei bambini in affidamento», afferma Mykhalov.

Ciò nonostante, sia allora che oggi, i genitori potrebbero presentare una
controquerela per contestare la legalità dell’azione della polizia.

«La vita di un bambino non è sempre considerata una priorità. A volte arriva una
causa e i giudici si pronunciano a favore dei genitori che hanno tenuto il
figlio lontano dai bombardamenti.
I giudici interpretano la legge sui diritti dei genitori e dei figli in modo
diverso», spiega Mykhalov.

“Affinché il meccanismo funzioni a pieno regime,abbiamo bisogno di regolamenti
che definiscano nel dettaglio la procedura di evacuazione” aggiunge Mykhalov.

Poiché la legge sull’evacuazione forzata è ancora priva di un meccanismo di
attuazione, esiste il rischio che i giudici possano dichiarare illegali le
azioni di White Angel.
Alcune disposizioni devono essere finalizzate per proteggere le forze
dell’ordine da tale rischio.

«Affinché il meccanismo funzioni a pieno, abbiamo bisogno di regolamenti che
definiscano nel dettaglio il processo di evacuazione: da dove e verso dove un
bambino può essere portato, dove soggiornerà prima di essere affidato a un
tutore, chi svolgerà il ruolo di tutore e chi lo supervisionerà» aggiunge
Mykhalov.

Nessuno dovrebbe privare un bambino del diritto alla vita e alla salute.
Nemmeno i genitori.

Mykhalov afferma che dal 2023 non sono state presentate denunce contro White
Angel per evacuazioni forzate nella regione di Donetsk.

I bambini vengono evacuati da zone prive di elettricità, acqua corrente e
copertura per telefoni cellulari.
Le persone hanno paura di uscire e si nascondono nei seminterrati per non essere
trovate dalla polizia o uccise dalle forze di occupazione.

“Ciò che conta di più è la vita, soprattutto quella dei bambini. Quindi, se mai
dovesse arrivare una denuncia del genere da una zona di evacuazione forzata,
saremmo dalla parte degli ‘Angeli’ se non sono in grado di garantire la
sicurezza del proprio figlio, sarà lo Stato a proteggerlo”, afferma Mykhalov,
rappresentante del Commissario per i Diritti Umani della Verkhovna Rada nella
regione di Donetsk

***’
Ciao, siamo Alina e Marharyta, le autrici di questo articolo. Grazie per averlo
letto fino alla fine.

Vivere vicino alla linea del fronte c’è un pericolo mortale, e alcuni genitori
hanno condannato i propri figli a un’infanzia sotto i bombardamenti, mentre le
forze di occupazione cercano di uccidere chiunque si muova e danno la caccia ai
civili in quello che è diventato noto come un “safari umano”.

La legge sull’evacuazione dei minori era stata pensata per dare alla polizia
maggiore libertà d’azione nel trasferire i bambini dalle zone di prima linea. Ma
il sistema legale può ancora considerare illegale un’evacuazione imposta dalla
polizia.

Ogni storia inizia con il tuo supporto. Unisciti alla comunità di Frontliner per
permetterci di continuare a documentare la guerra della Russia contro l’Ucraina,
sia in prima linea che nelle retrovie.


Alina Evych
Giornalista
Dal 2018 si occupa di temi sociali e bellici e, da marzo 2022, è corrispondente
di guerra. Lavora principalmente nelle regioni di Donetsk e Kharkiv. Ciò che più
le sta a cuore è la fiducia delle persone che incontra e gli eroi che ritrae nei
suoi reportage. Predilige argomenti che valgono il rischio, perché il risultato
ripaga di ogni sforzo. Oggi, il suo obiettivo principale è creare contenuti
unici e significativi che rimangano impressi nella memoria delle persone. Fa
parte del team di Frontliner da luglio 2025.

Marharyta Fal
Fotografa
Si concentra nel documentar sulla vita dei civili

Redazione Roma]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/la-vita-dei-bambini-al-fronte/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 18:03:30 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Perché non basta la paura]]></title>
            <description><![CDATA[di MARCO BASCETTA.

Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà
crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la
democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata,
condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale,
e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni
autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd.

Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt,
ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono
in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una
Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista
l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse
effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri
dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da
rivendicazioni economiche e materiali.

Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo,
tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la
paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che
vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità
democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di
risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo
dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo
disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare,
promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti
tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo
l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non
mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli
ultimi sondaggi sembrerebbe indicare.

Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile
di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta,
e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del
“cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie
di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta
con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza
del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza,
evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale
del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha
traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste.

Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe
per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e
degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze
che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta
eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che
nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio
culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla
“sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di
mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un
volto particolarmente amichevole.

Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice
Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due
milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle
destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è
affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è
che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una
socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che
non si potrebbe propriamente definire moderato.

E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per
profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con
i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un
governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa
sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt,
al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti
nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump.

Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così
sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non
è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo
questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le
condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa,
iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni
del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo
nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che
queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra
neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in
Sachsen-Anhalt.

questo intervento è stato pubblicato su il manifesto il 6 settembre 2026



L'articolo Perché non basta la paura proviene da EuroNomade.]]></description>
            <link>https://www.euronomade.info/perche-la-paura-non-basta/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[EuroNomade]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 18:02:03 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1]]></title>
            <description><![CDATA[Giovedì 3 settembre, presso l’Istituto Gramsci Siciliano, si è tenuto un
incontro promosso dalla Biblioteca delle donne e dall’UDI Palermo per la
presentazione del libro di Luana Zanella – femminista storica ed ecologista,
deputata Verde e AVS – La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo
pensano insieme (Moretti e Vitali). Hanno dialogato con l’autrice Augusto
Cavadi, Daniela Dioguardi, Angela Galici, Elia Randazzo, con il coordinamento di
Elena Di Liberto.

