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        <title><![CDATA[Raccordo]]></title>
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            <title><![CDATA[Gancio de Roma]]></title>
            <description><![CDATA[Agenda condivisa della Roma ribelle e autogestita]]></description>
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            <dc:creator><![CDATA[Gancio de Roma]]></dc:creator>
            <pubDate>Fri, 20 Mar 2026 16:30:00 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La scuola Diaz è un luogo del futuro]]></title>
            <description><![CDATA[--------------------------------------------------------------------------------

19 luglio 2026, Genova. Foto di Paolo Palazzo (che ringraziamo), tratta dalla
pag. fb di Elena Giuliani

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Venticinque anni fa sono uscito da questa scuola in barella, umiliato e offeso
potrei dire, e dopo tanto tempo sono di nuovo qui, in piedi, ancora offeso,
perché lo stato in questi anni non è stato all’altezza della situazione e non ha
avuto nemmeno la dignità e il coraggio di chiedere scusa, ma ho superato
l’umiliazione, che è diventata consapevolezza e soprattutto voglia di fare, di
pensare, di non essere come mi e ci volevano loro, cioè atterriti, impotenti,
ridotti all’inerzia.

Questo luogo, la scuola Diaz, è oggi un luogo della memoria, come piazza
Alimonda, come la caserma di Bolzaneto, come il G8 di Genova nel suo insieme:
non è ancora nella memoria di tutti gli italiani, ma è nella memoria di tutte le
persone che non si rassegnano al mondo così com’è, delle persone che vogliono
cambiare il mondo nella direzione della giustizia climatica e sociale e quindi
lo stanno immaginando e anche costruendo. Perché la memoria serve a questo: a
capire il presente, a immaginare il futuro, e intanto agire, costruire reti e
anche spezzoni della società di domani.

La scuola Diaz, in questo senso, è un luogo del futuro. Se siamo qui è perché
siamo coscienti della storia che abbiamo alle spalle, di che cos’è stato davvero
il G8 di Genova, e perché sappiamo che il nostro compito è politicizzare i
nostri desideri, trasformarli in un desiderio collettivo e su questa base
lottare per un mondo nuovo, un mondo che farà tesoro delle idee portate in
piazza 25 anni fa.

Questo è anche un luogo del dolore e della consapevolezza: un luogo in cui le
persone, noi che dormivamo nella scuola, sono state ridotte a oggetti, umiliate
e offese appunto, ed è per questo che in tutti noi, noi che abbiamo subito le
violenze ma anche chiunque abbia compreso che cos’è stata l’irruzione alla Diaz,
tutti noi abbiamo acuito, non perduto, l’empatia e l’attenzione per tutti quei
casi nei quali le vite umane sono squalificate, ridotte a non-persone, a vite di
scarto. Per questo la memoria della Diaz ci porta a indignarci e a chiedere non
solo giustizia – quella dovrà arrivare nei tribunali – per Abderrahim Fakir,
morto nelle mani della polizia due giorni fa a Bologna, come Federco Aldrovandi,
Riccardo Magherini, George Floyd e troppi altri in passato. Noi da qui chiediamo
alla polizia spiegazioni, e le vogliamo adesso, perché nel 2001 e negli anni
seguenti le forze di polizia hanno dimostrato, nei loro vertici, d’essere
incapaci di assumersi le proprie responsabilità e di rendere conto ai cittadini
del proprio operato. Ora devono farlo. Non possono pensare di normalizzare
queste pratiche, queste morti, così come hanno tentato di normalizzare le
violenze istituzionali del 2001.

La memoria della Diaz – l’attenzione alle “vite di scarto” di questa società
sempre più violenta – ci fa essere vicini alla popolazione della Striscia di
Gaza sottoposta a genocidio con la complicità delle democrazie occidentali, alle
persone migranti che vengono lasciate morire in mare e ai confini dell’Europa,
umiliate e offese ben più di noi. Chi ha riempito le piazze contro il genocidio
nell’autunno scorso, chi è salpato con la Flotilla, chi soccorre in mare, chi
aiuta le persone migranti a esercitare il diritto a muoversi nel mondo porta in
sé la memoria della Diaz, del G8, la memoria di un movimento che ha rivendicato
la giustizia globale, il disarmo, il diritto alla vita, la libertà di movimento.

La memoria è utile perché ci aiuta a capire il presente e poiché viviamo anche
noi in un mondo fatto di leggi, di elezioni, di governi e parlamenti, chiediamo
che la lezione di Genova sia fatta propria da chi si candida a governare in
futuro al posto della destra e quindi diciamo loro – dalla scuola Diaz – che
occorre cambiare le leggi e anche cambiare registro. Devono impegnarsi, queste
forze politiche, ad abrogare gli ultimi decreti sicurezza del governo Meloni, e
anche buona parte di quelli precedenti, che hanno inutilmente e scioccamente
limitato libertà e diritti; devono impegnarsi a introdurre l’obbligo per gli
agenti di avere un codice di
riconoscimento sulle divise; devono fare in modo che le polizie abbiano regole
di condotta ben chiare, trasparenti, note a tutti e pensate per garantire la
salute e l’incolumità dei cittadini in qualsiasi situazione si trovino, anche al
momento del fermo e dell’arresto; devono prevedere la formazione degli agenti
alle tecniche della nonviolenza, come chiedemmo inascolati più di vent’anni fa;
devono lavorare perché in futuro le polizie siano disarmate nei servizi di
ordine pubblico: la memoria di piazza Alimonda ce lo impone. Serve anche
cambiare registro e dare un nuovo senso, anzi il vero senso, alla nozione di
sicurezza. Non è vero che la sicurezza non è né di destra né di sinistra; la
sicurezza della quale si parla nel discorso pubblico, la sicurezza armata,
repressiva, basata sulla paura e sulla percezione di insicurezza senza dati
statistici che la confortino, è di destra, è sempre stata di destra, anche
quando è stata ed è praticata dalla sinistra; la nostra sicurezza è la sicurezza
sociale, la sicurezza sul posto di lavoro, la sicurezza di avere una vita almeno
dignitosa: questa è la sicurezza che dobbiamo perseguire se vogliamo essere
degni della Costituzione e di chi la scrisse.