Una postura situata

 Non intendo restituire una cronaca esaustiva dell’incontro. Non solo per
ragioni di spazio, ma per una scelta di metodo. Un dibattito come quello sulla
gestazione per altri (GPA) è troppo vasto e stratificato per essere contenuto
nella pretesa di un resoconto fedele: costringerebbe a una sintesi che
neutralizza le differenze in nome di un falso equilibrio. Assumo dunque una
postura volutamente situata e selettiva. Situata perché parlo da una posizione
che non si nasconde dietro la neutralità del cronista, ma dichiara il proprio
luogo di interrogazione. Selettiva perché non mi interessa ricomporre un
mosaico, ma isolare alcuni nodi teorici, seguire alcune faglie, sottoporle a
critica immanente.

Il mio tentativo non è esaurire il dibattito, ma abitarne la complessità.
Attraversare posizioni favorevoli e contrarie non per bilanciarle, ma per
coglierne gli attriti più fecondi, là dove il pensiero si fa inquieto e
costringe a pensare. È una questione che chiama in causa, contemporaneamente,
diritto, filosofia, femminismo ed esperienza vissuta. Proprio per questo non
tollera le scorciatoie dicotomiche del sì o del no, del pro o del contro. Esige
lentezza; impone di tenere insieme principi e conseguenze, autodeterminazione e
condizioni materiali che la rendono possibile, libertà individuale e limite. Non
per trovare una sintesi pacificata, che non c’è, ma per attraversarne la
tensione. È in questo spazio scomodo, non neutrale ma aperto al dialogo, che
vorrei collocare questa riflessione. ‎ 

Il corpo nel mercato: lo sguardo di Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto

Daniela Dioguardi ed Elena Di Liberto si sono riconosciute nell’orizzonte
teorico di Luana Zanella: la gravidanza come un’esperienza incarnata e non come
prestazione esternalizzabile, e la critica alla disponibilità del corpo
femminile reso accessibile a chi ha potere economico e rivendica un diritto alla
genitorialità.

D. Dioguardi, in particolare, con la sua lunga storia nel femminismo e nell’UDI,
ha insistito su un punto che la teoria da sola non può eludere: le derive
concrete del mercato riproduttivo globale. Ha evocato con preoccupazione il
turismo procreativo come forma di neocolonialismo riproduttivo, la forbice di
classe e di provenienza tra committenti e gestanti, la filiera opaca delle
agenzie di intermediazione, i tariffari differenziati per colore della pelle e
nazionalità, le clausole di selezione. D. Dioguardi sposta poi lo sguardo dal
piano teorico a quello materiale: le cliniche e le realtà che accolgono giovani
donne, spesso in condizioni di vulnerabilità, che mettono a disposizione il
corpo per la GPA. Dietro l’astrazione del consenso c’è una filiera.

Infine, in dialogo con E. Di Liberto, pone il tema del rimosso: il trauma dei
bambini una volta nati, la prima separazione da un corpo che poi scompare, e il
diritto a conoscere la propria storia. Non sono astrazioni, ma dati di realtà
che ancorano la critica filosofica di L. Zanella a una dimensione materiale e
che interrogano direttamente ogni ipotesi regolamentativa. 

L’interrogazione di A. Cavadi: dal divieto al paradigma

In questa lettura la GPA non è un’eccezione ma un rivelatore. Un tema
apparentemente piccolo che costringe a guardare il paradigma che lo rende
possibile: l’esito coerente della cultura postmoderna dominante. Un paradigma
che si articola così: sul piano cosmologico, un universo senza telos dove
l’essere accade senza ragione; su quello etico, il tramonto di ogni lex
naturalis, per cui non c’è bene o male inscritto nella natura ma solo storia e
decisione autonoma; su quello antropologico, l’io come desiderio e il desiderio
come unica fonte insindacabile di legittimazione; su quello socio-economico,
l’idea che il libero incontro tra consensi – venditore e compratore, sadico e
masochista, committente e gestante – sia di per sé garanzia di libertà, purché
senza coercizione fisica diretta; su quello giuridico, la proprietà assoluta del
proprio corpo, declinabile come facoltà di cederne parti; su quello biologico,
il concepito non come altro soggetto, ma come parte del corpo femminile nella
piena disponibilità della donna.

Se si accetta questa concatenazione, la conclusione si impone: chi può disporre
del feto prima del parto, può disporne anche subito dopo, cedendolo. Fermarsi al
sesto tassello – rivendicare l’aborto senza limiti – e rifiutare il settimo – la
gestazione per altri – sarebbe incoerenza logica. Così come sarebbe incoerente
rifiutare le premesse, affermando il diritto del concepito alla continuità
affettiva con chi lo ha gestato, e poi accettare la conclusione.

Il ragionamento, però, resta su un piano astrattamente filosofico, che interroga
la coerenza interna delle visioni del mondo. Altro è il piano
politico-giuridico, dove un giudizio etico negativo non implica necessariamente
una strategia proibizionista. Si può ritenere la GPA moralmente problematica  e
tuttavia sostenere una regolamentazione che ne limiti i danni, in attesa di
costruire una società dove nessuna donna sia indotta per necessità a prestare il
proprio corpo.

Il cuore del libro di Luana  Zanella: dalla tecnica all’episteme

 È a partire da questa interrogazione sul paradigma che si comprende il gesto
teorico di Luana Zanella. Se Cavadi ci chiede perché la GPA è diventata
pensabile, Zanella ci chiede come è diventata dicibile. Il cuore del libro è un
gesto filosofico prima che politico: spostare la gestazione per altri dal piano
della tecnica al piano dell’episteme. L. Zanella non discute una procedura
medica, discute la ragione che la rende pensabile. Chiamarla gestazione per
altri significa presupporre ciò che si dovrebbe dimostrare, e cioè che la
gestazione sia una funzione isolabile, un contenitore neutro che si può
prestare.

L.Zanella la chiama “sostituzione della madre” perché non si affitta un organo,
si sostituisce una figura relazionale. Il corpo che genera, nella sua
prospettiva, non è mai un corpo-oggetto smembrabile in pezzi vendibili, ma un
corpo vissuto che è già relazione prima di diventare madre giuridica.

Qui si salda l’intreccio tra ecologia e femminismo che dà il titolo al libro:
come l’ecologia ci ha insegnato che non si può estrarre un bosco dal suo
ecosistema senza distruggerne il senso, così il femminismo deve ricordare che
non si può estrarre la capacità generativa dalla trama di cura, di tempo, di
linguaggio che la costituisce. È da questo impianto che discende la critica più
affilata a quella che L. Zanella chiama tripartizione diabolica, diabolica nel
senso etimologico di dia-ballein, ciò che divide e separa.                  

La GPA per potersi reggere, non solo giuridicamente ma simbolicamente, deve
frammentare la madre in tre funzioni: la madre biologica che fornisce l’ovulo,
la madre gestazionale che porta avanti la gravidanza, la madre legale che ne
assume la titolarità.  Questa divisione non è una descrizione neutra: è un atto
performativo, nel momento in cui nomina tre madri, rendendo pensabile che la
madre sia sostituibile.                                     

Quando la figura materna viene resa incerta, moltiplicata e quindi revocabile,
l’unico dato che resta certo, stabile, inconfutabile è la provenienza dello
spermatozoo. Il padre torna così al centro della scena riproduttiva come origine
unica, certa e proprietaria. Da qui il secondo nodo, quello sul desiderio.

L. Zanella legge la GPA come espressione compiuta del paradigma neoliberista:
non più bisogno, ma diritto illimitato. L’individuo contemporaneo si
rappresenta  come artefice assoluto del proprio destino e converte il desiderio
di genitorialità in pretesa giuridica, resa effettiva solo dal potere economico.
È un desiderio senza limiti perché incapace di riconoscere alterità. A questa
epistemologia del frammento, L. Zanella oppone un’epistemologia della relazione,
che è insieme femminista ed ecologica. La maternità non è un destino obbligato,
ma non è nemmeno una funzione neutra affittabile. È potenza simbolica, relazione
originaria che fonda la civiltà.                     

L’ultimo nodo della sua critica è politico, il più radicale: se il corpo
femminile non è proprietà privata ma bene comune dell’umanità e limite
invalicabile al mercato, allora la sua mercificazione non si può regolamentare,
la si deve vietare. Regolamentare, per L. Zanella, significa già legittimare
l’idea che la maternità sia sostituibile. Il divieto universale non è un tabù
moralistico, ma un limite di civiltà. 



continua qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito
/2

Redazione Palermo]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/la-sostituzione-della-madre-note-a-margine-di-un-recente-dibattito-1/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 17:43:39 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[L’attualità del pensiero di Edward W. Said sulla fine del processo di pace in Palestina]]></title>
            <description><![CDATA[A quasi un quarto di secolo di distanza torna di grandissima attualità una
raccolta di articoli dell’accademico palestinese Edward W. Said (1935-2003),
anglista, docente di inglese e letteratura comparata, per quarant’anni presso la
Columbia University di New York, tra i quali quello qui sotto, rilanciato in un
post (https://www.facebook.com/share/p/1JoRQS5Bk4/) dal giornalista palestinese
Bassam Saleh, inviato dell’agenzia Alnahar News.

L’articolo è contenuto ne la Fine del processo di pace. Palestina/Israele dopo
Oslo (The End of the Peace Process: Oslo and After, 2000), trad. di M. Nadotti,
Collezione Campi del Sapere, Milano, Feltrinelli, 2002, libro ad alto tasso di
preveggenza.

In dissenso aperto con Arafat, dopo aver collaborato con l’OLP per decenni e
duramente critico nei confronti di ciò che reputava una vera e propria
“svendita” del popolo palestinese operata dal trattato di Oslo, Edward E. Said è
conosciuto anche per l’elaborazione del concetto di “orientalismo”: uno
strumento di analisi critica a 360° del nostro perdurante e patologico
eurocentrismo, da inserire a pieno titolo nella cassetta degli attrezzi di una
moderna antropologia culturale: un’eurocentrismo che si declina, peraltro, anche
nella crescente islamofobia di questi ultimi anni all’ origine del plateale
appoggio filo-sionista dell’attuale destra al potere in Italia ma anche
dell’accondiscendenza di ampi spezzoni all’interno della galassia della sinistra
cosiddetta “riformista”.