Un’ultima cosa, la più importante, con la quale vorrei non celebrare ma dare un
senso ai miei 25 anni di sopravvissuto all’irruzione alla scuola Diaz, per usare
la definizione di Mark Covell, “survivors”. In tutti questi anni Io non ho mai
dimenticato, neanche per un minuto, che cosa facevo qui. Ero a Genova perché
avevo letto i comunicati e i testi dell’Ezln e del subcomandante Marcos, perché
ero stato al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre, perché sentivo che un
movimento pieno di competenza, di slancio, di creatività stava conquistando i
pensieri e i desideri di tanta gente, di sempre più gente, e stava lavorando per
rendere possibile la trasformazione di questo mondo verso la giustizia sociale.
Se ne sono accorti anche nei palazzi del potere, si sono spaventati e hanno
agito di conseguenza, con la violenza e con il preciso intento di
criminalizzarci. Ma non mi hanno e non ci hanno cambiati: continuiamo a lottare
per un mondo di giustizia, di conciliazione con Madre Terra, per un mondo
disarmato e nel quale chiunque possa muoversi liberamente, perché il movimento
fa parte della natura umana. Ci dicono che è impossibile, che è un’illusione,
che nulla può essere davvero cambiato, ma noi sappiamo, perché conosciamo la
storia e la memoria dei movimenti sociali, che questo non è vero. La storia è
fatta di sorprese, di imprevisti e di rivoluzioni.

Alla scuola Diaz ci hanno umiliati e offesi ma non ci hanno cambiati e
perciò questa scuola è un luogo della memoria non solo per noi che abbiamo
subito le violenze, o per chi partecipò alle giornate del luglio 2001, ma anche
per chi è venuto dopo: è un luogo nel quale il dolore si è trasformato in
desiderio e in azione. Non siamo qui per fare le vittime; siamo qui ma per
riprendere il filo del discorso e condividere, più che passare, il testimone: un
altro mondo era e continua a essere possibile. La scuola Diaz è un luogo della
memoria e un luogo del futuro.

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Testo dell’intervento alla fiaccolata promossa a Genova il 21 luglio 2026.
L’ultimo libro di Lorenzo Guadagnucci è Chiedo scusa se vi parlo del G8 di
Genova (Altreconomia)

.

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L'articolo La scuola Diaz è un luogo del futuro proviene da Comune-info.]]></description>
            <link>https://comune-info.net/la-scuola-diaz-e-un-luogo-del-futuro/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Comune-info]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 20:28:10 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Storia della Pace: Breve storia del pacifismo italiano]]></title>
            <description><![CDATA[L'opposizione alla guerra, nelle sue molteplici forme, è al centro di questo
saggio che va considerato come provvisorio e incompleto. Sarà sottoposto a
ulteriori revisioni, verifiche e arricchimenti. Sono benvenute osservazioni,
integrazioni, altre analisi e proposte.]]></description>
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            <dc:creator><![CDATA[PeaceLink]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 19:32:42 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Naama Asfari, Abu Safiya, Barghouti: «Nessuno è libero finché anche un solo uomo al mondo sarà in catene»]]></title>
            <description><![CDATA[Dalla «Battaglia per la Dignità» del Sahara Occidentale alle mobilitazioni
internazionali: il filo rosso dell’arbitrio di Stato e l’esigenza di una
solidarietà universale.

Il grido dell’attivista afroamericana per i diritti civili Fannie Lou Hamer
risuona oggi con spietata attualità nelle celle oscure di mezzo mondo. È la
medesima consapevolezza che nel 1967, nel suo discorso alla Southern Christian
Leadership Conference, portò Martin Luther King Jr. a ribadire un principio
etico universale: «Un’ingiustizia commessa ovunque è una minaccia alla giustizia
ovunque». In un’epoca segnata dal progressivo sgretolamento del diritto
internazionale e dalla normalizzazione della prepotenza e sopruso di alcuni
potenti, le parole di Hamer e Martin Luther King cessano di essere semplici
citazioni per trasformarsi in una bussola d’azione politica ed etica
improrogabile.

Non è un caso che esiste una linea di continuità tra le diverse latitudini del
dissenso punito, partendo dall’estrema protesta di Naama Asfari nel Sahara
Occidentale occupato dal Marocco, per ricongiungerla ai soprusi sul Dottor
Hussam Abu Safiya di Gaza, Marwan Barghouti in Cisgiordania, Narges Mohammadi in
Iran, Ilham Tohti in Cina e Alaa Abd El-Fattah in Egitto. Non si tratta di
accostamenti casuali, ma della denuncia di un sistema globale di repressione del
libero pensiero e del dissenso che utilizza la privazione arbitraria della
libertà come strumento per annientare la dignità umana e la ricerca della
giustizia.

Naama Asfari e la «Battaglia per la Dignità» nel Sahara Occidentale

Naama Asfari, attivista saharawi per i diritti umani e vicepresidente del
Comitato per les Libertés et le Respect des Droits Humains au Sahara Occidental
(CORELSO) è stato incarcerato nel 2010 alla vigilia dello sgombero violento del
campo di protesta di Gdeim Izik, Asfari ed è stato condannato a 30 anni di
reclusione da un tribunale militare marocchino. Una sentenza emessa al termine
di un procedimento privo di garanzie processuali e fondato unicamente su
confessioni estorte sotto tortura.

Oggi Naama Asfari sta conducendo nel carcere di Kenitra quella che egli stesso
ha definito la «Battaglia per la Dignità»: uno sciopero della fame a oltranza
giunto ormai al secondo mese. Con un corpo fortemente debilitato e una perdita
di oltre nove chilogrammi, Asfari ha spinto la propria protesta fino a rifiutare
ogni interazione con il medico penitenziario e a rinunciare all’ora d’aria,
denunciando l’ipocrisia delle visite del Consiglio Nazionale Marocchino per i
Diritti Umani (CNDH), un organo privo di indipendenza e asservito al Makhzen
marocchino.

Le sue richieste sono nitide e sostenute dai massimi organismi internazionali:
l’immediata attuazione delle decisioni del Comitato delle Nazioni Unite contro
la Tortura (CAT) e del Parere n. 23/2023 del Gruppo di Lavoro ONU sulla
Detenzione Arbitraria (WGAD). Tali organismi hanno accertato la natura
illegittima della condanna del gruppo di Gdeim Izik, ordinando la liberazione
immediata dei detenuti, il risarcimento dei danni e il loro trasferimento nelle
carceri del Sahara Occidentale, vicini alle famiglie.

Attorno ad Asfari si è mobilitata la campagna internazionale «OraLiberi –
FreeNow», promossa dalla Rete Saharawi e dal movimento di solidarietà italiano e
internazionale. In Spagna, la formazione politica Sumar ha presentato al
Congresso dei Deputati un’iniziativa per esigere che il governo di Madrid
intervenga presso Rabat affinché vengano applicate le Regole Nelson Mandela e
autorizzate le visite dell’Alto Commissariato ONU, della Croce Rossa e del
Relatore Speciale sulla Tortura. A questa battaglia si affianca da oltre
quindici anni la straordinaria testimonianza di sua moglie, l’attivista francese
Claude Mangin-Asfari, a cui il regime marocchino impedisce l’ingresso nel Paese
e qualsiasi contatto visivo con il marito dal 2019, concedendole solo brevi e
contingentate telefonate di pochi minuti.