Nell’articolo si ricorda inoltre che la politica degli insediamenti non fu
appannaggio unicamente della destra ma a partire dal ’67 proprio di quel partito
laburista e di quell’area di sinistra che ancora oggi promuove un colonialismo
di insediamento secondo l’approccio del kibbutz, proprio per non farsi
scavalcare da “destra” dalle comunità ebraiche estremiste, così come è stato
recentemente denunciato in alcuni articoli del quotidiano israeliano
progressista Haarezt e qui sintetizzati sempre da Bassam Saleh
(https://www.facebook.com/share/p/1FDGkvkoNv/).
Dopo il 1967, l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza portò alla creazione di
un sistema militare e civile per i palestinesi, concepito per soggiogarli e
realizzare l’egemonia israeliana, un’estensione del modello su cui si fondava
Israele. Gli insediamenti furono istituiti alla fine dell’estate del 1967 (e
Gerusalemme fu annessa), non da partiti di destra, bensì dal Partito Laburista,
membro dell’Internazionale Socialista.

L’emanazione di centinaia di “leggi degli occupanti” violò direttamente non solo
i principi della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma anche le
Convenzioni di Ginevra. Queste violazioni spaziavano dalla detenzione
amministrativa alla confisca di massa di terre, alla demolizione di case, allo
sfollamento forzato, alla tortura, all’abbattimento di alberi, agli assassinii,
alla censura di libri e alla chiusura di scuole e università. L’espansione degli
insediamenti illegali continuò senza sosta, mentre la politica di pulizia etnica
si estese ad altre terre arabe per accogliere immigrati ebrei provenienti da
Russia, Etiopia, Canada, Stati Uniti e altri paesi.



Dopo la firma degli Accordi di Oslo nel settembre 1993, la situazione dei
palestinesi è andata progressivamente peggiorando. Per i palestinesi è diventato
impossibile spostarsi liberamente, è stato loro impedito l’accesso a Gerusalemme
e imponenti progetti di costruzione hanno alterato la geografia del paese. La
discriminazione è stata pianificata meticolosamente in ogni aspetto.

Non c’è dubbio che il dilemma morale che si pone a chiunque tenti di affrontare
il conflitto israelo-palestinese sia profondo. Gli ebrei israeliani non sono
coloni bianchi come quelli che colonizzarono l’Algeria o il Sudafrica, sebbene
siano stati impiegati metodi simili. Sono giustamente considerati vittime di una
lunga storia di persecuzioni occidentali, principalmente antisemite e cristiane,
culminate negli orrori quasi inimmaginabili dell’Olocausto nazista. Ma per i
palestinesi, il loro ruolo è quello di vittime.


Questo spiega perché i liberali occidentali, che hanno pubblicamente sostenuto
il movimento anti-apartheid, il movimento sandinista in Nicaragua, Bosnia, Timor
Est, il movimento per i diritti civili in America, la commemorazione armena del
genocidio turco e molte altre cause politiche simili, si siano astenuti dal
sostenere pubblicamente il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione.

Quanto alla politica nucleare israeliana, alla sua campagna di tortura
legalizzata, all’uso di civili come ostaggi o al suo rifiuto di concedere ai
palestinesi permessi di costruzione sulle loro terre in Cisgiordania, queste
questioni non sono mai state sollevate nella sfera pubblica liberale. Ciò è
dovuto in parte alla paura e in parte al senso di colpa.


Una sfida ancora maggiore risiede nella difficoltà di separare le popolazioni
palestinese e israeliana, ormai intrecciate in innumerevoli modi, nonostante
l’enorme abisso che le separa. Molti di noi, che da tempo si battono per uno
Stato palestinese, comprendono che un tale “Stato” (le virgolette sono
appropriate!), qualora emergesse dalla catastrofe di Oslo, sarebbe debole,
economicamente dipendente da Israele e completamente privo di qualsiasi reale
potere o sovranità. Inoltre, l’attuale mappa della Cisgiordania rivela che le
aree autonome sono frammentate e isolate (la loro estensione attuale non supera
il tre per cento della Cisgiordania, mentre il governo di Netanyahu continua a
rifiutarsi di concedere loro un ulteriore tredici percento). Queste aree
assomiglierebbero quindi a dei Bantustan, controllati dall’esterno da Israele.

L’unica soluzione sensata, pertanto, è che i palestinesi e i loro sostenitori
riprendano la lotta contro i principi fondamentali israeliani che discriminano i
non ebrei nella Palestina storica. Questa mi sembra la richiesta logica di
qualsiasi campagna per la giustizia palestinese, piuttosto che l’occasionale,
esitante e debole richiesta di separazione tra le due parti da parte del
movimento israeliano “Peace Now”.

Nessun principio dei diritti umani, per quanto flessibile, può essere conciliato
con la discriminazione praticata da Israele nei confronti dei non ebrei,
principalmente contro i palestinesi. Non c’è speranza di riconciliazione tra
Palestina e Israele se non si affronta la contraddizione tra l’ideologia
isolazionista di Israele, sia sul piano religioso che etnico, e le esigenze di
una vera democrazia. Eludere questo problema, minimizzarlo a parole o ricorrere
a vaghe definizioni di “pace” non porterà altro che sofferenza e angoscia sia ai
palestinesi che agli israeliani nel lungo periodo.






Stefano Bertoldi]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/lattualita-del-pensiero-di-edward-w-said-sulla-fine-del-processo-di-pace-in-palestina/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 17:20:13 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[AUTISTICI/INVENTATI CHIUDE DOPO L’ATTACCO USA: “RESTARE UMANI”]]></title>
            <description><![CDATA[Il Collettivo informatico Autistici/Inventati, al centro della durissima
repressione scatenata direttamente dal Dipartimento di Stato Usa, chiude la
propria storia di libertà digitale, lunga un quarto di secolo.

Di seguito, il comunicato di Autistici/Inventati:

“A/I chiude – Restare Umani

Sep 6, 2026

Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni
terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo
cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese
finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso
con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto
partigiana.

Per noi restare umani non è un semplice slogan.

Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le
reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e
di amore e solidarietà, che devono essere tutelate.

Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano
in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di
autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta
possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per
qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette
altre scelte.

A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i
servizi a breve termine.

Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo.

Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una
vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi.

Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri,
quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i
nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le
persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai
fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata.
Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto
originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati.

Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”.

Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso.
Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani.

A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri
suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è
stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo
potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di
prevedere.

Collettivo Autistici/Inventati”.

Da fine agosto a oggi, Radio Onda d’Urto ha realizzato diversi contributi
radiofonici in solidarietà con il Collettivo Autistici/Inventati. Si possono
ri-ascoltare qui.]]></description>
            <link>https://www.radiondadurto.org/2026/09/06/autistici-inventati-chiude-dopo-lattacco-usa-restare-umani/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Radio Onda d`Urto]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 17:08:28 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Palestine Action Italia: chiuso l’account Donorbox per le donazioni]]></title>
            <description><![CDATA[La decisione della piattaforma per non conformità alle policy e timori di
sanzioni del Dipartimento del Tesoro USA dopo l’inserimento di Palestine action
nella lista OFAC

È successo di nuovo, ma questa volta più in grande. Dopo che l’anno scorso era
stato il governo britannico a dare l’etichetta di associazione terroristica al
movimento Palestine Action UK , questa volta è stato il Dipartimento del Tesoro
USA con un provvedimento emesso il 26 agosto a designare il movimento, che non è
presente solo in UK ma ha versioni in diversi paesi, inclusa l’Italia, come
associazione terroristica, inserendolo nella lista OFAC, Office of Foreign
Assets Control.

Per intenderci si tratta dello stesso provvedimento che ha colpito il collettivo
informatico italiano Autistici/Inventati accusato di supporto a diverse
associazioni di “estrema sinistra”. L’effetto principale di questo provvedimento
è quello di inibire qualsiasi soggetto che rientri nella giurisdizione USA a
collaborare con i movimenti e le persone colpite. Un provvedimento simile aveva
colpito Francesca Albanese, cittadina italiana alla quale era diventato
impossibile avere un conto corrente.

Il problema è che, per come funziona il nostro sistema finanziario USA-centrico,
una sanzione del Dipartimento del Tesoro USA di fatto esclude i soggetti target
da attività quotidiane come appunto gestire un conto e tutti i connessi – anche
se non sono cittadini o associazioni statunitensi.

Un assaggio di ciò l’abbiamo avuto il 2 settembre: Donorbox ci annuncia di aver
eliminato il nostro account. Donorbox, che è un’azienda statunitense, è lo
strumento che utilizziamo per raccogliere donazioni. La mail che ci dà questa
comunicazione è piuttosto stringata: a seguito di una verifica di conformità
l’azienda ha riscontrato che il nostro profilo non è conforme alla loro policy;
aggiungono anche che vogliono evitare possibile sanzioni da parte del U.S.
Office of Foreign Assets Control: l’OFAC
per l’appunto.

Abbiamo chiesto dei chiarimenti a riguardo, ma sembra tutto chiaro. Questo
avviene in un momento delicato, in cui attiviste e attivisti del movimento
stanno affrontando due processi, con relative spese legali (uno già iniziato e
uno che inizierà a novembre) in cui la Leonardo si è costituita parte offesa.
Intanto, ieri sera la pagina Instagram di Palestine Action Global veniva
eliminata. Anche qui, per “terrorismo”.

Ci sarebbe molto da dire: che le Nazioni Unite hanno condannato questa
designazione; che è incredibile che uno stato che fa un uso sistematico del
terrore in casa sua (vedi gli energumeni mascherati dell’ICE che rapiscono e
uccidono persone impunemente) e all’estero, definisca “terrorista” un movimento
che si oppone al genocidio senza fare violenza sulle persone e adotti
provvedimenti che hanno effetti diretti su cittadini e movimenti che non
ricadono nella sua giurisdizione, provvedimenti a cui il nostro governo plaude e
si accoda; che non è sano che il sistema finanziario mondiale debba ruotare
intorno ad un unico paese, che ha la tendenza a fare il buono e il cattivo
.tempo, in base agli umori, sempre più labili, sempre più squilibrati, del suo
“comandante in capo”.

In questo momento però vogliamo solo ricordare questo: dopo che lo scorso anno
il governo britannico stigmatizzò Palestine Action UK , decine di migliaia di
persone, di tutte le età, scesero in strada per manifestare solidarietà al
movimento; migliaia furono arrestate per aver espresso solidarietà reggendo
cartelli scritti a mano.