La trama comune della repressione: gli schemi del potere autoritario

L’esperienza di Naama Asfari non costituisce un fatto isolato, ma si inserisce
in una matrice repressiva globale analoga e strutturata. Analizzando i
differenti contesti geopolitici, emergono sei pilastri sistematici mediante i
quali gli Stati neutralizzano il dissenso:

 * Uso della «Legge» come Arma (Lawfare) e Norme Emergenziali: i governi
   raramente ammettono di detenere prigionieri per motivi politici; utilizzano
   invece leggi dalla definizione vaga (sicurezza nazionale, lotta al
   terrorismo, notizie false) per trasformare il dissenso in reato comune.
 * Detenzione Amministrativa e Incommunicado: il rifiuto di formulare accuse
   ufficiali per mesi o anni e l’isolamento prolungato senza contatti con
   familiari, avvocati o medici di fiducia vengono usati come strumento di
   coercizione psicologica.
 * Tribunali Non Indipendenti o Militari: l’impiego di corti speciali o militari
   per giudicare civili viola il principio fondamentale del giusto processo e
   della terzietà del giudice.
 * Estorsione di Confessioni tramite Tortura: l’uso di maltrattamenti fisici,
   privazione del sonno e tortura psicologica per estorcere confessioni usate
   poi come unica prova nei processi.
 * Negazione dell’Assistenza Medica (Medical Neglect): la privazione deliberata
   di cure adeguate viene impiegata come ulteriore strumento di punizione ed
   estorsione.
 * Ostacolo alle Organizzazioni Neutrali: il blocco sistematico dell’accesso
   alle prigioni opposto al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e
   ai relatori speciali dell’ONU.

Una mappa delle detenzioni arbitrarie: da Gaza, al Sahara Occidentale a Pechino

La campagna per Naama Asfari si rispecchia nelle mobilitazioni nate a sostegno
di altri difensori dei diritti o comunque personaggi illegalmente detenuti
stritolati dai medesimi ingranaggi:

 * Hussam Abu Safiya (Gaza / Israele): pediatra e direttore dell’ospedale Kamal
   Adwan nel nord di Gaza, arrestato nel dicembre 2024 durante un blitz
   israeliano. È trattenuto senza accuse né processo in virtù della Law on
   Unlawful Combatants (Legge sui combattenti illegali), una norma che consente
   la detenzione a tempo indeterminato negando il giusto processo e le cure
   mediche. La campagna per la sua liberazione è promossa da Physicians for
   Human Rights, Amnesty International e organizzazioni mediche globali.
 * Marwan Barghouti (Palestina / Israele): figura politica palestinese di
   primissimo piano, spesso definito «il Nelson Mandela palestinese»,
   incarcerato dal 2002 e condannato a 5 ergastoli. L’Unione Interparlamentare
   (IPU) ne ha denunciato il processo dinanzi a un tribunale civile israeliano
   come viziato da violazioni procedurali e assenza di giurisdizione. Subisce
   isolamento prolungato e violenze. La campagna per la sua liberazione è molto
   attiva in Italia: un importante incontro nazionale al Nelson Mandela Forum di
   Firenze, con la partecipazione delle istituzioni e del figlio Arab Barghouti,
   ha ribadito la richiesta della sua scarcerazione.
 * Narges Mohammadi (Iran): premio Nobel per la Pace 2023, giornalista e
   difenditrice dei diritti delle donne. Condannata a più riprese a decenni di
   carcere e frustate per la sua opposizione alla pena di morte e al velo
   obbligatorio. Campagna: #FreeNarges (Amnesty, Reporters Sans Frontières).
 * Ilham Tohti (Cina / Xinjiang): economista uiguro e difensore dei diritti
   delle minoranze, condannato all’ergastolo con la vaga accusa di «separatismo»
   solo per aver promosso il dialogo tra Han e Uiguri. Campagna: Amnesty, Human
   Rights Watch, Unione Europea.
 * Alaa Abd El-Fattah (Egitto): attivista pro-democrazia della Primavera Araba,
   detenuto ripetutamente per «diffusione di notizie false» e condannato
   unicamente per post sui social network. Campagna: #FreeAlaa, guidata dalla
   famiglia e da PEN International.

A questi si possono affiancare molti altri fra cui citiamo la vicenda di
Vladimir Kara-Murza, condannato in Russia a 25 anni per «alto tradimento» dopo
aver criticato l’invasione dell’Ucraina e rilasciato nell’agosto 2024 in uno
scambio di prigionieri: la prova che la pressione diplomatica e la mobilitazione
internazionale possono spezzare l’arbitrio punitivo.

L’imperativo del nostro impegno e dell’azione collettiva

Difendere la pace, la nonviolenza, i diritti umani, non è, e non deve essere, un
impegno astratto dettato da buonismo. Significa svelare le strutture di violenza
istituzionale e riaffermare che il rispetto del diritto e dei diritti umani non
è una richiesta «di parte», ma la denuncia inderogabile dell’assenza di un
giusto processo, della negazione di cure mediche indipendenti e delle condizioni
carcerarie inumane: la difesa della nostra stessa libertà e umanità.

Chiedendo la liberazione di Naama Asfari, del Dottor Abu Safiya, di Marwan
Barghouti, di Narges Mohammadi, di Ilham Tohti e di Alaa Abd El-Fattah,
chiediamo il ripristino della legalità internazionale e della tutela dei civili,
dei medici e dei prigionieri di coscienza e, purtroppo, spesso anche di bambini.
Finché un solo uomo al mondo rimarrà in catene, la libertà di ciascuno sarà
mutilata. Sostenere la campagna «OraLiberi» e rompere il muro del silenzio su
questa battaglia e le altre simili, è l’unico modo per dare valore e concretezza
alla riflessione di Fannie Lou Hamer e Martin Luther King Jr., trasformando la
solidarietà in un’azione irrinunciabile per la pace, la giustizia universale e
la libertà.

 

Alcuni video sulla Campagna OraLiberi



Campagna “Liberi ORA”

 



Naama Asfari. Resistere con mezzi pacifici

 

Paolo Mazzinghi]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/naama-asfari-abu-safiya-barghouti-nessuno-e-libero-finche-anche-un-solo-uomo-al-mondo-sara-in-catene/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 18:48:22 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa]]></title>
            <description><![CDATA[Abderrahim Fakir aveva dato molti segni di disagio psichico. A rispondere, però,
è arrivata solo la divisa: in Italia alla salute mentale va il 3,3% della spesa
sanitaria e mancano oltre 8mila operatori. Delegare la sicurezza alle sole forze
dell’ordine è un abbaglio che lascia soli anche i poliziotti

di Stefano Arduini

Nei video che circolano, che non sono, con ogni probabilità, gli unici, c’è un
dettaglio che pesa più del resto. Mentre due agenti tengono a terra Abderrahim
Fakir, che ripete «aiuto, basta» prima di tacere, il personale socio-sanitario
resta un passo indietro. Sul palcoscenico della tragedia salgono le forze
dell’ordine. Chi si occupa di cura aspetta.