Intanto l’Alta Corte britannica dichiarava “sproporzionata e illegittima” la
decisione del governo. Questo è ciò che succede quando i prepotenti (per usare
un eufemismo) perdono la bussola delle loro azioni e della loro ipocrisia: che
le persone di buona volontà si uniscono e provano a ristabilire la verità.

Siamo sicuri che anche in questo caso, superate le difficoltà pratiche e
prendendo forme diverse, le cose andranno così.

Redazione Italia]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/palestine-action-italia-chiuso-laccount-donorbox-per-le-donazioni/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 17:00:04 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[“A Foras camp 2026” sui monti di Sinnai]]></title>
            <description><![CDATA[Si è concluso domenica 6 settembre con un’assemblea aperta, l’ormai consueto
campeggio estivo dell’organizzazione “A FORAS – contra s’ocupatzione militare de
sa Sardigna.”

Durante la giornata precedente si era parlato di poligoni ed esercitazioni
militari, ma anche della situazione della fabbrica bellica RWM, dei suoi
ampliamenti illegali e della vertenza in corso.

All’assemblea conclusiva hanno partecipato fra le cinquanta e le sessanta
persone, in gran parte giovani e studenti. La breve relazione introduttiva ha
messo in evidenza l’attuale scenario internazionale di riarmo e di
sperimentazione di nuovi ordigni bellici, mentre è sempre più chiara la tendenza
al restringimento degli spazi di dissenso e alla criminalizzazione dei movimenti
d’opposizione alla guerra.

I numerosi interventi successivi hanno approfondito alcuni temi: dal
rafforzamento delle strategie della NATO, al ruolo delle banche nel processo di
riarmo e nel genocidio palestinese, fino alla crescente militarizzazione delle
scuole, dove sta diventando sempre più difficile dibattere liberamente sui
problemi politici.

Se da un lato sono stati ribaditi gli obiettivi centrali di dismissione e
bonifica dei territori occupati dalle basi militari e di riconversione o
chiusura della fabbrica di bombe di Domusnovas-Iglesias, è stato anche dato il
giusto risalto alla riappropriazione del ruolo della Sardegna come isola di pace
e ponte fra diverse culture.

Altri interventi hanno messo in luce le attuali difficoltà del movimento
antimilitarista sardo, che non riesce ad incidere abbastanza sulle scelte
politiche e contrastare la deriva della nuova corsa agli armamenti e del
restringimento degli spazi democratici. Emergono problemi di organizzazione e di
comunicazione che limitano l’influenza che, sia A FORAS che il movimento contro
le basi più in generale, riescono ad esercitare sull’opinione pubblica.

Mentre l’autunno si avvicina, non mancano gli appuntamenti di lotta imminenti:
all’inizio di ottobre è prevista una manifestazione davanti alla fabbrica RWM a
Domusnovas, mentre nelle settimane successive si stanno organizzando iniziative
contro le banche complici del genocidio e contro le previste nuove esercitazioni
militari autunnali.

Per intanto, il prossimo 9 settembre ci sarà un sit-in davanti a Montecitorio,
in occasione della discussione parlamentare del DDL Antisemitismo, col quale si
vogliono imbavagliare le voci che si oppongono al genocidio di Israele in
Palestina. Per chi non potrà andare a Roma, ci svolgeranno in contemporanea
altre iniziative locali, tra cui il presidio in piazza Yenne a Cagliari.

Pur tra tante difficoltà, le voci di dissenso continuano a crescere.

Carlo Bellisai]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/a-foras-camp-2026-sui-monti-di-sinnai/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 16:45:56 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Roma, migliaia in corteo nel ventennale dell’assassinio di Renato Biagetti]]></title>
            <description><![CDATA[Diverse migliaia di persone hanno attraversato Roma nel corteo antifascista
organizzato nel ventennale della morte di Renato Biagetti, il giovane ucciso nel
2006 a Focene.

La manifestazione, partita da Porta San Paolo e arrivata al Parco Schuster dopo
aver attraversato Ostiense, Ponte Spizzichino e Garbatella, è cresciuta
progressivamente lungo il percorso. Un risultato che assume ancora più rilievo
considerando le caratteristiche della mobilitazione: una partecipazione
costruita soprattutto attraverso reti sociali e territoriali, senza una presenza
delle grandi organizzazioni politiche e sociali e con una visibilità molto
ridotta sui principali mezzi di informazione.

Eppure migliaia di persone sono scese in strada.

È questo il primo elemento politico della giornata. Collettivi, associazioni,
realtà territoriali, reti militanti e organizzazioni politiche hanno dimostrato
l’esistenza di un tessuto sociale capace di mobilitarsi anche lontano dai grandi
circuiti mediatici e dagli apparati tradizionali.

Ma sarebbe sbagliato leggere questo risultato come una contrapposizione tra
movimenti e organizzazioni strutturate. Se l’obiettivo è trasformare una
giornata riuscita in un movimento più largo e capace di incidere, le due
dimensioni devono necessariamente incontrarsi: l’energia che nasce dal basso può
aprire spazi nuovi, mentre organizzazioni politiche, sindacali e sociali possono
contribuire ad allargarli, dare continuità alla mobilitazione e radicarla nel
tempo.

Il corteo nasce dal ricordo di Renato Biagetti, ma non si è limitato alla
commemorazione. A vent’anni dal suo brutale assassinio, quella memoria è
diventata un modo per interrogarsi sul significato dell’antifascismo oggi.

Ed è questo uno degli aspetti più interessanti della manifestazione.