Fakir aveva dato molti segni di instabilità. Al 112 era stato descritto come
«agitato»: la parola con cui, in Italia, il disagio psichico entra nella cronaca
prima ancora che nella cura. È da qui che vale la pena partire, senza cedere né
alla gogna verso i poliziotti né all’assoluzione preventiva. Il punto è un
altro, e riguarda tutti noi: chi abbiamo deciso che risponda, quando qualcuno
sta male.

C’è una parola che tiene insieme i due mondi che quella sera si sono sfiorati
senza incontrarsi: presa. Per chi indossa una divisa è la presa fisica: le
braccia dietro la schiena, il peso sul corpo a terra, le caviglie legate. Per
chi lavora nel sociale è la presa in carico per reggere una persona nel tempo,
non solo nell’istante in cui la si immobilizza. La stessa parola, due gesti
contrari. A Fakir è toccata la prima presa perché la seconda, quella sera, non
c’era. E probabilmente non c’era mai stata.

Non era disponibile per una ragione precisa, che i numeri raccontano meglio di
ogni indignazione. Alla salute mentale l’Italia destina il 3,3% della spesa
sanitaria, contro una media europea intorno al 5%. Nei dipartimenti di salute
mentale mancano più di 8mila professionisti rispetto agli standard che noi
stessi abbiamo fissato. I centri aperti ventiquattr’ore su ventiquattro esistono
soprattutto sulla carta. Intanto oltre sedici milioni di italiani dichiarano
disturbi psicologici di media o grave entità, il 6% in più rispetto a due anni
fa. La domanda cresce, la filiera della cura si assottiglia. E a valle di una
filiera smontata resta un solo terminale che non chiude mai, che risponde
sempre, che non può dire di no: la divisa.

ier Paolo Pasolini: «I poliziotti sono figli di poveri», scriveva nel ’68. Ma
quella riga, spiegò lui stesso poco dopo, rimandava ad altro: il potere prende i
poveri e ne fa strumenti, li manda in prima linea a fare il lavoro sporco che ha
smesso di voler pagare. Il poliziotto mandato da solo con l’addestramento che ha
e non con quello che gli servirebbe davanti a una crisi psichiatrica in un
cortile del Pilastro a Bologna è esattamente questo: uno “strumento” lasciato
solo.

Pensare la sicurezza come compito esclusivo di chi porta una divisa è un errore
enorme. La sicurezza non si fa solo con le forze dell’ordine. Si fa con le reti:
i servizi territoriali, gli operatori sociali, i centri di salute mentale, il
vicino che chiama sapendo che a rispondere sarà qualcuno che prende in carico e
non soltanto qualcuno che immobilizza. Non è buonismo, è efficienza: le stesse
evidenze che misurano l’aumento del disagio dicono che le reti sociali fragili
accrescono la vulnerabilità, e che quelle solide la riducono. La rete sociale è
un dispositivo di sicurezza. Semplicemente, non indossa una divisa.

 

Valorizzare chi cura pagarlo, formarlo, metterlo davanti e non un passo indietro
non è un cedimento sul fronte della sicurezza. È il modo per non lasciare soli i
poliziotti davanti a vicende umane molto più complesse di quelle per cui sono
stati addestrati. E per non lasciare solo, la prossima volta, chi urla «basta»
in un cortile.

La sera in cui il personale socio-sanitario farà un passo avanti invece che un
passo indietro, saremo tutti più sicuri. Poliziotti compresi.

Nella foto LaPresse in apertura, Nicoletta un’amica di Fakir del quartiere
Pilastro di Bologna

Video



Redazione Italia]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/morte-di-fakir-al-pilastro-la-sicurezza-e-una-rete-non-una-divisa/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 18:34:59 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Presidio No Cemento Officine Grandi Riparazioni Firenze: le foto.]]></title>
            <description><![CDATA[Questo pomeriggio presidio-performance a Firenze alle Cascine di fronte all’area
dismessa delle Officine Grandi Riparazioni.Una catena umana a simboleggiare
l’unione di gran parte della cittadinanza contro l’ennesima cementificazione in
corso in una vasta area appartenuta alle Ferrovie dello Stato ed ora nuovamente
nelle mire speculative edilizie che coinvogno ormai tutto il territorio
fiorentino.

Nonostante Firenze soffra dell’evidente cambio climatico che la rendono una
delle città più calde di Italia come sta avvenendo in questi giorni di luglio in
cui il termometro non è sceso al di sotto dei 30 gradi, l’amministrazione
continua a favorire processi di cementificazione e abbattimento di alberi a
scopi edilizi per poi  affermare la necessità contraddicendosi di piantumare
nuovi alberi e togliere strati di asfalto per mitigare le isole di calore che
incombono nella città.

Nell’area  delle OGR prossima al parco delle Casine il più vasto  della città,
il comitato Salviamo Firenze  insieme a varie associazioni di cittadini , si
propone di avviare una lotta per un suo recupero ad area verde ed utilizzo
sociale.Quello di stasera è un primo passo in questa direzione.

Foto Cesare Dagliana

no cemento OGR fi

 

Redazione Toscana]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/presidio-no-cemento-officine-grandi-riparazioni-firenze-le-foto/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Pressenza]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 18:03:29 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Rogliano (CS): incontro-dibattito “Contro Guerra, Riarmo e Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è adesso!”]]></title>
            <description><![CDATA[SABATO 25 LUGLIO 2026, ORE 19
VILLA COMUNALE DI ROGLIANO (COSENZA)

Contro Guerra, Riarmo e Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è
adesso! E’ il tema dell’incontro-dibattito che si terrà sabato 25 luglio (ore
19) a Rogliano (Cosenza), grazie all’organizzazione dell’ANPI Sezione di Savuto
Cosentino “Donato Bendicenti”. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università sarà presente con Antonio Mazzeo, insegnante e
saggista. Parteciperanno come relatori inoltre Franco Adamo e Alessia Marasco
(ANPI), Francesco Piobbichi (disegnatore sociale), Francesco De Simone (A.M.R.
Controvento) Mimma Sprizzi e Chiara Ortano (Le Figlie di Ipazia).

“L’incontro di sabato prossimo sarà un’occasione per riflettere insieme sulle
sfide del nostro tempo e riaffermare i valori della pace, della giustizia
sociale e della Costituzione”, scrivono i promotori. “Dalle 20,45 condivideremo
la Pastasciutta Antifascista, accompagnata dalla Jam Session di artisti locali e
dalla Mostra Madri Costituenti, a cura di Se Non Ora Quando Marzi”.

La Pastasciutta Antifascista ricorda il gesto della famiglia Cervi, che il 25
luglio 1943, dopo la caduta del fascismo, offrì gratuitamente pasta ai contadini
che vivevano nella bassa pianura reggiana, tra Gattatico e Campagine, per
celebrare la speranza di un’Italia finalmente libera. Da allora quel gesto è
diventato un simbolo di condivisione, libertà e antifascismo.