L’antifascismo si è intrecciato con l’opposizione alla guerra e al riarmo, con
il rifiuto del razzismo, con la critica alla crescente militarizzazione della
società e con il richiamo alla costruzione di quelle “comunità resistenti”
indicate nella stessa piattaforma della manifestazione.

Non è un collegamento forzato. Le culture autoritarie non tornano
necessariamente con le stesse forme del passato. Possono crescere dentro società
segnate dalle disuguaglianze, dalla precarietà, dalla paura e dall’assuefazione
all’idea che la guerra possa tornare a essere uno strumento ordinario della
politica.

Per questo l’antifascismo perde forza se viene confinato nella sola memoria
storica. Continua invece ad avere una funzione quando diventa una chiave per
leggere il presente: difesa della democrazia, contrasto al razzismo e alle
discriminazioni, opposizione alle derive autoritarie e rifiuto della
normalizzazione della guerra.

Dentro questo quadro assume un significato particolare la presenza di moltissimi
giovani e giovanissimi.

Da anni si parla di disaffezione politica delle nuove generazioni, di
astensionismo e individualismo. Ma una piazza come questa mostra che la domanda
di partecipazione non è scomparsa. È cambiato piuttosto il rapporto con le forme
tradizionali attraverso cui la politica si organizza.

Una parte delle nuove generazioni fatica a riconoscersi nelle strutture
classiche, ma continua a mobilitarsi quando incontra temi, linguaggi e pratiche
percepiti come autentici. Una manifestazione cresciuta soprattutto attraverso
circuiti sociali, territoriali e militanti, e capace comunque di raccogliere
migliaia di persone, è dunque qualcosa di più di un buon risultato
organizzativo: è un’indicazione politica.

La composizione del corteo lo mostrava con chiarezza. Non una piazza costruita
attorno a un unico soggetto, ma una pluralità di esperienze, culture politiche e
realtà sociali. Una pluralità che può diventare una risorsa proprio se riesce a
costruire relazioni durature e a trovare punti comuni.

Per alcune ore Ostiense, Garbatella e il quadrante attraversato dalla
manifestazione hanno restituito l’immagine di una Roma diversa da quella spesso
descritta come frammentata, impaurita e ripiegata su se stessa: una città ancora
capace di riconoscersi nello spazio pubblico, organizzarsi e costruire
solidarietà.

L’arrivo al Parco Schuster, con le iniziative e i concerti programmati, ha
completato una giornata nella quale memoria, politica, cultura e socialità si
sono fortemente intrecciate.

Naturalmente una manifestazione non modifica da sola i rapporti di forza. Ma può
rendere visibile ciò che normalmente resta sotto la superficie.

Ed è forse questo il dato politico più importante della giornata romana.

Esiste uno spazio per ricostruire un movimento capace di tenere insieme
antifascismo e questioni sociali, opposizione alla guerra e al riarmo, difesa
della democrazia e costruzione di solidarietà. Uno spazio che può crescere nei
territori e nei movimenti, ma che per diventare realmente più significativo e
incidere sui rapporti di forza sociali e politici ha bisogno anche del
contributo delle grandi organizzazioni politiche, sindacali e sociali.

Il ventennale della morte di Renato Biagetti non ha quindi prodotto soltanto una
giornata della memoria.

Ha prodotto una piazza. E soprattutto un segnale importante.

In un tempo in cui la guerra torna a essere raccontata come inevitabile e le
culture autoritarie cercano nuovi linguaggi per diventare socialmente
accettabili, migliaia di persone hanno scelto di stare insieme e affermare
un’altra idea di società.

È quando la memoria diventa partecipazione, e la partecipazione incontra
organizzazione e continuità, che smette di essere rito e torna a diventare
politica.



 

Giovanni Barbera]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/roma-migliaia-in-corteo-nel-ventennale-dellassassinio-di-renato-biagetti/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 16:44:51 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[La guerra è già qui: assemblea pubblica No Muos a Niscemi]]></title>
            <description><![CDATA[Assemblea pubblica contro la guerra, la militarizzazione e l’economia di guerra

Niscemi – Biblioteca comunale
Domenica 13 settembre 2026, ore 16.00

Il movimento No MUOS promuove a Niscemi una pubblica assemblea sul tema della
guerra e della crescente militarizzazione dei territori, partendo da una
considerazione sempre più evidente: la guerra non è qualcosa che accade soltanto
lontano da noi, ma produce conseguenze concrete anche nella vita quotidiana e
coinvolge direttamente il nostro Paese.

La corsa al riarmo, l’aumento della spesa militare, la progressiva
militarizzazione della Sicilia e il ruolo dell’Italia nel sistema militare
statunitense e NATO saranno al centro della discussione, insieme alle
conseguenze economiche e sociali delle politiche di guerra e al diritto di
organizzarsi e manifestare il proprio dissenso.

Per il movimento No MUOS, la Sicilia rappresenta da anni un laboratorio concreto
di questa trasformazione: il MUOS e la presenza di infrastrutture militari
nell’isola mostrano come i territori possano essere subordinati a esigenze
strategiche che non coincidono con i bisogni delle comunità.

L’assemblea sarà inoltre un’occasione per discutere della crescente repressione
nei confronti di chi si oppone alla militarizzazione e alla guerra, compresa
l’emissione di ulteriori fogli di via nei confronti di attivisti.