«Oggi – spiega l’ANPI di Savuto Cosentino – Rogliano – in un mondo attraversato
da guerre e tensioni internazionali, quella memoria ci richiama ancora una volta
alla responsabilità di difendere la pace, la democrazia e i diritti».



Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

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            <dc:creator><![CDATA[Osservatorio contro militarizzazione di scuole e università]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 18:01:24 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[[radio africa] Radio Africa: Mali, Etiopia, Sudan]]></title>
            <description><![CDATA[MALI

In Mali, i jihadisti del Gruppo per il Sostegno dell'Islam e dei Musulmani
(JNIM) hanno giustiziato sommariamente dei soldati maliani che si erano arresi.
L'episodio è avvenuto il 18 luglio nella zona di Tabrichat, nella regione di
Gao, in seguito a un attacco congiunto del JNIM e del gruppo separatista FLA
(Fronte liberazione Azawad) ) contro un grande convoglio militare in viaggio da
Anéfis a Gao. Circa cinquanta soldati maliani sono stati uccisi, sebbene non
tutti siano morti in combattimento.

ETIOPIA

Diverse centinaia di persone si sono radunate in Piazza Meskel ad Addis Abeba il
18 luglio scorso per una manifestazione organizzata dal Consiglio per la Pace e
il Cambiamento del Tigray. La coalizione si oppone alla riaffermazione
dell'autorità da parte del TPLF nella regione, mettendo in guardia contro azioni
che potrebbero potenzialmente riaccendere il conflitto armato.

In questa manifestazione si chiedeva la fine di quello che i partecipanti hanno
definito reclutamento forzato nel Tigray, la piena attuazione dell'Accordo di
cessazione delle ostilità di Pretoria e il ritorno alle proprie case degli
sfollati interni.

Residenti, partiti di opposizione, leader religiosi e organizzazioni per i
diritti umani hanno segnalato casi di giovani presumibilmente arruolati con la
forza per il servizio militare, accuse che i funzionari del TPLF hanno
ripetutamente smentito.

SUDAN

In Sudan si combatte non solo per il controllo delle risorse aurifere,
Nell’economia che finanzia la guerra in Sudan, un ruolo significativo è svolto
anche dal commercio della gomma arabica. Già a gennaio di quest’anno uno studio
dell’organizzazione PAX, denunciava come la preziosa resina estratta dagli
alberi di acacia alimentasse un’economia ombra militarizzata, gestita
prevalentemente dalle milizie Forze di supporto rapido (RSF) nelle vaste aree da
loro controllate. Prima dello scoppio della guerra nell’aprile 2023, il Sudan
rappresentava circa il 70-80% delle esportazioni globali di gomma arabica
grezza, per un valore di 183 milioni di dollari all’anno.

Il grosso della produzione si concentrava nella cosiddetta “cintura della gomma
arabica”, che comprendeva le regioni del Kordofan e del Darfur, e gli stati del
Nilo Azzurro, del Nilo Bianco, di Sennar e di Gedaref.]]></description>
            <link>https://www.ondarossa.info/node/50033</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.ondarossa.info/node/50033</guid>
            <dc:creator><![CDATA[Radio Onda Rossa]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 17:23:26 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[CRISI CLIMATICA: LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA, ABRUZZO E MARCHE COLPITE DA GRANDINATE E NUBIFRAGI. GRAVE SICCITA’ IN PIEMONTE]]></title>
            <description><![CDATA[Continua l’ondata di nubifragi sul Centro-Nord Italia, con grandinate violente e
forti raffiche di vento che stanno mettendo in ginocchio abitanti, aziende
agricole e produzioni, ancora una volta alle prese con gli effetti sempre più
devastanti degli eventi climatici estremi.

In Lombardia le grandinate hanno interessato nuovamente le province di Brescia e
Mantova, dove chicchi di ghiaccio del diametro di 4-5 centimetri hanno
flagellato mais, meloni, angurie e zucche. La situazione più critica si registra
nel Mantovano, dove si stimano perdite tra il 70 e l’80% delle produzioni
orticole interessate. Alle conseguenze nei campi si aggiungono quelle sulle
strutture aziendali e case civili, con tetti scoperchiati, automobili colpite
dalla grandine, fienili crollati e serre gravemente compromesse.

In Emilia-Romagna, nuove grandinate accompagnate da raffiche di vento
particolarmente intense hanno investito la provincia di Ferrara, provocando
perdite irreversibili alle produzioni in pieno campo, soprattutto orticole e
seminativi. Nel Modenese risultano inoltre gravemente compromesse le produzioni
di cocomeri, meloni, pere e susine, in molti casi andate completamente perdute.
Grave anche la situazione in Abruzzo, dove una violenta grandinata si è
abbattuta su un’ampia area della provincia di Teramo, causando pesanti
ripercussioni sulle campagne proprio nel pieno della stagione produttiva. Non
solo. Nelle Marche sono stati colpiti anche i cittadini sfollati dal terremoto
del 2016, che vivono da allora (e ancora oggi) nelle Soluzioni abitative
d’emergenza (le Sae) in Appennino, nella frazione di Pieve Torina a Macerata.
Qui gli abitanti segnalano danni ai tetti delle case prefabbricate dove ora si
stanno verificando infiltrazioni d’acqua.

Situazione differente si registra in Piemonte. Qui la regione sta vivendo una
grave emergenza siccità con precipitazioni inferiori alla norma e temperature da
record. Il fiume Po presenta un deficit idrico che supera localmente il 75%,
mentre oltre cento comuni hanno introdotto il razionamento dell’acqua potabile,
specialmente nell’Alessandrino e nel Canavese. Il settore agricolo soffre, in
particolare le colture di mais e riso che necessitano di tanta acqua. L’indice
sintetico di siccità evidenzia condizioni di siccità severa in tutto il bacino
del Tanaro, Scrivia e del Po a monte della confluenza con la Dora Baltea. Per
fronteggiare la situazione la Regione Piemonte ha riattivato, in piena
emergenza, l’Osservatorio per l’emergenza idrica e discusso della possibilita di
aumentare i prelievi idrici dai fiumi da destinare all’agricoltura intensiva.

“La siccità viene ancora trattata come un’emergenza temporanea ma siamo ormai di
fronte a un cambiamento strutturale che impone di ripensare la gestione della
risorsa idrica. Ridurre l’impronta idrica delle nostre coltivazioni è un
obiettivo fondamentale: la politica dovrebbe seguire le indicazioni della
ricerca e della tecnica, dell’agroecologia, più che inseguire soluzioni
propagandistiche”. L’intervista a Fabrizio Garbarino, presidente dell’Ari,
Associazione Rurale Italiana e all’allevatore nell’astigiano Ascolta o scarica 

 ]]></description>
            <link>https://www.radiondadurto.org/2026/07/22/crisi-climatica-lombardia-emilia-romagna-abruzzo-e-marche-colpite-da-grandinate-e-nubifragi-grave-siccita-in-piemonte/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Radio Onda d`Urto]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 17:04:28 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[MAROCCO: CRESCE LA REPRESSIONE CONTRO ARTISTI, ATTIVISTI E GIORNALISTI. IL CASO DI MEHDI BLACKWIN, RAPPER E VIDEOMAKER]]></title>
            <description><![CDATA[L’arresto del rapper e documentarista marocchino Mehdi Blackwin, nome d’arte di
El Mehdi Lyoubi, conferma la repressione sempre più feroce del dissenso in
Marocco, dove negli ultimi mesi artisti, giornalisti e attivisti sono stati
sempre più spesso oggetto di procedimenti giudiziari legati alle loro attività
pubbliche e politiche.

Residente a Marsiglia dal 2017, Mehdi è stato fermato il 10 luglio scorso
all’aeroporto di Rabat mentre si preparava a rientrare in Francia. Nella
capitale marocchina le autorità gli hanno impedito di lasciare il territorio,
senza fornire spiegazioni sulle motivazioni del provvedimento, convocandolo con
comparizione immediata mercoledì 15 luglio al Tribunal Correctionnel di Aïn
Sebâa, a Casablanca.

Dopo la convalida dello stato di fermo, oggi l’udienza del processo per
direttissima. Dopo l’interrogatorio del 13 luglio, il rapper non aveva ancora
ricevuto accuse formali, a causa dello sciopero nazionale degli avvocati
marocchini (in corso da diverse settimane per protestare contro una nuova
proposta di legge che mira a modificare il sistema dell’ordinamento forense). Da
qui l’udienza di oggi, nuovamente rinviata a causa dell’assenza di un avvocato
che presenziasse in aula.

Nel frattempo è stata respinta la richiesta di libertà provvisoria presentata
dalla difesa, sostenuta da garanzie fornite dai familiari e preparate con la
collaborazione di alcuni legali vicini all’Associazione Marocchina per i Diritti
Umani. Si resta quindi in attesa della decisione definitiva del giudice.

Il fermo di Mehdi Blackwin – quarto rapper arrestato dall’autunno scorso – si
inserisce in un contesto più ampio di crescente pressione nei confronti delle
voci critiche del Paese: giornalisti, artisti e figure del panorama culturale
marocchino denunciano da tempo un utilizzo della giustizia volto a limitare il
dissenso politico, soprattutto quando vengono affrontati temi considerati
“sensibili” dalle autorità.

Tra i casi più recenti figura quello del giornalista Ali Lmrabet, bloccato il 12
luglio al suo arrivo a Tangeri con l’accusa di aver diffuso informazioni
diffamatorie “recanti pregiudizio alle istituzioni costituzionali” e quello di
Zineb Kharroubi, giovane marocchina residente in Francia e impegnata nella
distribuzione cinematografica, era stata arrestata lo scorso febbraio al suo
arrivo in Marocco per «incitazione a commettere reati» per le sue iniziative di
solidarietà al movimento della GenZ 212 promosse in Francia.

Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuta Laura Guarino, ricercatrice
universitaria, al momento a Casablanca per seguire il caso di Mehdi. Ascolta o
scarica.

]]></description>
            <link>https://www.radiondadurto.org/2026/07/22/marocco-cresce-la-repressione-contro-artisti-attivisti-e-giornalisti-il-caso-di-mehdi-blackwin-rapper-e-videomaker/</link>
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            <dc:creator><![CDATA[Radio Onda d`Urto]]></dc:creator>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 16:33:26 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione]]></title>
            <description><![CDATA[Qui in pdf: Luci da dietro la scena (XXXV)

Luci da dietro la scena (XXXV) – Di certi Protocolli e della loro reale funzione

 

Un’opera che non poteva essere tollerata

Nel 1864, lo stesso anno in cui viene fondata a Londra l’Associazione
Internazionale dei Lavoratori, Maurice Joly scrive e pubblica il suo Dialogo
agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu. Ex-ragazzo ribelle, procuratore
legale e futuro esule, osserva con estrema lucidità la messa in opera dei nuovi
meccanismi del potere.

Machiavelli è qui il portavoce del dispotismo moderno: espone cinicamente i suoi
scopi, i suoi procedimenti e il loro sviluppo storico. Inizialmente la forza
bruta, il colpo di Stato militare, il rafforzamento della polizia e
dell’esercito, la preminenza degli alti funzionari sugli eletti, e
l’allineamento dei magistrati, dell’università, della stampa.

Ma la forza, ostentatamente dispiegata, suscita sempre delle forze contrarie.
Non viene utilizzata che per modificare in alcuni anni le istituzioni, la
Costituzione, e per creare forme legali per il nuovo dispotismo. Così la
carcerazione dei giornalisti deve essere rapidamente sostituita con disposizioni
economiche sulla stampa e con la creazione di giornali devoti al governo. Una
tale tribuna associata ad astute divisioni in circoscrizioni elettorali consente
di mantenere una tirannide eletta a suffragio universale.

Per farla finita con tutte queste forme di opposizione, di partiti, di
consorterie, di trame, di complotti, che davano tanto fastidio agli antichi
despoti, lo Stato moderno deve creare esso stesso la propria opposizione,
rinchiuderla entro forme adeguate, e attirarvi i malcontenti. […]

Un ultimo meccanismo regolatore garantisce infine la perpetrazione del nuovo
regime: una tale società sviluppa velocemente nei suoi membri un insieme di
qualità che lavorano per essa: la viltà, l’asservimento e il gusto per la
delazione sono allo stesso tempo i frutti e le radici di questa organizzazione
sociale. Il cerchio si chiude.

La forza bruta impiegata dalle antiche tirannie non ha dunque più ragione
d’essere, tranne che in rare circostanze. Nel tempo del macchinismo si sanno far
lavorare le forze ostili a mezzo di dispositivi adeguati. Si può perfino
utilizzare la loro energia assertiva per assoggettare quelle che potrebbero
sorgere. Questa autoregolazione è alla base di tutte le società veramente
moderne.

Di fronte a questo nuovo potere, nell’opera di Joly personificato da
Machiavelli, cosa rappresenta Montesquieu? Gli antichi princìpi politici, morali
e ideologici di uomini che, un secolo prima, si preparavano ad assumere la
direzione della nuova società. Il genio di Machiavelli consiste nel citare
volentieri Montesquieu: l’attuale dispotismo non è in nulla in contraddizione
con quei fondamenti e quell’ideologia.