Il comunicato integrale è disponibile sul sito del movimento No MUOS:

LA GUERRA È GIÀ QUI – Assemblea pubblica a Niscemi

Per troppo tempo abbiamo pensato alla guerra come a qualcosa che accade altrove.
Lontano dalle nostre città, lontano dalle nostre case, lontano dalla nostra vita
quotidiana.

Oggi quella distanza si sta riducendo.

Le guerre che attraversano il mondo, la corsa al riarmo, l’aumento delle spese
militari e la crescente contrapposizione tra blocchi stanno ridisegnando le
priorità politiche ed economiche dei Paesi e delle società in cui viviamo.

Ma l’Italia non è estranea a questo processo. Il nostro Paese partecipa
attivamente alle politiche di riarmo, aumenta le risorse destinate alla spesa
militare, mette a disposizione territori e infrastrutture per le attività
militari e mantiene una stretta integrazione con il dispositivo militare
statunitense e NATO. Una parte dell’industria italiana è inoltre direttamente
coinvolta nella produzione e nello sviluppo di sistemi e tecnologie per la
difesa e per la guerra.

La guerra, quindi, non è più soltanto ciò che vediamo sugli schermi o qualcosa
che riguarda altri Paesi: è parte sempre più concreta delle nostre vite, dei
territori in cui abitiamo e delle scelte che vengono compiute in nostro nome.

La vediamo anche nelle conseguenze economiche che ricadono sulle persone.
L’andamento dei prezzi dei carburanti, ad esempio, dipende da molti fattori, ma
le tensioni internazionali e i conflitti incidono sui mercati dell’energia e sui
costi che, alla fine, vengono scaricati sulla vita quotidiana di lavoratrici,
lavoratori e famiglie. Il prezzo della guerra non viene pagato soltanto da chi
vive sotto le bombe: viene distribuito, in forme diverse, anche nei territori
che continuano a definirsi in pace.

In Sicilia tutto questo assume un significato ancora più concreto.

Da anni, con il MUOS, vediamo cosa significa la trasformazione del nostro
territorio in una piattaforma strategica per le operazioni militari. La Sicilia
è sempre più inserita in un sistema di basi, infrastrutture e apparati che ne
rafforzano la funzione strategica nel Mediterraneo, subordinando spazi e
territori a logiche militari che non rispondono ai bisogni di chi qui vive.

Mentre la guerra si avvicina, mentre cresce la militarizzazione e mentre sempre
più risorse vengono destinate agli armamenti e alla preparazione dei conflitti,
continuano a rimanere irrisolti i problemi che riguardano la vita quotidiana
delle comunità: il dissesto del territorio, i servizi pubblici, la sanità, i
trasporti, il lavoro, lo spopolamento.

E persino le conseguenze della frana di Niscemi rischiano di passare in secondo
piano rispetto alle “necessità” belliche.

A fronte di tutto questo, il governo italiano continua a sostenere le politiche
di riarmo e a rafforzare il proprio ruolo all’interno del sistema militare
euro-atlantico, mentre una parte crescente delle risorse pubbliche viene
indirizzata verso la spesa militare e l’industria bellica. Le conseguenze di
queste scelte ricadono sui territori e sulla vita delle persone, mentre chi le
contesta viene sempre più spesso considerato un problema di ordine pubblico.

È per questo che non possiamo limitarci a osservare.

Mobilitarsi contro la guerra impone di interrogarsi sul mondo che si sta
costruendo attorno a noi. Significa anche chiedersi quale futuro viene preparato
alle nostre comunità e quale funzione vengono chiamati a svolgere i nostri
territori. È necessario opporsi all’idea che la guerra e la militarizzazione
siano un destino inevitabile, davanti al quale non resta che adeguarsi.

E bisogna anche difendere concretamente il diritto di organizzarsi, di
dissentire e di manifestare.

In questi giorni è stata annunciata l’emissione di altri fogli di via nei
confronti di attivisti. Come movimento No MUOS denunciamo questi strumenti e
ogni tentativo di colpire preventivamente il dissenso e di limitare la
possibilità delle persone di organizzarsi e manifestare.

Non può essere la repressione preventiva la risposta a chi pone domande sulla
guerra, sulla militarizzazione e sulle scelte che vengono compiute sui
territori.

Proprio per questo il movimento No MUOS promuove una pubblica assemblea a
Niscemi, aperta a cittadine e cittadini, associazioni, movimenti, realtà sociali
e a chiunque voglia discutere e contribuire.

Perché la guerra non riguarda soltanto chi la combatte. Impatta sui territori
che vengono militarizzati. Sottrae risorse ai bisogni collettivi. Riguarda il
costo della vita. Riguarda le libertà e il diritto di dissentire.

E se la guerra è sempre più vicina, la risposta non può essere restare in
silenzio.

Per aderire, partecipare all’assemblea o semplicemente manifestare il proprio
sostegno all’iniziativa è possibile rivolgersi ai comitati No MUOS locali, alle
pagine social del movimento No MUOS, al gruppo di comunicazione del movimento
oppure scrivere a: nomuoscomunica@gmail.com

Redazione Sicilia]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/09/la-guerra-e-gia-qui-assemblea-pubblica-no-muos-a-niscemi/</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.pressenza.com/it/2026/09/la-guerra-e-gia-qui-assemblea-pubblica-no-muos-a-niscemi/</guid>
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            <pubDate>Sun, 06 Sep 2026 16:19:36 GMT</pubDate>
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