Il nostro XX secolo ha riccamente illustrato la tesi di Joly. Ma si avrebbe
torto a evocare qui le molteplici dittature totalitarie in cui l’esercito e la
polizia si mostrano ovunque, in cui i tiranni non dissimulano ancora il loro
potere. Il modello descritto da Joly è precisamente al di là di questa fase
storica: è quello del Capo di Stato eletto a suffragio universale, quello degli
alti funzionari inamovibili, quello delle consultazioni elettorali che
mascherano la vera cooptazione del personale politico. Questo tipo di governo
non è quello del partito unico, bensì quello degli pseudo scontri tra partiti
politici che parlano “tutti i linguaggi” del Paese, quello dei falsi complotti
organizzati dallo Stato stesso, quello infine in cui l’apparato educativo e
mediatico, nelle mani dello stesso potere, mantiene un tale avvilimento degli
spiriti e dei costumi, che non vi è più alcuna resistenza possibile. Il sistema
di governo descritto da Jolly è quello del complotto permanente occulto dello
Stato moderno per mantenere indefinitamente la servitù, sopprimendo, per la
prima volta nella storia, la coscienza di questa infelice condizione.

Una tale opera non poteva essere tollerata da uno Stato moderno ancora fragile.
Non lo è stata. Stampato in Belgio nel 1864 e introdotto clandestinamente in
Francia, Il Dialogo agli Inferi viene immediatamente sequestrato dalla polizia e
il suo autore imprigionato a Sainte-Pélagie. Nello stesso anno, una traduzione
tedesca tenta di diffondere altrove questo testo. Nel 1868 nuova stampa
francese, sempre in Belgio. In seguito, il libro apparentemente sparisce per 80
anni, sconosciuto a tutti, tranne chiaramente che ai servizi di polizia che lo
hanno sequestrato.

L’interdizione poliziesca di quest’opera non era tuttavia risposta degna di un
potere moderno del quale Joly aveva descritto il funzionamento; e innanzitutto
perché una tale risposta era insufficiente nei confronti di un testo a proposito
del quale l’autore fa notare che è non solamente un’opera individuale, ma che è
già il frutto di una corrente di pensiero quasi impersonale. Ecco una forza
pericolosa che si può certamente arginare in modo brutale in un primo momento,
ma che un vero Stato moderno deve poter manipolare e far lavorare a proprio
vantaggio. Cosa sono diventati questo libro e questa consapevolezza del
complotto permanente occulto durante tutti questi anni in cui nessuno ha
ritenuto opportuno ripubblicarlo?

Al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo

All’inizio del nostro secolo compare a Mosca uno straordinario pamphlet, che
diventerà ben presto un best-seller, e sarà il libro più venduto al mondo dopo
la Bibbia: I Protocolli dei Savi di Sion.

L’origine di quest’opera è oggi nota: è una falsificazione del Dialogo agli
Inferi di Joly, secondo un procedimento che i situazionisti francesi chiameranno
più tardi una “maspérisation” (dal nome di un editore parigino che si era reso
famoso in quest’arte). Tale procedimento, che consiste nell’impadronirsi di un
testo importante, nel cambiarne alcune parole, nel sopprimere qualche frase,
nell’intercalarne altre, permette di conservare la struttura di un’analisi
(della quale si sa che incontra già troppi spiriti disposti a comprenderla) ma
di modificarne il bersaglio e di portare così una corrente di opposizione, che
rischierebbe di diventare pericolosa, verso azioni inoffensive o persino utili
ai manipolatori. Permette di accattivarsi gli spiriti per poi fuorviarli,
illustra precisamente il procedimento esposto nel Dialogo agli Inferi: parlare
tutte le lingue allo scopo di deviarne il corso.

Joly è dunque vittima di quella manovra che aveva denunciato. Nei Protocolli dei
Savi di Sion si conserva l’analisi del Dialogo, la requisitoria contro il
complotto totalitario occulto, l’esposizione precisa dei suoi mezzi convergenti,
finanziari, politici, polizieschi e mediatici. Ma il complotto statale per il
mantenimento dell’ordine è sostituto da un preteso complotto ebreo teso a
impadronirsi del potere mondiale. Il testo falsificato si presenta come il
verbale di una riunione ultrasegreta di capi della cospirazione ebrea.

Qualificare, come è stato fatto in seguito, un tale procedimento come “plagio”,
lascia intendere che si tratterebbe in qualche modo di una vaga truffa
letteraria ai danni di un infelice autore. Aggiungere che si tratta di “falso” e
di una “mistificazione” permette di scagionare, con sollievo o rammarico, la
malignità giudaica, e di concludere che insomma non vi è complotto, se non,
forse, contro i soli ebrei. In verità, questa falsificazione di un testo
effettivamente importante non è che l’aspetto superficiale di una manovra ben
più generale che è al cuore della controrivoluzione mondiale del XX secolo.

Le condizioni di creazione e diffusione dei Protocolli permette di seguire i
grandi movimento di questa storia.

La contraffazione poliziesca di un’agitazione rivoluzionaria

La prima edizione esca a Mosca nell’agitazione rivoluzionaria di inizio secolo.
Henri Rollin esita tra l’attribuirne i meriti alla polizia segreta dello Zar, la
famosa Okhrana, e alla principale opposizione ultrareazionaria basata sulla
grande proprietà fondiaria (H. Rollin, L’apocalypse de notre temps, ed. Allia,
1991). In ogni caso i suoi due primi editori sono noti: Krouchevan e Boutmi sono
cofondatori delle “centurie nere”, organizzazione paramilitare incaricata di
armare sicari per assassinare alcuni democratici e socialisti. Durante la prima
controrivoluzione russa del 1905, l’opera è diffusa massivamente e il
metropolita di Mosca ne ordina la lettura in tutte le chiese della capitale. Poi
la sua diffusione rallenta e il libro esplode nuovamente nel 1917. I milieu
dell’emigrazione russa lo portano nei loro bagagli mentre si instaura
nell’antico impero degli Zar un potere apertamente dittatoriale.

Nel corso dell’intenso fermento rivoluzionario che segue al primo conflitto
mondiale, i Protocolli sono tradotti in una quarantina di lingue e diffusi in
tutta Europa, negli Stati Uniti e in Giappone. Vi accreditano la voce, diffusa
da altri emissari, che i democratici e i socialisti non sono che agenti pagati
da una cospirazione ebrea internazionale per impadronirsi del governo del mondo.
È uno degli strumenti della propaganda nazista, inizialmente in Germania, nelle
condizioni rivoluzionarie che seguono al crollo dell’Impero, poi nella sua
guerra contro i paesi a regime parlamentare. Tanto che Henri Rollin, agente dei
servizi segreti francesi, si permette di rivelarne nel 1940 l’inganno e
l’origine. Il suo libro viene quasi immediatamente sequestrato dalla polizia
tedesca e mandato al macero.

Dopo il 1945, l’impero europeo ridiviene “liberale”. È riuscito a distruggere o
riassorbire le vecchie energie rivoluzionarie, grazie al lavoro efficace dei
partiti stalinisti e dei loro compagni di viaggio. I Protocolli perdono allora
la propria efficacia e non sopravvivono più se non in qualche setta di riserva.
Hanno trovato un nuovo terreno di manovra nell’agitazione del terzo mondo che
segue, dalla fine della guerra, al crollo degli antichi imperi coloniali, e in
particolare nei paesi arabi dove dal 1951 non hanno cessato di essere
ripubblicati e diffusi.

Recentemente infine, la sparizione dell’impero sovietico – e il terribile
marasma economico che l’accompagna – ha visto riapparire il pamphlet, nel luogo
stesso del suo parto, sventolato e diffuso da curiosi emissari, davanti a
compiacenti giornalisti.

I Protocolli dei Savi di Sion sono stati una delle opere di riferimento del
moderno antisemitismo, la cui reviviscenza alimenta ancora periodicamente la
problematica mediatico-universitaria. Si tratterebbe, ci viene detto ora, di una
falsa teoria creata e diffusa da una “paranoia collettiva” uscita perfettamente
armata di decine di milioni di cervelli malati. Ci mettono dunque saggiamente –
ma fermamente – in guardia contro la tentazione di “demonizzare il potere” e di
immaginare ovunque un preteso complotto mondiale dai mille tentacoli economici,
politici, mediatico-universitari, vero e proprio delirio che manifesta una
“fobia collettiva di tipo arcaico”.

Si dovrà tuttavia osservare che i Protocolli non sono stati forgiati nel
calderone diabolico della “paranoia collettiva”, ma nei retroscena polizieschi
di uno Stato autocratico; che non stati inizialmente diffusi da una voce
pubblica ma tramite il metropolita di Mosca e da due poliziotti-editori; che il
partito nazionalsocialista tedesco che ne ha tratto ispirazione non è stato
portato al potere da folli sommosse, ma dagli industriali tedeschi che l’hanno
finanziato; che l’opera di Rollin che rivelava l’origine dei Protocolli non è
stata distrutta dalla “paranoia collettiva”, ma sequestrata e distrutta da una
polizia di Stato; che i Protocolli non sono stati distribuiti negli Stati Uniti
da una voce impazzita ma dall’industriale Henry Ford, che sapeva far lavorare a
suo vantaggio altri deboli; che infine questo libro non è un “miserabile
grossolano falso”, una “nevrosi collettiva in pieno XX secolo”, ma una manovra
poliziesca razionale, la punta di diamante di una guerra controrivoluzionaria.

In verità, l’antisemitismo sta precisamente alla critica sociale come i
Protocolli al libro di Joly: non una teoria insensata, come non cessano di
ripetere gli ingenui, ma la contraffazione poliziesca di un’agitazione
rivoluzionaria. Ecco la ragione del suo successo popolare: esso parla la lingua
più pericolosa del Paese per deviarne il corso.

[…]

Così la falsificazione poliziesca del libro di Joly, e il successo mediatico di
tale mistificazione, sono sufficienti a garantire la pericolosa verità
dell’originale. Il Dialogo agli Inferi non era stato recentemente sottratto
all’oblio che per dimostrare la falsità dei Protocolli, quando al contrario è
l’operazione mediatico-poliziesca dei Protocolli che prova la verità di Joly.

(da L’État retors di Michel Bounan, prefazione all’edizione definitiva del
Dialogue aux Enfers entre Machiavel et Montesquieu di Maurice Joly, Edizioni
Allia, Parigi, 1992. La traduzione, con il titolo Lo Stato astuto, è quella
curata da Banalità di base, nella ristampa pubblicata da Acrati, Bologna, 2005.
Del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu esistono due edizioni
italiane, una pubblicata da ECIG nel 1995 e un’altra da Ibex nel 2024)

Nota

Contrariamente a tutte le precedenti, queste Luci da dietro la scena richiedono
un accompagnamento.

In tanto parlare (straparlare e falsificare) in materia di antisemitismo, è
probabile che ben pochi conoscano la storia veridica dei Protocolli dei Savi di
Sion, il libro senz’altro più influente dell’antisemitismo moderno; e in Italia
ancora meno che in Francia, dove la ristampa, nel 1992, del Dialogo agli Inferi
con la prefazione di Bounan l’ha resa nota se non altro in un certo ambito
intellettuale e sociale. Non siamo di fronte a una generica mancanza di
erudizione, ma all’assenza di un tassello fondamentale di comprensione storica
che si proietta sul presente. La “falsificazione poliziesca di un’agitazione
rivoluzionaria” – cosa ben diversa, come spiega Bounan, dalla “paranoia
collettiva” – è un procedimento molto simile a quello messo in atto rispetto al
cosiddetto Piano Kalergi sulla pretesa “sostituzione etnica” dei bianchi da
parte dei popoli di colore per gli interessi della “élite mondialista”. Lo scopo
è lo stesso: stornare la rabbia sociale nei confronti dello sradicamento
capitalista delle proprie vite (nonché della ben reale sostituzione macchinica
degli umani) verso gli ultimi o i penultimi della gerarchia sociale. La parodia
reazionaria della guerra di classe. L’invenzione di finti complotti per
occultare il “complotto statale per il mantenimento dell’ordine”. E parte dello
scopo è che a tale falsificazione non si contrapponga un’effettiva agitazione
rivoluzionaria, bensì qualche lezione di educazione civica impartita
dall’antirazzismo democratico, sempre attento – guarda un po’ – a non
“demonizzare il potere”.

Un’ulteriore astuzia – una sorta di falsificazione al quadrato – consiste nello
scaricare l’accusa di antisemitismo contro gli anticapitalisti (mobilitando in
segreto il topos antisemita del capitalista come ebreo e quello suprematista del
colono israeliano come vittima che la barbarie palestinese vorrebbe gettare a
mare).

Grazie a una certa conoscenza storica del potere, si possono smascherare nel
presente le falsificazioni mediatico-poliziesche al fine di cogliere delle
verità in tempo per il loro uso (cinquant’anni dopo sono capaci tutti e
soprattutto non serve a granché); ma si può anche, per dirla filosoficamente,
buttarla in vacca. Al primo caso appartiene senza dubbio Il tempo dell’AIDS
(1990) di Michel Bounan; al secondo, invece, Logica del terrorismo (2003) dello
stesso autore, il quale vi sostiene la tesi tanto rivoluzionaria quanto
originale dell’eterodirezione delle Brigate Rosse da parte dei servizi segreti.
Con questo brillante risultato: non solo quel libello non è stato sequestrato
dalla polizia, ma l’edizione italiana è uscita con la postfazione dell’immondo
Gian Carlo Caselli, che di vite sovversive ne ha sequestrate fin troppe,

Se insomma ci si può anche scordare del loro autore, le verità storiche
descritte ne Lo Stato astuto sono parte necessaria di un collettivo molino delle
armi.

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Qui le puntate precedenti.]]></description>
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